MIZZICA, RUGGERO SARDO!

Raccontare la Sicilia migliore, ne ha fatto una mission Ruggero Sardo. E, nel racconto di un’isola di selvaggia bellezza e anelante di speranza, lo showman catanese racconta di sé: in maniche di camicia, nei panni del papà premuroso di Beatrice, Vito Paolo ed Isabelle.

La veste inedita di un uomo, la cui estrema riservatezza è direttamente proporzionale all’estro e al brio con cui il noto conduttore televisivo e radiofonico accompagna le sicule giornate da anni.

Aplomb divertito ma elegante, detesta la volgarità fine a sé stessa; da vero gentleman del palcoscenico…

Ruggero Sardo ritorna con una frizzante incursione nel mondo della radio, ed è subito “Mizzica”, il programma giornaliero (prodotto da primaMusica) dove intrattenimento, buone notizie, curiosità e tanto divertimento fanno da contraltare a una società ormai disillusa che cerca sempre più di morderci il cuore.

Dalle frequenze di Radio Studio Centrale, Ruggero Sardo traghetta gli ascoltatori siciliani da mezzogiorno alle quattordici, accompagnato dalla irriverente comicità di Gianluca Barbagallo e Plinio Milazzo.

In un confronto “stuzzicante”, tra aneddoti spassosi e qualche nota di intimismo, divaghiamo un po’ sulla bivalenza di “mizzica” e, quando, tra il serio e il faceto, gli faccio notare che, qui dalle nostre parti, quell’espressione si tradurrebbe con una parola dal significato più pregnante e identificativo di un modo di essere, Ruggero divertito, mi confessa a mezza voce: “Perché minchia in radio non si può dire!.

“Mizzica” su Radio Studio Centrale. Una sorta di ritorno a casa.

«Si tratta di un ritorno a casa, anche perché Studio Centrale, a suo tempo, fu l’unica radio che ebbe il coraggio di affidarmi la conduzione di una trasmissione radiofonica, poiché, rispetto ai miei colleghi, ho fatto il percorso inverso: dagli spettacoli e dalla tivù al mondo della radio. Quando Giovanni Di Prima (il patron di primaMusica, N.d.R.) mi chiamò per propormi l’idea di “Mizzica”, a Studio Centrale, la radio più seguita a Catania, nella fascia oraria che era di “Allakatalla” di Giuseppe Castiglia, inizialmente gli risposi di no. Poi ne riparlammo meglio – Giovanni sa essere persuasivo – e furono quattro anni davvero molto belli. Sì, sono proprio contento di tornare a Studio Centrale!»

Anche a “Mizzica”, come già a “Risuoni”, delle voci illustri salteranno fuori dalla tasca di Ruggero Sardo?

«Alla radio più che mai, perché ogni giorno, per tre ore, dobbiamo intrattenere i nostri amici ascoltatori che sono numerosissimi. Negli anni ho cominciato a creare una serie di personaggi che, via via, faranno capolino dal microfono di “Mizzica”: dalla consacrazione di Camilleri e di Cristiano Malgioglio a “Chi vuol esser fatto santo”, un quiz presentato da Mike Bongiorno; quest’anno riproporremo anche “La corrida” di Corrado e il lunedì giocheremo con gli allenatori e i calciatori… le voci saranno tantissime e, come sempre, creeremo dei personaggi che avranno una caratterizzazione propria: da Mike che era cattivello a Camilleri che era molto ironico, a Sgarbi che insultava tutti… L’imitazione diventa anche un’occasione per far riconoscere ed immedesimare il pubblico in quel personaggio specifico. Ne sentiremo delle belle!»

Ti sento entusiasta, Ruggero! Immagino che la rinnovata gioia di essere padre sarà una marcia in più nella conduzione radiofonica…

«In questo momento è una marcia in meno,» sorridendo divertito «perché mi mancano tante ore di sonno. Io e mia moglie ci siamo ormai abituati a dormire poco e veniamo da un’estate molto impegnativa, per cui penso che, dal punto di vista della presenza fisica, dovrei farcela; l’umore è molto alto! Una bimba che arriva, Isabelle, è una gioia enorme che, sommata alle altre due gioie enormi già presenti a casa, Beatrice e Vito Paolo, rappresentano la benzina necessaria per fare bene.»

