A TU PER TU CON MOGOL, PENSIERI E PAROLE PATRIMONIO DELLA CULTURA ITALIANA

Al nostro incontro mi è venuto naturale rivolgermi a lui chiamandolo maestro. Non si tratta di piaggeria, ed è stata la prima volta che mi sono sorpreso nel farlo.

Ma trovarmi difronte a Mogol, definito da critici eminenti il più grande poeta del Novecento, mi ha fatto ritornare per un attimo ai tempi del liceo…

… a quel periodo in cui, per conquistare le ragazze, mi cimentavo nella scrittura di frasi ad effetto… e loro, invece, completamente rapite da quella “mia sincerità per rubare la sua verginità”, che “sfida il tempo e sfida il vento e tu lo sai”…

Pensieri e parole divenuti patrimonio della cultura italiana. Pensieri e parole di un autore, il cui nome riesce da solo ad esprimere la colonna sonora delle emozioni di intere generazioni. Emozioni che fluiscono libere e impetuose, quando la piazza si accende e Gianmarco Carroccia, ex-allievo del CET, intona “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Dieci ragazze”, “La canzone del sole”… una meravigliosa galoppata all’interno di successi intramontabili, che hanno caratterizzato la mia formazione culturale e quella di un Paese che oggi tributa a un suo figlio il giusto riconoscimento che merita. Il pubblico applaudiva entusiasta: un campo sterminato di mani alzate, a perdita d’occhio, nella dolce sera di metà agosto.

In quella piazza pulsante di vita, c’ero io e c’era Mogol. E avrei tanto voluto riuscire a vedermi da fuori, mentre tutta una serie di immagini evocate dai testi prendevano il sopravvento sui pensieri che mi avevano accompagnato fino a quel momento. Lasciarmi andare al libero sfogo dell’esistenza “e chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro me ma nella mente tua non c’è. Capire tu non puoi. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Cominciamo dalle “emozioni” che lei e Gianmarco Carroccia state portando in giro per l’Italia. Banalmente, potremmo dire che si tratta della cronaca di un successo annunciato?

«Gianmarco Carroccia sta riscuotendo un successo incredibile! Ad Assisi erano quattromila gli spettatori; nel teatro antico di Ostia i paganti erano duemila e cinquecento. Ha questo grande successo perché è molto bravo e canta con la stessa sensibilità che aveva Lucio Battisti. Gianmarco propone uno spettacolo con una grande orchestra di sedici elementi, che rifà tutti gli arrangiamenti originali. Lo spettacolo nello spettacolo è vedere come canta la gente, la vera protagonista!»

A Piazza Armerina (EN) ho avuto modo di “toccare con mano” quelle emozioni che le canzoni di Lucio Battisti, riproposte dal suo ex-allievo, riuscivano a suscitare in una folla oceanica. La gente di Sicilia cantava a squarciagola, anch’io. Ed era uno spettacolo per gli occhi e per il cuore. Che rapporto ha con la terra di Pirandello?

«Due dei miei migliori allievi arrivano dalla Sicilia: Giuseppe Anastasi, che è l’autore di quasi tutte le più importanti canzoni di Arisa, e Giovanni Barbera, grandissimo pianista e musicista straordinario. Adesso sono entrambi docenti del CET.»

A proposito del Centro Europeo di Toscolano, si tratta di un’esperienza che parte nel 1992: 27 anni di un lavoro in cui ha speso letteralmente tutto sé stesso.

