FRANCESCO GUCCINI, RUVIDA DOLCEZZA DI UN ARTIGIANO DELLA PAROLA

Parafrasando Giorgio Gaber, il suo grande talento si è visto nella capacità di scrivere ben tredici strofe su una locomotiva e possiamo essere tutti d’accordo con il signor G quando consigliò ai bolognesi di tenerselo stretto. Francesco Guccini viene considerato da molti il cantautore “simbolo”, a cavallo di tre generazioni.

Parole belle, interessanti, complesse, che tessono l’intrigante trama narrativa di un autore tra i più significativi del nostro tempo. Che gli piaccia o no, sempre meno Maestrone e sempre più maestro di vita.

Le note di viaggio di Francesco Guccini raccontano uno straordinario percorso artistico che, a oltre cinquant’anni dalle prime incisioni, è ancora capace di guardare al futuro nutrendosi delle proprie radici.

«Canticchiavo ogni canzone e, a volte, mi sono anche un po’ commosso. Non tanto per la canzone in sé ma per il momento che mi ricordava, la vita che facevo in quei giorni, le persone che frequentavo. Queste canzoni sono un viaggio nel mio passato, un viaggio attorno alla mia storia.»

Bisogna andare indietro di parecchio tempo, tornare a fatti e vicende molto personali.

«Abitavo ancora a Bologna a casa dei miei genitori. Ricordo la copertina del Time, la rivista americana, che recitava “God is dead”, si parlava dei filosofi che teorizzavano la morte di Dio. Mi viene anche in mente l’“Urlo”, la poesia di Allen Ginsberg: “Ho visto le migliori menti della mia generazione…” e così che è venuta fuori Dio è morto… Di solito, quando iniziavo una canzone, già nel pomeriggio la finivo. Le tredici strofe de La locomotiva le ho scritte tutte in una sola giornata.»

La quotidianità di un uomo vissuto che guarda al tempo in cui la figlia ormai quarantenne era ancora una bimba. Lo sguardo nostalgico del padre che è stato, nei confronti della sua Teresa che s’incamminava per il mondo “con la schiena dritta”.

«Mi alzavo al pomeriggio, perché andavo a letto molto tardi la sera. L’asilo era verso le quattro, a poca distanza da dove abitavamo, in via Paolo Fabbri. Prima passavo dall’edicola a comprare i giornali, poi prendevo Teresa all’asilo e insieme andavamo a mangiare qualcosa. Culodritto è dedicata a quella bambina che era, con il futuro che le si spalancava davanti, con tutto ancora da scoprire e da sbagliare… È difficile raccontare le emozioni di una canzone.»

La musica comincia nell’estate 1957, quando il padre di un amico, che possedeva due cinema a Modena, preso da improvvisa generosità, invitò tutto il gruppo a vedere un film.

«Vedemmo un film dove una band suonava in un campo scout femminile: cinque ragazzi e tremila ragazze. All’uscita ci dicemmo: “Mettiamo su un complesso pure noi!”. Victor Sogliani, il futuro fondatore dell’Equipe 84, scelse il sax, che non aveva mai suonato in vita sua. Un altro affittò un contrabbasso. Pier, che era il più dovizioso di denaro, volle la batteria. Io comprai una chitarra con le cinquemila lire che mi passò mia nonna Amabilia.»

A quei tempi c’era un limite temporale: i quarantacinque giri duravano tre minuti. Oggi i singoli devono soddisfare rigidi criteri di mercato, in una crescente standardizzazione della musica.

«Le canzoni non devono avere una durata specifica, non ci dev’essere un limite imposto dal mercato discografico. La canzone dev’essere libera.»

Quella che viviamo è un’epoca totalmente diversa rispetto al passato, un mondo dove è tutto cambiato, si comunica in digitale.

«Io sono nato nel Quaranta, nella prima metà del secolo scorso, non dimentichiamolo! All’epoca, non dico che si comunicasse con i tam tam, ma quasi. Si comunicava con le cartoline postali, in casi eccezionali con i telegrammi. Il telefono l’ho avuto in casa per la prima volta a diciassette anni, era un Duplex. Ci si metteva d’accordo con un’altra famiglia e si aveva lo stesso numero di telefono in comune: per cui, se i tuoi vicini di casa lo usavano, tu non potevi parlare. Ho avuto il Duplex a diciassette anni, oggi ai ragazzini viene regalato il loro primo cellulare che non ne hanno nemmeno la metà.»

