STEFANO D’ORAZIO, L’INNO ALLA RINASCITA CHE STA CONQUISTANDO IL MONDO

«Mi chiama Roby con la voce rotta dal pianto.» racconta Stefano «Mezz’ora dopo stavo già cercando le parole più adatte a vestire la sua musica.»

Un inno alla rinascita, quello di Roby Facchinetti e Stefano D’Orazio, che ha scavalcato i confini, è diventato virale, sta attraversando tutto il mondo.

Bergamo è la seconda città del batterista dei Pooh, una città che lo ha adottato, lo ha accolto e dove ha trascorso i migliori anni di lavoro. Rinascerò, rinascerai è il modo tangibile per ringraziare tutti quegli eroi in prima linea, che combattono senza sosta, facendo il proprio dovere. Poi questo dovere si è trasformato in una missione e adesso sta diventando qualcosa di più grande, che ci auguriamo possa lasciare un segno indelebile, affinché nessuno di noi dimentichi.

A supporto del brano è stato realizzato un video con immagini della città di Bergamo montate con i volti di coloro che hanno partecipato al progetto, in particolare il personale ospedaliero, medico, infermieristico di Bergamo, il mister e i giocatori dell’Atalanta, a cui va un grande ringraziamento. I proventi dei download, dei diritti d’autore ed editoriali saranno interamente devoluti all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per l’acquisto di attrezzature mediche. È possibile fare donazioni spontanee sul conto corrente dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – IBAN: IT75Z0569611100000008001X73 causale: Progetto Rinascerò, rinascerai seguito da NOME, COGNOME e CODICE FISCALE.

“Rinascerò, rinascerai” è una risposta immediata, concreta, di speranza, che sottolinea il desiderio delle persone di sostenere una fra le città più colpite dall’emergenza ed essere vicino a tutti i medici e al personale ospedaliero.

«A tutti coloro che stanno rischiando in prima fila va il mio grazie più sentito. Hanno cominciato a farlo in un momento in cui non erano neanche attrezzati per riuscire a difendersi e difenderci da questo nemico subdolo e invisibile che ci sta rendendo tutti più paurosi e insicuri.»

Uomini e donne che hanno risposto subito eccomi, inizialmente forse senza nemmeno rendersi conto della gravità della situazione.

«Non mi vergogno a chiamarli eroi, e non credo che ci sia nessuna retorica in questo. Hanno fatto semplicemente quello che pensavano fosse il loro dovere. Poi questo dovere si è trasformato in una missione e adesso sta diventando qualcosa di più grande, che mi auguro possa lasciare un segno indelebile, affinché nessuno di noi dimentichi.»

L’augurio è quello di riuscire a farne tesoro.

«Questa è la speranza vera. Quando le cose ricominceranno a funzionare come prima, non si riparta da dove eravamo rimasti! Se magari riuscissimo a riflettere un po’ di più sul ruolo che hanno la vita, le persone, i sentimenti, rimettendo al centro l’uomo, sarebbe già una grandissima vittoria. Voglio ancora credere che tutte le esperienze in qualche modo ci debbano veder migliorare.»

 

Ci viene in soccorso la musica, che oggi più che mai fa rima con solidarietà. Tutti i proventi dei download, dei diritti d’autore ed editoriali di “Rinascerò, rinascerai” saranno interamente devoluti all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per l’acquisto di attrezzature mediche.

«Tutto quello che stiamo riuscendo a mettere insieme è andato già abbondantemente oltre le nostre più rosee aspettative. Questo inno alla rinascita ha scavalcato i confini, è diventato virale, sta attraversando tutto il mondo. I milioni di visualizzazioni, che continuano a caderci addosso, ci stanno facendo capire che forse è successo qualcosa di molto più grande di quello che stavamo immaginando.»

La capacità di pensiero ci fa evadere, rendendoci liberi. Cos’è per te la libertà? Ti senti libero?

«La libertà è quella che dobbiamo cercare di trovare dentro. Bisogna riuscire a capire qual è il nostro punto d’arrivo per sentirci pienamente liberi. Libertà è anche saper convivere con gli altri, ascoltando i pareri che non si condividono e tollerarli.»

