MICHELE ZARRILLO, DELL’AMORE E DELLA VITA

Di Gino Morabito –

L’indole non può cambiare, è la natura che te la dà. La sua è rimasta la stessa di sempre, che vede le cose come sono. Una poetica della vita, quella di Michele Zarrillo, declinata in musica e canzone d’autore che non mostrano i segni del tempo. Ancora live in versione estiva fino al 21 settembre.

Ha sempre avuto la forza di stare vicino alla vita, vicino alle persone. Come uomo tra gli uomini.

«È il titolo di uno dei miei dischi più fortunati e mi rispecchia per tanti motivi. Sicuramente per una forma caratteriale, un’indole, un atteggiamento di vita. Non riuscirei a pensarmi in maniera diversa da quello che sono»

Onestà, amicizia, buoni sentimenti.

«Ho cercato, nella gentilezza, di ritrovare me stesso. Ed è anche quello che mi auguro di ricevere dagli altri uomini.»

Ha imparato che esistono gli alti e bassi.

«So che, nei momenti migliori, bisogna sempre pensare a quando arriveranno quelli meno felici. La vita mi ha insegnato a non andare mai fuori binario, e non dimentico di ringraziarla per tutto ciò che mi ha dato.»

Intorno ai tredici, quattordici anni, ha scoperto il rock progressive di Jimi Hendrix, Genesis, Deep Purple.

«Ho imparato a strimpellare la chitarra quando, da bambino, mio padre registrava i Sanremo ed io cercavo di tirare giù gli accordi per ricantare le canzoni. Nel 1972, insieme a mio fratello e alla sua band, ebbi la possibilità di esibirmi al “Festival pop di Villa Pamphili”, un po’ come il Woodstock italiano.»

Riuscirono a tirar fuori una suite di venti minuti. Da lì è partito tutto.

«Quello è stato l’inizio. Poi, verso i sedici, diciassette anni, cominciai a suonare il pianoforte e, grazie agli ascolti di Stevie Wonder, Billy Joel, Elton John, capii che, in quattro minuti, si poteva anche fare una bella canzone.»

In comunione con il pubblico.

«Credo che il compito principale di un artista, quando sta sul palco, sia quello di proporre buona musica e far godere la gente di un concerto intriso di grande forza emotiva, celebrando la voglia di stare insieme.»

On stage il cantautore romano con uno show trasversale.

«Ritengo di aver messo in piedi uno spettacolo molto eterogeneo, con tante sfaccettature diverse. L’idea è quella di abbracciare più generi musicali contemporaneamente, e al pubblico piace.»

Cambiando in continuazione, dal pop al jazz, dal rock alla musica latina alla ballata.

«Mi sono trovato una strada che ha sempre cercato di far convivere tutta la cultura musicale che mi portavo dietro e le mie esigenze interiori. A distanza di anni dalle composizioni, se si vanno ad analizzare canzoni come “L’alfabeto degli amanti”, “L’amore vuole amore”, “L’elefante e la farfalla”, ci si rende conto dei diversi mondi sonori presenti al loro interno.»

Un artista raffinato con un invidiabile repertorio, che, fuori dal palco, si concede poco. Consapevole che talvolta viviamo una vita costretti a non essere fino in fondo noi stessi.

«Nessuno vuole mai ammetterlo, ma accade e a me pesa un po’. Ecco perché, a volte, mi ritraggo assentandomi per due, tre anni. A quello si aggiunge che non ho il continuo affanno da successo, da presenza a tuti i costi. Quando ritengo di avere qualcosa di nuovo da dire, do voce ai miei pensieri e lo faccio attraverso la musica. Sentire poi l’affetto del pubblico che mi premia, come in questo momento con dei sold out, è quasi un miracolo.»

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