«Dici bene! L’università di Perugia ci aveva accordato in comodato d’uso Palazzo Cesi, un palazzo del Cinquecento molto importante. Io stavo costruendo tutta la cittadella, che poi è diventata la sede della scuola. Abbiamo iniziato a tenere i primi corsi proprio lì. Ho voluto regalare al mio Paese 27 anni del mio lavoro, anni in cui ho insegnato gratuitamente. Il CET è un’associazione no profit e, con il ricavato dei miei diritti d’autore, ho sanato gli eventuali passivi. L’ho sostenuta in tutti i modi, investendo ogni centesimo di quello che ho guadagnato nella vita… Lo scorso ottobre sono stato a Boston, dove ho insegnato alla Berkeley e ad Harvard. Entrambe le università hanno ritenuto la nostra didattica molto avanzata e il preside della Berkeley vorrà venire a trovarci, per studiare dei corsi europei da proporre agli studenti americani.»

Come le è venuta l’idea di formare il centro?

«L’idea mi è venuta appena ho cominciato a capire che la cultura popolare sarebbe andata in recessione. Ho capito che avrei dovuto fare necessariamente qualcosa. È così che poi si formano ed escono fuori i grandi artisti di oggi: pensiamo ad Amara (Erika Mineo), che ha vinto per il miglior testo di Sanremo, cantato da Fiorella Mannoia; a Giuseppe Anastasi, musicista e cantautore straordinario; a Son Pascal (Pasquale Caprino), un nostro allievo che in Kazakistan ha avuto un enorme successo… le grandi novità arrivano tutte dal CET.»

La nostra è un’epoca in cui, nonostante l’avvento di Internet e dei social media, se non vai in tivù, non esisti. Che tipo di crescita si prevede per il CET, a livello di immagine?

«A breve dovremmo stipulare un contratto con la Rai: saranno tre puntate in diretta su Rai 1, in cui selezioneremo il prodotto di duemila ottocento allievi, con delle canzoni di altissimo livello. Finalmente avremo una promozione diretta e ritorneremo alla grande cultura!»

Alla lunga, impegno, competenza e dedizione pagano: arrivano riscontri importanti, spostando, di volta in volta, l’asticella più in là. Quale reputa sia l’arma vincente?

«Senza dubbio la qualità delle canzoni. L’arma vincente è quando la gente si appassiona alle canzoni; le impara a memoria, le canta, le tramanda in famiglia ed entrano a far parte della vita. Ai nostri concerti non ci sono solo anziani, anche i giovani cantano.»

Dove stanno andando i testi delle canzoni, oggi?

«Sono testi scritti da giovani, che vengono promossi sul web e indirizzati ai giovanissimi. Manca proprio quella parte di cultura popolare che appartiene a tutti.»

E per quanto concerne i contenuti?

«I contenuti che riguardano i giovani sono più vicini al loro modo di parlare e di pensare. Diciamo che sono un po’ più leggeri. E tu che ne pensi?»

Si tratta di contenuti completamente diversi rispetto a “Pensieri e parole”

«Qualche giorno fa, mio figlio Francesco mi ha inviato un articolo uscito sul Corriere della Sera (pubblicato il 4 agosto 2019, N.d.R.), in cui si parla di Michelangelo Pistoletto, un grandissimo pittore e poeta. Beh, in quest’articolo, sia lui che Sgarbi, mi hanno definito come il più grande poeta del Novecento…»

… Si è trattato di un bel regalo da ricevere per il suo ottantatreesimo compleanno!

«Per me è stato un regalo immenso! Hanno ripetuto qualcosa che mi era già stato detto anche da altri, ma, quando a decretarlo sono dei critici competenti ed esperti come loro, quello che dicono diventa storia.»

Non si è fatto altro che riconoscere il valore poetico di un autore, le cui opere sono diventate patrimonio culturale dell’Italia. Quali sono per Mogol le parole fondanti della propria vita?

«Sono parole autobiografiche. “I giardini di marzo”, “Pensieri e parole”, così come altre canzoni, raccontano vicende realmente vissute. Quando faccio gli spettacoli, delle volte, mi capita di svelare cosa si nasconda dietro alcuni testi, e la gente finalmente capisce perché parlo di “un amore israelita” e “di due occhi sbarrati che mi han detto bugiardo è finita”. La gente sa riconoscere quando uno scrive per esigenze di marketing o quando lo fa per raccontare la vita. Raccontare la vita, credo sia stata la scelta che mi ha portato fortuna.»

