RENZO ARBORE, IO FACCIO O’ SHOW

Immagini eighties scorrono al ritmo di swing. Ricordi della mia infanzia si accendono vividi sullo schermo della televisione a colori sul mobile della cucina, uno di quei modelli con il tubo catodico.

Nel 1987 avevo undici anni e restavo sveglio fino a tardi per guardare “Indietro tutta!”. Mio padre e mia madre sorridevano divertiti, mentre io venivo pervaso da quell’irresistibile buonumore che aveva letteralmente conquistato il Belpaese.

Renzo Arbore faceva o’ show e, in abito bianco e pennacchio, ci dava lezioni di stile, veicolando humor e intelligenza attraverso quel calderone mediatico della tivù generalista, “quella stessa tivù che dovrebbe sposarsi con il web per riprogettare il futuro dell’infotainment”. Tra paillettes e lustrini, i baffoni di un Frassica d’annata e quelle che eran solo canzonette, ma che cantavano un po’ tutti… si stava facendo cultura. La stessa cultura popolare che, declinata in quella musica figlia del Sud, Renzo Arbore e L’Orchestra Italiana portano “on the road” da ventotto anni. Una storia lunga una vita, tramandata attraverso i canoni della Canzone napoletana classica. Ma non solo. Anni percorsi a suon di jazz, che il nostro Renzo nazionale racconta agli stessi americani, da quando, al Montreaux Jazz Festival del 1991, fu battezzato da Quincy Jones come “The new italian renaissance man” della musica e dello spirito creativo italiano.

Un progetto, quello di “Renzo Arbore L’Orchestra Italiana”, divenuto un autentico marchio di fabbrica; il made in Italy da esportare al Radio City Music Hall di New York, alla Royal Albert Hall di Londra, all’Olympia di Parigi, sulla Piazza Rossa di Mosca, in Canada, Australia, Brasile, Giappone… e da valorizzare e rilanciare qui nel nostro Stivale. Chitarre, mandolini, fisarmonica, pianoforte, tamburi, tamburelli, voce e… l’immancabile clarinetto col gilet si esibiscono – all stars – in un repertorio che conquista e fa proseliti. Lo showman italiano più famoso al mondo porta in giro l’Italia; quegli “italiani brava gente” che non demordono, lottano, sognano, amano e sanno farsi voler bene anche attraverso la propria musica. Niente male per un avvocato foggiano non praticante, all’anagrafe Lorenzo Giovanni Arbore o, come dicon tutti, Renzo.

«Eccomi!» entrando in scena “The new italian renaissance man”.

Ciao Renzo, come va?

«Va bene, grazie a Dio! Anche se non bisognerebbe dirlo per scaramanzia. Siamo tutti molto contenti perché stiamo facendo una tournée di grande successo in ogni parte d’Italia.»

Una tournée trionfale con la quale torni in Sicilia, in quella Palermo che il 13 dicembre 2013 ti ha nominato cittadino onorario della città.

«Sono molto felice per questa cittadinanza onoraria. Quando incontro i palermitani che rivendicano la loro appartenenza a Palermo, rispondo “anch’io sono di Palermo!” e loro si stupiscono. È un bel regalo che mi ha fatto Leoluca Orlando, una persona che ammiro e stimo profondamente. Sarà un concerto ancora più divertente delle altre volte. Quando si torna in una città in cui si ha già avuto il grande seguito che c’è stato, devi per forza cercare di superarti. Quindi mi sono preparato con un concerto “aggiornato” e divertente, come stiamo facendo da Aosta a Lignano Sabbiadoro fino a Napoli, Ischia, Monte di Procida… insomma, è una bellissima tournée, grazie a Dio!»

Grazie a Dio, sei riuscito a superare i “problemini” di salute degli ultimi tempi e i gravi lutti degli amici scomparsi…

«Esco da alcuni anni in cui ho avuto qualche problemino di salute e tanti lutti che mi hanno segnato profondamente. Adesso penso che il mio amico Luciano mi stia proteggendo da lassù. E lo ricorderò anche a Palermo, durante lo spettacolo. Luciano De Crescenzo fa parte della mia cultura e della cultura meridionale in generale.»

Luciano De Crescenzo, Gianni Boncompagni, Mariangela Melato… purtroppo gli amici se ne vanno, Renzo. Ma ci hanno aperto la strada e ci insegnano il cammino.