Minimizzando il superfluo, nella propria intimità domestica alla lunga si riesce a scoprire il lato migliore di sé. Il tuo l’hai trovato?

«Non so se ho mai avuto un lato migliore, non saprei neanche da dove cominciare a cercarlo. Però c’è da dire che questa reclusione inaspettata mi ha fatto riscoprire delle cose, alle quali non pensavo più di poter mettere mano.»

Cosa, ad esempio?

«Ho riscoperto le pagine del Manzoni, Machiaveli e il suo Principe, i canti della Divina Commedia… tanto che ho deciso di mettere proprio all’inizio di “Rinascerò, rinascerai” l’ultimo verso dell’Inferno. Un giorno, quando questo nostro inferno sarà finito, anche noi usciremo a riveder le stelle.»

 

Stefano, che rapporto hai con il tempo?

«È cambiata la clessidra dei nostri giorni, dei nostri gusti, delle nostre speranze. Credo che il tempo sia la facoltà di poterci ripensare, di poter rivedere le cose con una chiave diversa da quella iniziale. Rileggere le nostre vite alla luce dell’essere, della sostanza, invece che inseguire a tutti i costi il profitto e l’apparire. Il tempo è anche questo: una bella cura!»

 

Insieme ai Pooh, in più 50 anni di storia umana e artistica, siete riusciti a cambiare qualcosa del vostro mondo?

«Siamo riusciti a cambiare qualcosa del nostro piccolo mondo privato. Abbiamo cominciato a pensare alla musica in una maniera diversa da come l’avevamo affrontata agli inizi. Ci siamo detti che forse inseguire le mode e i modi, non era il modo migliore per lasciare una traccia, e così ci siamo incamminati lungo un percorso che era solamente nostro. Siamo diventati autonomi non assecondando i gusti e i diktat delle multinazionali. Abbiamo rischiato sulla nostra pelle ma, col senno di poi, possiamo dire che c’è andata benissimo!»

Ti capita mai di pensare: fermate il mondo, voglio scendere?

«Beh, se uno si affaccia alla finestra del mondo senza avere nessuna voglia di partecipazione, di costruzione, anzi con l’intenzione di demolire quello che fanno gli altri, allora sì, il modo ci deve far venire la voglia di fermarlo e scendere. Ma è rimanendoci sopra che, in qualche modo, credo si possa aggiustarlo.»

Qual è a tuo avviso quella parte di mondo da tramandare a chi viene dopo?

«Sebbene le vogliamo demolire a colpi di superficialità e di pregiudizi, credo che le generazioni future avranno, come sempre è avvenuto nel tempo, la capacità di superare i modi e le mode, riuscendo a distinguere il bene dal male. Sono sicuro che anche le prossime generazioni, e quelle dopo ancora, faranno la loro parte.»

Come stai progettando il tuo futuro?

«Ho un grandissimo futuro alle spalle, per cui, più che progettarlo, mi viene da ricordarlo, tentare di capirlo. Magari facendo qualche esame di coscienza, laddove qualcosa si poteva fare meno peggio e qualche altra è ancora da fare. E, alla fine, quando rimarranno delle parole nelle canzoni e i sorrisi donati alla gente, capire che è veramente successo qualcosa di bello.»

 

Con le canzoni dei Pooh avete donato alla gente milioni di sorrisi. Qual è, invece, il regalo più bello che ti è stato fatto?

«La vita di regali me ne ha fatti tanti. Sono sempre stato al posto giusto nel momento giusto. Mi sono ritrovato a godere di privilegi che forse neanche meritavo. E poi credo di essere nato in una famiglia fortunata, una famiglia che mi ha insegnato a riconoscere i veri valori: sedersi la sera attorno al tavolo e dare ognuno importanza alla giornata dell’altro.»

Stefano, guardandoti allo specchio, cosa vedi? Sei soddisfatto di te?

«Uno non è mai soddisfatto fino in fondo di sé stesso. Poi, guardandomi allo specchio adesso, vedo che mi è passato il tempo addosso. Tutto questo, probabilmente, mi fa sentire un po’ più saggio, anche se in realtà sono ancora più scapestrato di quando avevo vent’anni. Il fatto è che mi piace ancora entusiasmarmi e sorridere della vita.»

 

Gino Morabito

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