Sono d’accordo con lei: la gente sa riconoscere la verità, quando la ascolta.

«Sì, ognuno di noi sa riconoscere la verità! Siamo tutti professionisti della vita, perché la viviamo tutti e proviamo gli stessi sentimenti.»

Svelandoli, non si corre il rischio di togliere un po’ di quel fascino e mistero che si cela dietro i testi?

«Niente affatto, anzi interessano di più! Proprio quell’articolo su Michelangelo Pistoletto si rifà a un verso de “I giardini di marzo”: “Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti, il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti”. Ho scritto questa frase perché, per mia madre, il vestito bello era sempre e solo quello. Capisci?»

Lei, quando ha cominciato a capire che i suoi testi stavano arrivando al cuore delle persone? C’è stato un momento in particolare in cui l’ha realizzato?

«È stato un continuo divenire. Prima di tutto si deve assorbire la tecnica in modo che diventi un automatismo. È molto difficile scrivere musica e parole: bisogna che le parole abbiano lo stesso senso della musica, frase per frase. Se la musica diventa più intima, la frase deve essere più intima; se c’è un crescendo, deve essere giustificato. Non è facile ma, lavorando molto, tutti possiamo acquisire una certa magia nelle arti.»

Ha un orario più congeniale per scrivere?

«La mattina presto. Quando sono fresco e riposato, scrivo con più facilità.»

La percepisco come un uomo posato, riflessivo… poi però, inaspettatamente, un colpo di testa: monta a cavallo e va da Milano a Roma. Qual è la follia più grande che ha fatto?

«Ne ho fatti di colpi di testa! A cavallo ho percorso circa tremila chilometri. Ho affrontato la tratta Milano-Roma e, sempre a cavallo, nel 2006 con mia moglie, la tratta Roma-Milano, ma attraversando gli Appennini, quindi quasi raddoppiando il tragitto. Ho fatto il giro della Val d’Aosta; poi, cinque-sei anni fa, sono andato a portare un messaggio al papa e poi, ancora a cavallo, da Assisi a Roma. Inoltre, ho una barca, acquistata nel 1973 e che ora ho parzialmente rifatto. Ci sono andato da tutte le parti, anche con mare forza sette, forza otto… Andavo in agosto, come un matto.»

La parte più impavida di un poeta, che viene alla luce…

«Sono sempre stato così. Sono sempre stato uno che ha affrontato qualsiasi circostanza. Adesso sono diventato un po’ più saggio, ma nella mia vita ne ho combinate di tutti i colori!»

Su Mogol sono stati spesi chilometri di parole, anche con alcune illazioni e imprecisioni. Giulio, dal più profondo, cosa vorrebbe si dicesse di lei?

«Che sono stato quello che sono. Una persona onesta, che ha pensato anche agli altri. Ho fondato la Nazionale Italiana Cantanti, che ha guadagnato novantatré milioni di euro interamente devoluti a beneficio dei bambini sofferenti. Adesso mi sto occupando anche dell’Istituto Serafico di Assisi, un centro per bambini sordomuti e ciechi, all’avanguardia nel campo della ricerca. Mia moglie e io siamo diventati i padrini dei bambini autistici che abbiamo accompagnato dal papa. Ci tengo a dire che sono sensibile. Non per farmene un vanto, ma perché si segua questo esempio; perché molto spesso sembra che le persone non sappiano di dover morire. La morte viene demonizzata, stupidamente. Invece noi non dovremmo averne paura; dovremmo essere capaci di presentarci al suo cospetto con una bella autostima.»

Dedico quest’intervista a mia moglie Laura, e a quelle emozioni che solo il suo cuore riesce a trasmettermi.

 

Gino Morabito

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