MASSIMO DI CATALDO, UMANAMENTE UOMO: DAL PROFONDO

Nella copertina del disco è ritratto nel gesto di svelarsi, così come nei testi delle canzoni rivela il suo lato più intimo e nascosto. Massimo Di Cataldo pubblica “Dal profondo” (Dicamusica/Self), il nuovo progetto di inediti, declinato in dieci storie attraverso le quali si sviluppa un discorso sulle relazioni sentimentali, in un immaginario dialogo introspettivo alla ricerca della ragione stessa delle emozioni.

«Un nuovo album che è arrivato pian piano, un suono alla volta, una canzone alla volta. In un tempo che mi è servito per uscire allo scoperto.»

Un disco che arriva in un momento in cui l’uomo, oltre che l’artista, ha bisogno di fare il punto della situazione e la musica gli permette di trasformare il magma dei pensieri in una forma condivisibile con gli altri. Una forma di “comunione” con il pubblico che l’ha conosciuto con quel ciondolo pacifista al collo, outfit da rocker e lunghi capelli sulle spalle… quelle mamme sfegatate che, durante i suoi concerti, ancora cantano a squarciagola “con il cuore”, tramandando alle figlie una maniera possibile di essere autentici. Autentici come il cantautore romano, capace di abitare un’esistenza popolata di lealtà, rispetto, possibilità di esprimere sé stessi attraverso il proprio lavoro.

L’avevamo lasciato con una dichiarazione d’amore per le canzoni di Mogol-Battisti e una reinterpretazione – barbetta incolta e chitarra elettrica impugnata quasi fosse un’arma – di “Con il nastro rosa”. A quella passione che ha influenzato il mestiere di una vita e alla personalità artistica di un musicista capace di uscire ancora allo scoperto, dedichiamo il titolo della nostra intervista: Massimo Di Cataldo, umanamente uomo: dal profondo”.

Massimo Di Cataldo on stage per presentare il suo nuovo progetto discografico, “Dal profondo”.

«Sul palco c’è grande feeling, tanta complicità e divertimento, con una band che suona con me ormai da diversi anni. Presentiamo i brani del nuovo album, dando però molto spazio a quei pezzi del mio repertorio, che ama la gente. Mi piace sentire la partecipazione delle persone, poter ascoltare quello che succede di fronte a me e farne parte. Più che di una forma di spettacolo, potremmo parlare di una “comunione” con il pubblico.»

A quasi dieci anni di distanza dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro in studio, arriva un momento in cui hai bisogno di fare il punto della situazione e la musica ti permette di trasformare il magma i pensieri, le emozioni, in una forma condivisibile con gli altri. Quali sono le riflessioni ad alta voce che vorresti condividere?

«Gli ultimi due anni della mia attività artistica sono stati incentrati su questo nuovo album che è arrivato pian piano, un suono alla volta, una canzone alla volta. Due anni che mi sono serviti per uscire allo scoperto. C’ho messo dentro tutto quel magma di pensieri, di emozioni, cercando di ordinarli secondo uno svolgimento logico, in modo tale che, dalla prima all’ultima canzone del disco, si possa intraprendere un percorso che va dallo scorso inverno, con una glaciazione dei sentimenti, fino al disgelo di un’ideale primavera catartica, una stagione di rinascita che ci porta a vedere i colori, a gioire delle sensazioni che proviamo “dal profondo”.»

“Dal profondo” (Dicamusica/Self) si declina attraverso dieci storie che parlano di relazioni sentimentali. Si tratta di un immaginario dialogo introspettivo alla ricerca della ragione stessa delle emozioni. Le tue di cosa si nutrono?

«Le mie emozioni si nutrono di quello che succede attorno a me. Cerco sempre di lasciarmi sorprendere, soprattutto dalle cose semplici. Ormai siamo talmente assuefatti agli effetti speciali, che non sortiscono più alcun effetto. Vengo rapito da un fiore che sboccia all’improvviso, dal cielo che cambia colore, dai mutamenti della vita, dalla spontaneità di chi mi sta accanto.»

Risali la china con un progetto tutto nuovo che rappresenta il Massimo Cataldo di oggi. Come si articola il tuo lavoro?

«Nel mio lavoro, devo ammettere che non sono molto costante. Non sono un musicista che si dà una tabella di marcia, dalle… alle… Ci sono addirittura delle giornate che non sono produttivo affatto, magari perché sono preso dalle cose del quotidiano, che di creativo hanno ben poco…» sorridendo l’artista «Però, nel momento in cui sono sul pezzo, vado spedito come un treno: non mi fermo fino a quando il risultato non mi soddisfa pienamente.»

