PAOLA IEZZI, LA MUSICA È UN BATTITO

«I tuoi sono occhi che hanno più perdonato o che si sono fatti perdonare?» cominciando a delineare il ritratto artistico di Paola Iezzi. Il racconto inedito di una donna e musicista profondamente sensibile, a cui non piace mostrare le proprie fragilità: «Tendo a crearmi una maschera di felicità, di gioia, di solarità, che a volte non rappresenta realmente quello che provo in quel frangente. Sono una persona positiva, costruttiva, ma vivo anche dei momenti di grandi malinconie e di solitudine, che magari inconsciamente ricerco io stessa. E, quando accade, non mi piace farlo vedere.»

 

Si mostra così com’è Paola Iezzi: all’apparenza semplice, ma con quelle complessità che la rendono unica. Cantautrice, disc jockey, produttrice; suona la chitarra, il basso elettrico e il contrabbasso classico; nota per i successi discografici del duo Paola & Chiara e adesso solista. Tra ricordi dell’infanzia e confessioni a fior di labbra, ci trasmette un amore appassionato per la cultura viva, pulsante, che ha cominciato a germinare ai tempi del liceo classico, affascinata dal carisma del professor Roberto Vecchioni.

Un percorso artistico, quello della performer milanese, che ha visto inserire dal The Guardian il singolo “Non puoi dire di no” tra le dieci migliori canzoni italiane pop degli ultimi 50 anni. Quel pop evergreen che arriva direttamente dagli eighties, ma rivisitato e reso contemporaneo da un sound che vibra buona musica. Quella musica che, a sentirla bene, suona come un battito.

 

Paola Iezzi pubblica l’EP “Gli occhi del perdono” e non posso non chiederle se i suoi sono occhi che hanno più perdonato o che si sono fatti perdonare.

«Nella mia vita ho perdonato tanto, talvolta mi sono anche perdonata. Sono una persona che tende ad essere abbastanza severa con sé stessa, più indulgente nei confronti degli altri, ai quali concedo parecchie possibilità. Ma le possibilità devono avere un termine.»

Sei una donna che riuscirebbe a perdonare un tradimento?

«Sono una donna che, se viene tradita, si interroga innanzitutto su cosa possa aver portato la persona, a cui è stata data la fiducia, a tradire. Una volta fatta l’analisi dei miei errori, cerco di capire la gravità della situazione: se l’altra persona non è recidiva e si è trattato di un tradimento isolato, va da sé che io sono parte del problema.»

In cosa ti senti maggiormente tradita?

«Credo di essere una donna generosa, con un buon carattere, che tendenzialmente ripone molta fiducia negli altri e probabilmente sbaglia. La vita poi ti insegna che non ci si può sempre fidare, ed è un tema che affronto nella canzone “Gli occhi del perdono”: un monito verso il mondo esterno, che non sempre è disponibile, gentile, protettivo nei tuoi confronti.»

Il mondo con te è stato più crudele o benevolo?

«Cerco sempre di vedere il lato buono del mondo. Anche quando gli episodi burrascosi finiscono, tendo a ricordare la parte migliore. Credo comunque di essere stata una persona molto fortunata nella vita, una persona che si lascia guidare dalla massima “male non fare paura non avere”

Cos’è che del nostro mondo ti spaventa di più?

«Due aspetti mi spaventano del mondo: l’aggressività e l’intolleranza. L’aggressività da sempre mi mette molto in soggezione: riesco con difficoltà a difendermi dalle persone aggressive. Non mi riferisco tanto alle aggressioni fisiche, ma la difesa più difficile è quella nei confronti dell’aggressività para verbale, quella non detta, sottintesa; l’aggressività dell’atteggiamento, del modo di fare, del modo di essere. Il mondo di oggi è un mondo estremamente aggressivo, anche dal punto di vista mediatico lo è diventato, in quanto l’aggressività non è più in mano solo ai media ma alle persone che sono diventate media di loro stesse. È come se il mondo dei social avesse sprigionato una rabbia inaudita, spaventosa e vedere vomitare tanta rabbia è un fatto inquietante. Quanto all’intolleranza, invece, c’è sempre stata, solo che adesso, con il web, è tutto molto più visibile. In qualche modo, però, se da una parte Internet ha messo in luce la parte oscura del mondo, dall’altra ci permette anche di vederla. E combatterla.»

