ROBY FACCHINETTI, RINASCERE AL SUONO DELLA SPERANZA

«Siamo nati per combattere la sorte ma ogni volta abbiamo sempre vinto noi»

Parole di speranza che risuonano forte. Fluiscono catartiche, liberatorie, dalla viva voce di Roby Facchinetti e raccontano di noi. Delle nostre ansie, delle paure, dell’umana fragilità che ci fa fare i conti con la nostra pochezza.

Parole accorate che, grazie alla sensibilità di Stefano D’Orazio, entrano in comunione con la musica e infondono speranza, conforto. Ci rinfrancano.

Rinascerò, rinascerai scavalca i confini, diventa virale, attraversa il mondo. E, quando una canzone diventa di tutti, significa che è arrivata al cuore.

I proventi dei download, dei diritti d’autore ed editoriali saranno interamente devoluti all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per l’acquisto di attrezzature mediche. È possibile fare donazioni spontanee sul conto corrente dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – IBAN: IT75Z0569611100000008001X73 causale: Progetto Rinascerò, rinascerai seguito da NOME, COGNOME e CODICE FISCALE.

Vedendo il volto di una Bergamo irriconoscibile, dilaniata dal virus, Roby Facchinetti si stringe attorno alla sua famiglia, agli affetti più cari, nel tentativo di esorcizzare la paura, le proprie umane fragilità.

«Questo virus ci rende tutti uguali, non ci sono differenze sociali né di etnie. Corriamo tutti lo stesso rischio e abbiamo tutti la stessa paura. Ormai viviamo barricati in casa. La nostra città è irriconoscibile, silenziosissima, nessuno parla. C’è questo dolore assordante, palpabile, che ci morde il cuore.»

Nei momenti di difficoltà, di malattia, è facile sentirsi uomini soli.

«Soli e impotenti. Tocchiamo con mano la nostra pochezza. Ci rimettiamo in discussione da un minuto all’altro e io mi sento davvero un miracolato. Abbiamo perso dei punti di riferimento, anche culturale, degli esempi di vita importanti cancellati in un attimo.»

Una volta rientrata questa terribile emergenza, i punti di riferimento dovremo essere noi.

«Ci sarà bisogno di ricominciare da capo, con tutte le energie che avremo, anche quelle più nascoste; con le nostre capacità, la nostra fantasia, la nostra speranza.»

Cosa significa sperare, quando tutto attorno a te sembra sgretolarsi e franare sotto i piedi?

«Sperare significa avere fiducia nell’uomo, nella sua grande capacità di rimboccarsi le maniche e rinascere.»

Nei momenti bui ci si aggrappa alle immagini più luminose della nostra vita. Se chiudi gli occhi cosa vedi?

«“Rinascerò, rinascerai” dice che ritorneremo a credere in Dio. E io, credente, l’ho cantato più volte questo nostro Dio delle città. Lo vedo lì, mentre prego.»

Rifugiarsi nella preghiera, nella fede. Ma anche restare aggrappati alle proprie passioni, ai propri sogni.

«Mi rifugio nella fede e nella musica. La musica non mi ha mai lasciato solo, mi ha sempre aiutato; la musica è stata il mio farmaco salvavita. Così, dopo lo scoramento iniziale dovuto alle immagini dei camion dell’esercito che trasportavano le salme dei miei concittadini, mi sono seduto al pianoforte ed è nata la melodia di “Rinascerò, rinascerai”.»

Per le parole hai subito pensato di rivolgerti a Stefano D’Orazio, un amico.

«Nel giro di poche ore Stefano è riuscito a scrivere un testo che è entrato in comunione con la musica, diventando una sola anima. Anche per questo motivo, la canzone sta arrivando al cuore della gente. Da più parti mi arrivano messaggi di persone che avevano bisogno di conforto, speranza, della possibilità di intravedere la luce alla fine del tunnel.»

Roby, è cambiato il tuo modo di intendere l’amicizia?

«In quest’ultimo periodo sto prendendo atto della vera amicizia, dei sentimenti sinceri: mi chiamano giornalmente le persone care che si preoccupano per me. E io faccio lo stesso. Tutto questo tempo a disposizione ci sta dando la possibilità di rimettere in ordine la nostra gerarchia dei valori, quelle che sono le priorità.»

Si ha tempo di pensare a quello che ci manca.

«Mi mancano gli abbracci, ce n’è davvero bisogno. Prima il contatto era una cosa normalissima, si dava per scontato; adesso l’abbraccio diventa desiderato, anelato, quasi vitale. Ma ne usciremo più forti di prima, con degli uomini di buona volontà che dovranno sistemare questo nostro mondo.»

Nel tuo piccolo mondo privato, cosa metti al primo posto?

«Sicuramente la famiglia, che è il bene più prezioso. La moglie, i figli, i nipoti, rappresentano quello che di buono sei riuscito a mettere insieme. Hai dato la vita ai tuoi figli che poi la daranno ai loro, di generazione in generazione. È questa la magnificenza della vita!»

Cos’è che vorresti riuscire a trasmettere alle nuove generazioni?

«Usare il buonsenso, cercando di restare nel giusto. Trovarsi al fianco di persone che hanno la sensibilità di andare oltre le parole, alla ricerca del significato più profondo delle cose, con la capacità di essere lungimiranti. Questo potrà essere un buon inizio per costruire un mondo migliore.»

Affido la conclusione di questa intervista alle parole accorate che Sir Robert Baden-Powell di Gilwell, fondatore del movimento mondiale dello scautismo, amichevolmente noto come B.P., rivolse nella sua ultima lettera a una platea sterminata di ragazzi e di giovani: “Il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Preoccupatevi di lasciare questo mondo un po’ migliore di come l’avete trovato… Dio vi aiuti in questo”.

 

Gino Morabito

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