Che tipo di padre è Ruggero Sardo?

«Mi piace fare il papà e mi dedico molto ai figli: cambiare il pannolino, fare il bagnetto, dare il latte; alla grande, Beatrice, raccontare le fiabe prima di addormentarsi… Non sono un papà di quelli distanti, che prima pensa al lavoro e poi a tutto il resto. Il mio lavoro, per fortuna, l’ho sempre considerato solo un lavoro; non è mai stato la mia vita. La mia vita è rappresentata dalla mia famiglia: mia moglie e i miei tre figli. Si lavora, certo, e poi, quando si finisce di lavorare, ci si dedica alla famiglia. Credo che questa sia la chiave di lettura della serenità di cui è fatta la mia vita. Una volta rientrati, i problemi, le noie al lavoro devono rimanere fuori dalla porta… Mio padre mi ha insegnato che la sera, a casa, la prima cosa che bisogna portare è un sorriso. Ed io, fino a questo momento, ritengo di esserci riuscito!»

Restando in tema di sorrisi, rispetto a programmi televisivi come “Telesiculissimi”, dove il tuo aplomb è quello di una conduzione elegante, da vero gentleman, si registra nella trasmissione radiofonica più brio, più effervescenza, tante bollicine che scoppiano di buonumore.

«La radio ti dà un contatto più diretto e immediato con l’ascoltatore, quella maggiore dose di brio per poter essere ancora più allegri. E poi ritmo, velocità, per non annoiare mai lo spettatore.»

Qual è la ricetta giornaliera del programma?

«Ormai da anni, cercare di raccontare la Sicilia migliore. Mi sono scocciato di tutti quelli che ci dipingono esclusivamente come gli ultimi al mondo, i trogloditi, gli abitanti oziosi di una terra che aspetta l’assistenza degli altri… purtroppo è vero – non possiamo negarlo! – ma esiste anche l’altra faccia della medaglia, fatta di gente che ogni mattina si sveglia e compie il proprio dovere, con coscienza. Ecco, io vorrei raccontare questa Sicilia e “Mizzica”, un po’ come già “Telesiculissimi”, vorrebbe essere un contenitore di storie belle, importanti; storie che testimoniano quanti (l’atleta, lo sportivo, il politico, l’industriale…) si sono spesi e hanno dato il proprio contributo per cambiare la nostra meravigliosa terra.»

Fabrizio De André direbbe “in direzione ostinata e contraria”. Ruggero Sardo continua a raccontare la Sicilia migliore, fatta dai siciliani per i siciliani. Non credi che sia arrivato il momento di portare questa “buona novella” fuori dai confini dell’Isola?

«Noi, che siamo operatori della comunicazione, strizziamo l’occhio al varietà, allo spettacolo… dobbiamo cercare di portare nelle case il buonumore, la leggerezza, la positività. Questo non vuol dire essere anacronistici, ma raccontare, soprattutto ai ragazzi, le storie di altri ragazzi che hanno coronato il proprio sogno, con lo studio, la dedizione, la competenza… credo sia il modo migliore di esportare la Sicilia. Quando mi capita di trovarmi fuori per lavoro, come accade ormai sempre più spesso, non ultima la finale nazionale del “Cantagiro”, cerco di essere un testimone credibile di questa “buona novella”, di una Sicilia che ha voglia di farsi conoscere in maniera diversa: una terra dove può esistere anche la meritocrazia e non il solito “teletrasporto” che, inspiegabilmente, ti colloca in un altrove migliore dall’oggi al domani.»