Aggressività e intolleranza sono due parole che non vorremmo mai pronunciare. Nel vocabolario di Paola Iezzi, invece, quali non possono mancare?

«Tempo è una parola che mi è molto cara, perché è il segreto della felicità. Il tempo è la chiave di tutto, quello che ci manca sempre. Ho davanti agli occhi la scena finale di Blade runner e il toccante monologo di Rutger Hauer: “… E tutti quei momenti andranno perduti, nel tempo, come lacrime nella pioggia”…»

… “È tempo di morire”, completando la citazione di Paola.

«Gli esseri umani sono questo: lottano contro il tempo. Ognuno, a suo modo, cerca di superare la propria “data di scadenza”. È un concetto che mi ha sempre affascinato molto quello del tempo, perché è qualcosa di ineluttabile, a cui non possiamo ribellarci ma solo cercare di lasciare una traccia che ci sopravviva.»

Gli esseri umani, le persone, intessono relazioni. Qual è il tuo pensiero riguardo al valore dell’amicizia?

«È un valore che ho capito abbastanza tardi, crescendo. Da ragazza ho più creduto nell’amore, nel rapporto a due, invece che nell’amicizia vera e propria. Non posso dire di essere stata una piena di amici. Ancora oggi ho un sacco di persone che mi vogliono bene, e che ricambio, ma il mio cuore lo dono a pochissimi.»

Hai tirato in ballo il cuore. Con che cosa fa rima nella tua vita di tutti i giorni?

«Sicuramente fa rima con amore, ma è fin troppo prevedibile, per cui ti direi che fa rima con valore. A volte il cuore, sia inteso come muscolo, sia pensato come un sentimento, lo diamo un po’ per scontato. Forse perché ci nasciamo, da sempre fa parte di noi… Tutto ha inizio da lì.»

Se ci pensi, anche la musica è un battito.

«La musica è ritmo; è accompagnata da un battito ritmico che, in qualche modo, ci riporta al cuore.»

Nel profondo dell’animo, chi è Paola Iezzi?

«Penso di essere una persona apparentemente semplice, con delle complessità. Sono una donna estremamente sensibile, ma non tutte le persone se ne accorgono, perché – come capita anche ad altri – non mi piace mostrare le mie parti più fragili. Tendo a crearmi una maschera di felicità, di gioia, di solarità, che a volte non rappresenta realmente quello che provo in quel frangente. Sono una persona positiva, costruttiva, ma vivo anche dei momenti di grandi malinconie e di solitudine, che magari inconsciamente ricerco io stessa. E, quando accade, non mi piace farlo vedere.»

Quando accade, indossi una maschera ed entri in scena.

«Mi piace dare alle persone un’idea di forza, di solarità e fare in modo che la gente si rianimi, in qualche modo, vedendo quello che faccio, ascoltando le mie canzoni.»

Come ti poni nei confronti dei pettegolezzi della gente?

«Ho un pessimo rapporto con i pettegolezzi, lo dico anche ne “Gli occhi del perdono”. Ho cantato questa canzone perché sono particolarmente colpita da quanto la gente spesso si faccia animare dal gossip. Non parlo del pettegolezzo innocuo, divertente; mi riferisco allo sparlare dell’altro, alla calunnia. Sono molto contenta, invece, della curiosità di un giornalista come te, che vuol sapere delle cose che interessano anche me: per cui, facendo quest’intervista, vengono fuori degli aspetti di me sui quali non avevo ancora riflettuto e che non avevo mai rivelato a nessuno prima d’ora. Ecco, questo tipo di curiosità mi piace molto!»

A proposito di interesse, so che sei attratta dal sound degli anni Ottanta: penso a “Get lucky” dei Daft Punk, proposta con un funk vicino agli Eighties; “The sun always shines on TV” degli A-Ha; “Live to tell” di Madonna. Qual è il tuo rapporto con quel periodo della musica?