«Se devo dire la verità, la presenza di Mariangela è costante nella mia vita. È come se ancora oggi lei fosse la mia compagna. Ogni cosa che faccio, da un piccolo acquisto a una decisione importante, mi domando che cosa ne penserebbe lei, come se fosse presente. Grande importanza nella mia vita ha avuto pure Gianni…»

A proposito di Gianni Boncompagni e la tivù, so che Arbore ha in cantiere alcune sorprese davvero sfiziose…

«Stiamo già lavorando in anticipo ad un programma bello, curioso e anomalo che si chiamerà “No, non è la BBC” (come il jingle che avevamo alla radio) e che andrà in onda su Rai 2. Sarà un programma che lo ricorderà come vorrebbe lui, in maniera divertente – d’accordo con Barbara, la figlia; Ugo Porcelli e gli altri collaboratori. Mi dovrò preoccupare anche della prossima stagione autunnale/invernale con “Il caso Sanremo”: per i settant’anni, farò la rilettura del vecchio programma che facemmo con Banfi e Mirabella… e poi c’è Carosone che, con i cento anni dalla nascita, va ricordato al meglio. E chi lo sa che magari non mi capiterà di tornare a Palermo, per ricordarlo proprio l’ultimo dell’anno…»

… Un concerto alla Arbore, un grande artista che porta “on the road” una storia lunga una vita: 28 anni, quelli con L’Orchestra Italiana, dedicati alla valorizzazione e al rilancio della cultura popolare, attraverso la Canzone napoletana classica. E non solo.

«Propongo anche canzoni italiane; faccio un po’ di swing degli anni del dopoguerra; le canzonette umoristiche che io stesso ho riportato alla luce con “Il clarinetto”, quando sembravano destinate a finire con Carosone… Nell’ottantasei convinsi Ravera, che era il direttore artistico di Sanremo, a ridare fiducia alla canzone umoristica e, con Claudio Mattone, scrissi dei brani che furono un successo. Poi ci sono le canzoni della televisione, “Ma la notte no”, “Sì la vita è tutta un quiz”…»

Quale è il peso specifico della cultura musicale oggi?

«La cultura musicale oggi dovrebbe approfittare del web. Io lavoro moltissimo con la rete e, se vuoi sapere in anteprima un’idea che mi frulla per la testa e alla quale tengo davvero tanto, è sposare il web con la tivù generalista. Questa è la vera novità e il vero incremento della cultura! Mamma Rai ha detto che potremmo lavorare assieme e così sto incrementando il mio canale che si chiama Renzo Arbore Channel TV, cominciando a farne la pubblicità anche sui social.»

Un buon utilizzo della rete per aumentare la conoscenza e i meccanismi della musica, i meccanismi umoristici.

«È un archivio meraviglioso! Potrebbe essere una grandissima enciclopedia messa a disposizione di tutti, che si raggiunge in un nanosecondo. Eppure i giovani usano il web quasi esclusivamente per giocare o guardare i video di attualità, mentre i più attempati non hanno ancora scoperto il fascino della rete. Del resto, in alcuni programmi che ho fatto… “Guarda…Stupisci”, “Indietro tutta! 30 e l’ode”, avevo come pubblico i millennials. Ed è proprio a quel pubblico lì che va insegnato quanto abbiamo imparato e quello che loro stessi potrebbero apprendere per andare avanti e riscoprire le fondamenta dell’umorismo della musica, del jazz, del blues; delle origini del rock, delle canzoni d’autore, che sono state sottovalutate anche dalle istituzioni.»

Un ingente patrimonio dell’umanità, con l’unico neo di non essere stato esportato fuori dai confini del nostro Belpaese.

«Dalla, Battisti, De André, in America non sanno nemmeno chi sono. Lo stesso Modugno negli Stati Uniti è conosciuto soltanto per “Volare”, quando alcune sue meravigliose canzoni siciliane, come “Lu pisce spada”, “La donna riccia”, “Cavaddu cecu de la minera”… sono autentici capolavori di poesia, di musica, di cultura popolare vera. In Italia si pensa ancora che la canzone sia la canzonetta. Ma ci sono dei brani che restano giovani, nonostante il passare del tempo. Pensa ad “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini, un’evergreen come le canzoni americane di Gershwin. Servirebbero degli operatori culturali tignosi che, con me, facciano questa operazione di diffusione della cultura popolare italiana. La cultura alta, per fortuna, ha personalità come Riccardo Muti, la tradizione del melodramma; ma la cultura media, quella popolare che è lo specchio di una meravigliosa stagione, pensa a “Caro amico ti scrivo”, ha opere culturali di tre minuti che sono importantissime. Lo scopriranno dopo…»

Lo scopriremo solo vivendo, come dice il poeta.

«Lo dico sempre: la cultura popolare si basa anche sui versi delle canzoni. Tante frasi vengono prese dal giornalismo e dagli intellettuali, ma manca un agitatore culturale autorevole che convinca i Beni Culturali ad intervenire. Mi sto battendo per fare ottenere alla Canzone napoletana il patrimonio dell’umanità. Subito dopo dovrebbe toccare alla Canzone italiana, superiore a quella americana, francese…»

Noi attingiamo a “pozzi culturali” molto più profondi.

