ERMAL META, IL VIAGGIO SENTIMENTALE DI UN POETA

Di Gino Morabito

Il riscatto, la solitudine, le più intime sfumature dei sentimenti. Ermal Meta intercetta quella gamma di emozioni, che ti prendono allo stomaco perché vere, e ti colpiscono sul vivo come uno sparo in pieno petto. Una poetica declinata nella sensibilità, ancora più acuita, di vedere gli ultimi, gli invisibili; ora descrivendo l’amore con la delicatezza di chi lo conosce e sa come prendersene cura.

Sul podio del 71° Festival di Sanremo con il brano Un milione di cose da dirti, è come se Ermal Meta venisse accanto a ognuno di noi, per consegnarci le sue parole e la sua voce.

Un milione di cose da dirti, una ballad d’amore.

«È una canzone che ho scritto tre anni fa. Stavo attraversando un periodo particolare, di solitudine. Era da poco iniziata la mia carriera da solista e la mia vita era fatta di piccole e grandi scosse di assestamento. Avevo un blocco emotivo e l’unica cosa che potessi fare era scrivere una canzone per riuscire a liberarmi.»

Mettersi in gioco parlando con un altro da sé, riuscendo a scrivere in maniera aperta.

«L’ho scritta in dieci minuti, ho vomitato quel testo in maniera istantanea. È una storia d’amore verticale: la considero una semiretta che parte da qui, da un punto preciso, sale verso l’alto, ma non si sa dove va a finire. È una canzone che voglio lasciare aperta. Porta in sé la gioia della consapevolezza di aver avuto qualcosa di importante, senza prestare alcuna attenzione al dolore provato per averla persa.»

Cuore a sonagli e Occhi a fanale.

«Sono due personaggi. Non ho voluto chiamarli con dei nomi reali per evitare di confinarvi all’interno una storia, nella quale volevo mantenere dei risvolti un po’ fiabeschi. Succede spesso che, quando due persone stanno insieme, quando si amano, i nomi propri smettono di essere usati. C’è una sorta di annullamento dei confini tra l’uno e l’altra.»

Un brano che fa parte di un bouquet di canzoni, che è un album.

«“Tribù urbana” è un disco strano per me: c’ho lavorato con la voglia di correre, quando la libertà mancava. Il titolo mi è venuto in mente, una volta finito di ascoltare tutte le canzoni.»

Già dal titolo l’urgenza di guardare negli occhi uno ad uno i componenti della Tribù urbana.

«Da sempre gli esseri umani tendono a stare vicini: dapprima in gruppi, poi in tribù e in villaggi, che sono diventate città. Ancora oggi continuiamo a stare in tribù. La tribù è l’anima, quel fil rouge invisibile che unisce le persone. La tribù urbana non esiste fisicamente, ma neanche la musica. Eppure c’è.»

Al primo ascolto colpisce subito il forte impulso ritmico, e anche il dosato equilibrio tra un sound di matrice internazionale e una melodia tradizionalmente italiana, legata al cantautorato e al pop.

«Questo disco è una commistione di svariati elementi. Naturalmente, ho dovuto conservare una parte un po’ più “classica”, ed è il caso di “Un milione di cose da dirti”; in altre occasioni ho scritto e basta, prendendo direzioni diverse e non rimanendo all’interno di un unico genere. Mai come in questo caso il verbo “to play” si addice al senso del disco.»

Un disco nato per essere suonato dal vivo.

«In genere, mi immagino di scrivere le canzoni in diretta, suonando sul palco. Per la realizzazione di questo disco ho fatto il procedimento inverso: sono sceso in platea, immaginando di essere parte del pubblico. La stragrande maggioranza delle persone che va ai concerti, lo fa, non solo per ascoltare la musica, ma soprattutto per cantare… Mi sono messo nei panni di chi viene a sentirmi e ho cercato di scrivere delle canzoni che potessero essere cantate a squarciagola.»

In Nina e Sara, una delle due ragazze dice all’altra: “la felicità non te la posso garantire, ma la tristezza te la posso risparmiare”.

«È un finale aperto. Dopo si sale di un tono e poi… le hanno viste andare via insieme. Dal punto di vista concettuale, ho preso in prestito il finale da “Anna e Marco” di Lucio Dalla. Ma poi dov’è che sono andate? Se ci pensi, avevano solo sedici anni. Alla fine saranno ritornate a casa, ma, almeno per quel momento, hanno potuto sognare insieme.»

Lucio Dalla ricorre anche nella serata delle cover sanremesi. Ci si emoziona con Caruso, una canzone nella canzone, dentro il cuore pulsante di Napoli.

«Sento Napoli molto vicina, non c’è una ragione precisa, ma è così. Credo che quella città sia una rappresentazione dell’Italia intera. Sono convinto che, chi non capisce Napoli, non può comprendere il nostro Paese. Anche a livello musicale.»

“Ermal ha tredici anni e non vuole morire. Ancora della vita non sa niente, tranne che la vita è importante”.

«La storia è sempre la stessa: casa nostra, casa loro; terra nostra, terra loro; mare nostro, mare loro… Si ha paura di ciò che non si conosce, del diverso. Credo, invece, che il movimento dell’umanità sia essenziale, come il sangue che circola. Perché il sangue deve circolare. Io ne sono la testimonianza. Ho lasciato la mia terra a tredici anni, senza sapere che cosa avrei fatto, cosa mi avrebbe aspettato. Sapevo solo di dovere andare via, per un bene più importante.»

Un invisibile che ha deciso di dare faccia e voce alla sua musica.

«Per tantissimi anni mi è capitato di sentirmi invisibile, e di esserlo. Mi faceva soffrire vedere le interviste di molti miei colleghi, che raccontavano come fosse nata quella particolare canzone, quando in realtà l’avevo scritta io.»

Canzoni dove l’artista sembra abbia acuito ancora di più quella sensibilità di “vedere” gli ultimi, le persone di cui nessuno canta.

«L’idea de “Gli invisibili” nasce da un viaggio negli Stati Uniti, un paio di anni fa. Feci degli scatti, fotografando principalmente gli homeless che mi sono ritrovato davanti. Uno di loro mi ha raccontato la sua vita, almeno in parte, ed era il suo compleanno. Pensai che quella sarebbe stata una bella storia da cantare.»

Gli invisibili salveranno il mondo…

«… con atti di pura gentilezza. Si può salvare un pianeta intero attraverso l’effetto domino della gentilezza delle persone. Con quei piccoli e grandi gesti che non conosciamo, e che forse non conosceremo mai.»

 

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