I risultati ottenuti a volte non sono quelli sperati. C’è stato un momento del tuo vissuto umano e professionale dal quale è stato difficile risalire?

«All’interno del vissuto di ognuno ci sono dei momenti in cui un uomo vorrebbe lasciare tutto e andarsene, prendere le distanze anche dalle proprie passioni. Perché la passione, a volte, ti fa soffrire. In passato, nella mia vita, ci sono stati dei momenti in cui ho dovuto prendere delle decisioni sofferte. Mi sono chiesto anche se fosse il caso di continuare a portare avanti questa mia necessità di comunicare attraverso la musica e farla diventare un lavoro, al di sopra di tutto.»

 

Una sorta di “sacrificio” nel significato pagano del termine.

«“Fare un sacrificio” non dovrebbe essere percepito come una privazione, una rinuncia in funzione di qualcos’altro. “Sacrificare”, in realtà, mi piace intenderlo come devolvere al sacro il proprio operato; rendere sacri il lavoro che si ama, le proprie passioni… Il sacrificio ha un valore molto più alto di tutto il resto, che viene in secondo piano. Bisogna pur dare un valore alla propria esistenza e, se non avessi fatto la scelta di seguire la mia musica, probabilmente non sarei stato felice.»

C’è stato un periodo in cui la musica, il tuo primo grande amore, sembrava non corrisponderti più. Cosa si era incrinato nella vostra relazione?

«Purtroppo accade che, a un certo punto, dai per scontato. Questo avviene anche nei rapporti umani. Pensi che comunque debba continuare a essere sempre così, perché sei stato fortunato, e che questa fortuna te la porterai sempre appresso. In realtà la fortuna è un punto di partenza, assieme ai talenti che hai ricevuto in dono all’atto della nascita, poi però devi cominciare a metterci del tuo. Non si può vivere di sola rendita: bisogna rimboccarsi le maniche e cominciare a remare. Perché non sempre il vento della fortuna soffia sulle tue vele.»

Massimo, hai mai tradito la tua musica?

«Ho deciso di non tradirla, scegliendo, a un punto di svolta della mia carriera, di staccarmi da alcune imposizioni del mercato discografico e continuare a fare quello in cui credevo. Anche con difficoltà, con quel “sacrificio” di cui parlavamo prima. Oggi ritengo che quella scelta mi stia ripagando, poiché è una soddisfazione grandissima poter fare ascoltare la mia musica, così come la sento, senza dover sottostare alle leggi di mercato e alle mode del momento: non è da me fare il “figo stagionale” che si dimena al ritmo di reggaeton! Sono felice di poter attingere alla mia cultura, al mio bagaglio esperienziale, portando avanti la musica in cui credo, anche con delle contaminazioni – perché no?! – ma sempre in maniera autentica.»

“Ci penserò domani” racconta della volontà di rimandare, il primo passo per non progredire. “Si aspetta che le emozioni diano un responso, ma spesso è solo la vanità che ha bisogno di conferme”. Tu sei un uomo “vanitoso”?

«Non propriamente vanitoso, ma, con il lavoro che faccio, un po’ di eccentricità dev’esserci… Pensarci domani vuol dire anche cercare di avere delle conferme. Delle conferme nei confronti di sé stessi. È una sorta di specchio in cui non si guarda realmente l’altra persona, ma si sta dando ascolto al proprio ego. Quando c’è complicità con qualcuno, quando c’è feeling, si avverte subito. Se ci stai troppo a pensare, allora vuol dire che cerchi di prendere tempo per vedere come va. Ma, alla resa dei conti, non vai da nessuna parte.»

Se pensi al domani, dove si posa il tuo sguardo?

«Mi piace pensare alla mia vita più intima, riservata; alle persone a cui voglio bene, alla mia famiglia, agli amici cari. È uno sguardo che si posa sugli affetti privati. Da ragazzo, magari, guardi avanti e ti auguri il successo, che ti viene spesso paventato come la felicità. Ma si tratta di una felicità effimera, di una “vanità” da intendersi nel senso letterale di vano, vuoto. Se sei fortunato, il successo può durare anche tutta la vita, ma io non vorrei mai esserne schiavo.»

 

Gino Morabito

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