Una nuova generazione di ragazzi, giovani, adulti che si esprimono quasi esclusivamente con emoticon e faccine, a dispetto di un italiano altro, poetico, dal lessico ricco e lo stile immaginifico.

«Il mio è un italiano particolare: quando scrivo, ad esempio, e non mi riferisco alle canzoni ma ai miei racconti, uso volutamente un linguaggio infarcito di termini dialettali, non estremamente forbito. D’altra parte, la questione dell’educazione dei giovani è un problema grave; è il problema della scuola, con delle lacune che partono dalle elementari e si trascinano fino all’università.»

Un diploma di maestro elementare, due anni alla Gazzetta di Modena e un’intervista con Domenico Modugno ancora vivida nella memoria.

«Me ne vergogno ancora adesso. Ero giovane e saputello: lo attaccai; feci, come dicono a Bologna, lo sborone. Non pensavo affatto che la musica potesse essere il mio mestiere.»

“Tu canti nella strada frasi a cui nessuno bada, il domani come tutto se ne andrà: ti guardi nelle mani e stringi il vuoto, se guardi nelle tasche troverai gli spiccioli che ieri non avevi, ma il tempo andato non ritornerà”. Il rapporto con il tempo di un “adolescente” classe 1940.

«Non mi sentirei nemmeno vecchio, solo che il peso degli anni si fa sentire. Ammesso che un tempo fossi agile, non sono più agile come una volta. Non sto male. Ho acciacchi che prima non avevo, però la mente funziona ancora. Eccome.»

Bisogna amare incondizionatamente ciò che si vive: gli atti, i gesti, le scelte, gli entusiasmi, i tonfi.

«Dipende dalle persone, dalle situazioni, dagli oggetti di cui si parla. Ad esempio, sono appassionato di certe cose e di altre no. Amo leggere, anche se purtroppo non riesco più a farlo; ascolto gli audiolibri, ma non è lo stesso. Sono appassionato di cibo, non sono mai stato un ghiottone, però mi piace mangiare bene quando posso e ogni tanto bevo qualche bicchiere. Mi piace guardare la televisione, soprattutto i programmi di storia. Non ascolto più musica, ma mi piace scrivere. Mi piace molto scrivere.»

La prima volta che Francesco Guccini decide di cimentarsi come scrittore è stata nel 1989, ventidue anni dopo la pubblicazione del suo primo album. Il libro era Cròniche epafániche, un romanzo che, pur non essendo un’autobiografia, riesce a mettere il lettore in contatto con uno dei luoghi più cari della vita del cantautore modenese, cuore pulsante di molte delle canzoni più famose della sua carriera: l’Appennino Pavanese. E dallo studio di Pàvana sta lavorando al nuovo libro.

«In quest’ultimo periodo sto finendo di controllare un lungo racconto che ho scritto da poco, s’intitola La cena. È un racconto collegato a un altro, scritto nel 1993, sempre su una cena. Con quello sono finito nelle antologie degli scrittori del Novecento, e non ti nascondo che mi fa molto piacere. Si tratta di una storia abbastanza lunga, ma non tanto lunga da poter essere pubblicata singola. Allora mi è venuta l’idea di scriverne una seconda da affiancare alla prima. Due cene a confronto: una fine anni Trenta, quando si andava a piedi e non si mangiava tutti i giorni; l’altra contemporanea, quando si mangia per sfizio.»

I cambiamenti, le evoluzioni, la gente che c’è adesso e quella che c’era allora. Resta l’umana convinzione dell’unico animale che sa di dover morire, ma da giovane è convinto di essere immortale…

«… A ottant’anni però si comincia ad avere qualche dubbio (ride). Quello che ho più paura di perdere è l’odore della donna che amo.»

Dedico quest’intervista a mio padre, Giuseppe, ai nostri silenzi. Per tutte le volte che avremmo voluto rivolgerci parole belle, partecipate, amorevoli e non ce le siamo mai dette.

Gino Morabito

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