Penso anch’io al “Cantagiro” e ti confesso che mi piacerebbe vederti alla ribalta nazionale, impegnato, sia nella conduzione di programmi di infotainment giornaliero, sia di eventi mediatici come Sanremo…

«Butto sempre il cuore oltre l’ostacolo e intanto penso a fare bene il mio lavoro. Quello che faccio in questo momento è la mia Rai: salgo sempre sul palcoscenico come se stessi presentando la notte degli Oscar. Credo sia giusto, devo avere un grande rispetto per il mio pubblico. E, l’unico modo per avere il rispetto del proprio pubblico, è dare sempre il massimo di sé stessi. E io lo faccio.»

Presentatore, conduttore, showman tra i più apprezzati nel panorama siciliano, com’è trovarsi dall’altra parte dell’inquadratura a parlare di sé?

«Parlo poco di me, lo dico con grande sincerità. Per quanto non sembri, sono una persona estremamente riservata, timida; uno a cui non piace mettersi in mostra. Mi rimproverano di essere molto poco social, ma non riesco a fare la foto a mare e scrivere “#FerragostoTime”, dandola in pasto ai follower. Mi sentirei finto. Quella visibilità di cui godo è riconducibile al lavoro che faccio, nel massimo rispetto degli altri e cercando sempre di essere disponibile con tutti.»

A questo punto del nostro confronto, mi piacerebbe domandarti: fossi stato tu al mio posto, cosa ti saresti chiesto?

«Mi chiederei se oggi, voltandomi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto. Nonostante fossi la pecora nera di una famiglia, in cui ero nipote di avvocato, figlio di medico, fratello di notaio e farmacista… e consapevole anche di aver fatto delle scelte sbagliate e degli errori, mi risponderei ugualmente di sì.»

Da pecora nera felice, quale augurio rivolgeresti ai tuoi figli?

«Ai miei figli auguro – sopra ogni cosa – di fare nella vita ciò che realmente desiderano. E, se anche fossero delle pecore nere, che siano delle pecore nere felici! Perché poi, non è affatto vero che le pecore sono brutte, sono rare: perciò più preziose.»

Ricordando il pay off del tuo programma radiofonico, da cosa sei “stuzzicato”?

«… Mizzica la radio che stuzzica… Sono molto stuzzicato ed attratto da tutto ciò che è “contenuto”. Trascorrerei tutto il resto della mia vita a confrontarmi con le persone intelligenti, ma purtroppo diventa sempre più raro.»

A proposito di “mizzica!”, è un’esclamazione che qui da noi in Sicilia verrebbe tradotta con una parola più pregnante, densa di significato, più rappresentativa del nostro modo di essere… Probabilmente, però, sarebbe poco radiofonica. Tuttavia il suo utilizzo è bivalente e la si pronuncia ormai con estrema disinvoltura. Nei confronti di chi, di che cosa, la useresti in senso negativo? E quando ti capitata di usarla in positivo?

«Intanto ci tengo a precisare che la trasmissione si chiama “Mizzica” perché minchia in radio non si può dire» ironico Ruggero. «Nonostante io ami spingermi un po’ oltre con i doppi sensi, detesto la volgarità. Ritengo che nella comunicazione possiamo avere tutti la capacità di fare ridere, senza ricorrere alla volgarità gratuita. “Mizzica perché minchia in radio non si può dire”, qualche volta è stato detto, perché non è propriamente volgare e suscita il sorriso… Ritornando alla tua domanda, ti risponderei che, in senso negativo, lo direi a questo governo. Mi verrebbe voglia di gridare: “Minchia, basta. Non ne possiamo più!”. In senso positivo, invece, lo userei per tutti quei giovani siciliani, ancora troppo spesso vittima del pregiudizio nato per un tatuaggio particolare o il capello tagliato in modo strano; ragazzi con i quali, se ti fermassi a scambiare qualche battuta, ti accorgeresti della loro grande coscienza sociale e che sono collocati benissimo nel tempo e nello spazio. Si tratta di persone molto valide che, nel giro di dieci, quindici anni al massimo, ci lasceranno a bocca aperta. Io credo in questo futuro!»

 

Gino Morabito

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