«Con la musica degli anni Ottanta ho un rapporto meraviglioso, soprattutto negli ultimi 5-6 anni mi sono rimessa ad ascoltarla tantissimo, anche pezzi non necessariamente di band clamorose come gli U2 o di Michael Jackson e Madonna. È stato un periodo di grandi produzioni pop, di nuovi orizzonti dal punto di vista della tecnologia: sono arrivati i sintetizzatori e il sound è cambiato rispetto ai Settanta. Grandi melodie e grandi cantanti, con dei timbri indimenticabili. Mi ricordo interi pezzi di arrangiamento: gli archi, i riff di chitarra, gli interludi musicali tra la strofa e il ritornello. Certo non tutti, ma erano dei brani realizzati da produttori con una visione della musica ad ampio spettro. Gli anni Ottanta sono stati un periodo davvero meraviglioso!»

Un periodo a cui sei particolarmente legata perché ti ricorda l’infanzia, la prima adolescenza.

«Quand’ero piccola non ascoltavo musica italiana, ma ero presa esclusivamente dalla musica inglese-americana degli anni Ottanta; la musica cantautorale l’ho recuperata in seguito, ai tempi del liceo. Ho ascoltato tutti i più grandi cantautori, e li ho amati profondamente: Dalla, De Gregori, Guccini, Bertoli, Bennato, De André… li ho recuperati tutti e di più. E li ho cantati moltissimo.»

Ti sei diplomata al liceo classico, dove come professore di latino, greco e italiano hai avuto Roberto Vecchioni.

«Ho avuto la fortuna di avere come insegnante Roberto Vecchioni, il professore che tutti vorrebbero al liceo.»

Anch’io ho avuto il grande privilegio di conoscerlo. All’epoca del liceo, che tipo di insegnante è stato?

«Era esigente ma pazzesco.»

Ti andrebbe di condividere un aneddoto sul Professore della Canzone italiana d’autore?

«Ricordo nitidamente il giorno in cui scrisse “Milady”. Arrivò in classe con una ferita in fronte e incazzato nero. Gli succedeva raramente di arrabbiarsi: il lunedì, quando l’Inter aveva perso la domenica, arrivava in classe furibondo e noi eravamo tutti terrorizzati. Entrava con il sigaro spento in bocca e il registro sottomano. Apriva la porta, posava il registro sulla cattedra ed usciva nuovamente. Sostava fuori qualche minuto, rientrava imbufalito e interrogava a raffica. Con una cattiveria unica. Certe volte accadeva – com’è naturale – che arrivasse a scuola storto di suo, per motivi personali… In quell’occasione entrò in aula con una faccia livida e una ferita in fronte. Ricordo il silenzio assoluto, probabilmente dovuto a un compito in classe, e io e Wanda, la mia compagna di banco (al primo banco), che nutrivamo un amore sperticato nei confronti di Roberto, iniziamo a sentirlo canticchiare. Canticchiava, canticchiava, come se stesse creando una melodia. Quando, tutto ad un tratto, prende ed esce.»

Sono curioso, com’è che andò a finire?

«Una volta passata l’arrabbiatura, Roberto ci confessò che quel giorno aveva litigato a morte con Daria (che all’epoca non era ancora sua moglie). Avevano litigato talmente forte, che lei gli aveva tirato un bicchiere in testa… C’è un passo in “Milady” che recita: “Milady smettila di bere, ti spacco in testa quel bicchiere”. Non gliel’ho mai chiesto, ma io sono sicura che Roberto ha scritto questo verso proprio quel giorno lì.»

Navigatore di passioni e maestro di vita, un po’ come il professor Keating de “L’attimo fuggente”.

«Gli insegnanti del liceo dovrebbero riuscire a trasmettere agli adolescenti quell’afflato nei confronti dello studio, che poi ti salva, ti fa volare, ti permette di essere libero.»

A Paola Iezzi, invece, cosa piacerebbe trasmettere?

«Credo che la cultura e la bellezza siano in grado di salvare il mondo. Da ragazzo, il più delle volte, non lo comprendi, ma, quando sei grande, ti accorgi di quanta differenza ci sia tra le persone che hanno cultura e quelle che non ce l’hanno. Avere una cultura non significa necessariamente declinare i verbi alla perfezione o parlare correttamente l’italiano, con una sintassi impeccabile. Al di là della forma – che non guasta! -, bisognerebbe riuscire a trasmettere un contenuto di cultura, come quella della musica, della bellezza, dell’estetica. Ecco, io vorrei riuscire a trasmettere la passione per la cultura viva, pulsante. Solo questo ci potrà salvare.»

 

Gino Morabito

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