«Esatto! Pensa alla musica popolare folk, da quella siciliana a quella milanese del Duo di Piadena, a Rosa Balistreri o allo stesso Modugno che, pur essendo pugliese come me, ma ha fatto musica siciliana e napoletana. La musica è internazionale, altrimenti potrebbe fare jazz solo chi è nato a New Orleans.»

A proposito delle tue origini pugliesi, qualche tempo fa hai dichiarato di essere stato il primo a indossare i jeans a Foggia. Renzo, è l’abito che fa il musicista?

«I jeans furono una rivoluzione culturale viva ancora oggi. Nessuno pensava che sarebbero durati così a lungo. Nel dopoguerra, dopo aver subito i tedeschi, quando abbiamo scoperto lo swing, le canzoni e il ritmo americano, abbiamo sperimentato anche il loro modo di vestire, jeans e camice a quadri… facevano parte dell’americanismo. Nella musica sarebbe bello fare uno studio anche su questo, perché chi fa jazz veste in un modo, chi fa rock in un altro… ci sono quasi delle categorie.»

Ti propongo un giochino: volendola costringere in alcune categorie, che abito faresti indossare alla musica?

«Le farei indossare quello che la musica ha già indossato. Per i jazzisti vanno benissimo gli abiti eleganti che noi sottovalutavamo e che usavano in America, penso a Gerry Mulligan e Duke Ellington; per il rock penso ad Elvis… La musica non si può vestire in un solo modo. Se fai musica accademica, è opportuno vestirsi con lo smoking o con il frac. I Blues Brothers hanno inventato il vestito completo nero con camicia bianca, occhiali da sole scuri e cappello. Nel tempo gli artisti, con la loro fantasia e con la loro ricerca dell’originalità, hanno dato molti stimoli agli stilisti. Io stesso mi vesto, come dice il lookologo D’Agostino, come un clarinettista newyorkese degli anni Quaranta.»

Ti riconosci in questa immagine?

«Sì, perché, in realtà, io rimango molto legato allo strumento che ho scelto, il clarinetto, e al look dei jazzisti che suonavano questo strumento. Quasi tutti erano alti e magri. Come ero io qualche anno fa…» prendendosi un po’ in giro divertito «Ci sarebbe anche qui uno studio da fare. Il trombonista, ad esempio, era solitamente robusto e massiccio. Ognuno aveva una sorta di physique du role.»

A parte il ricordo di un Arbore d’annata, alto, magro, in abito bianco e pennacchio in testa… cos’è che ti piacerebbe realmente condividere di te, non soltanto dal punto di vista professionale ma anche umano?

«Condividerei che noi italiani siamo il Paese con il miglior gusto nel mondo. Siamo il Paese dell’inventiva e del gusto. Pensa agli stilisti, agli architetti come Renzo Piano, alla Ferrari, ad Armani, a Pavarotti, alla musica accademica… E siamo veramente “italiani brava gente”, come ci hanno definito gli stranieri nel dopoguerra. Solo dovremmo ricordarcene, ed è quello che vorrei condividere. Noi italiani abbiamo aiutato e aiutiamo ancora i meno fortunati, Telethon, Unicef…» la Lega del Filo d’Oro, aggiungo io «Siamo forti perché siamo vari. Non c’è paese al mondo in cui trovi la fantasia e la differenza che c’è tra un palermitano e un milanese.»

È acclarato che Renzo Arbore, quanto a fantasia, mestiere e creatività, è una spanna sopra gli altri: cantautore, disc jockey, conduttore radiofonico e televisivo, clarinettista, showman, talent scout, autore, attore, sceneggiatore… e chi più ne ha più ne metta. Ma, in tutta sincerità, cosa vorresti si dicesse di te?

«Il sogno che ho sempre inseguito è di essere definito artista. Sono sempre stato affascinato dalla parola “arte”. Il massimo del complimento in cui mi riconosco è quando mi dicono che sono un grande artista. Ogni cosa di cui mi interesso è legata al mondo artistico. Perfino la politica…»

Mi chiedo chi potrebbe essere il più “artista” tra i politici. Chi potrebbe governare con un sentimento artistico?

«In questo delicato momento di transizione non te lo dico» sorridendo si allunga un po’ sul proscenio, a conclamare l’applauso.

Cos’è che, allora, mi potresti dire? Con imbeccata finale, sul limitare della scena.

«Ti dico che mi piacerebbe ricordare Riccardo Di Blasi, palermitano, il regista che, con la sua arte, ha registrato buona parte della mia vita.»

 

Gino Morabito

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