GINO PAOLI, APPUNTI DI UN LUNGO VIAGGIO CHIAMATO MUSICA

D’accordo, lo ammetto: ricevere una lettera da Gino Paoli (parole scandite in formato elettronico, come prescrive la nuova alfabetizzazione digitale, ma pur sempre una lettera indirizzata a me), non vi nascondo, mi ha fatto un certo effetto. Come un dono inaspettato, con gli occhi increduli della meraviglia. A me che, chiamato a dare spiegazioni sul mio nome, rispondevo a tono: “Gino come Gino Paoli”.

G di Gino Paoli e G di Genova, città che identifica l’appartenenza e il sentire poetico di un pregiato chansonnier della musica italiana d’autore. Elegante, raffinato, burbero quanto basta ad alimentare il fascino di una voce unica e inconfondibile, che, invecchiando, migliora come il buon vino.

Una lettera – dicevamo – in cui Gino Paoli si racconta attraverso canzoni interrotte e ricordi che affiorano dai solchi di un vinile che gracchia. Sono gli appunti di un lungo viaggio chiamato musica. Un racconto profondamente umano che si perde nel tempo, per poi prendere via via forma in quei titoli divenuti pezzi di storia da tramandare alle generazioni future.

Il cielo in una stanza, Sassi, Senza fineuno straordinario percorso artistico che ci trasmette intatta la propria sacralità; quasi una liturgia laica da consumare in questa stanza che “non ha più pareti ma alberi infiniti” e musica. Così, ad un tratto, alzo il volume, sento l’emozione arrivare e canto. Dubbioso e felice, corro da indipendente e anch’io mi domando cosa farò da grande.

Negli appunti di un lungo viaggio come quello intrapreso da Gino Paoli si fa tesoro della memoria, di alcune immagini che lasciano il segno, di quegli odori che ricordano l’infanzia, delle voci americane figlie della guerra… Quando è cominciata la tua lunga storia d’amore con la musica?

«Durante la seconda guerra mondiale, dopo aver ascoltato per anni musica di regime (la sola concessa), le prime note che ho sentito furono quelle di Luis Amstrong, ed è stato un colpo di fulmine. Scambiavo i pomodori del nostro orto con i vinili dei soldati americani… La musica che veniva fuori da quei dischi era soprattutto il jazz, che mi ha influenzato tantissimo. Così come mi ha influenzato l’opera, perché son cresciuto con un padre appassionato di lirica che cantava le romanze. Quando ho cominciato a fare musica, così come adesso, non pensavo a scrivere la storia: per me cantare era l’esigenza di esprimere qualcosa.»

Tra canzoni interrotte e ricordi che affiorano dai solchi di un vinile che gracchia, ti immagino lì, in una stanza che non ha più pareti, dove esercitare la libertà di esprimere sé stessi, buttando via tutte le convenzioni per arrivare fino all’essenziale. Qual è l’urgenza che vuoi comunicare?

«Per me la musica è l’esigenza di esprimere le mie emozioni. Credo che i sentimenti e le emozioni siano le cose più importanti della vita e automaticamente, quando scrivo, le cerco lì dove nascono. Una volta Aznavour mi disse: “Alla fine quando scrivi i temi sono sempre gli stessi. Amore e morte, Eros e Thanatos”. Sono abbastanza d’accordo, perché in fondo gira tutto intorno a quello, alle emozioni.»

Amore e morte sono da sempre i temi esistenziali che ci toccano sul vivo e innescano il processo creativo nell’artista, stuzzicandone la curiosità. Ti chiedo: qual è la chiave d’accesso alle emozioni?

«Tutte le mie canzoni sono molto legate al momento in cui le scrivo. Ad esempio, le emozioni di canzoni come “Il cielo in una stanza” sono quelle di una persona di 27/28 anni, ed è chiaro che non possono essere le stesse a 80: se sei onesto esprimerai altre emozioni, legate alla tua posizione umana. In generale siamo abituati a considerare le cose che succedono come immutabili, quindi siamo spesso schiavi del “sempre” e del “mai”. Invece per me le la chiave di tutto sono le domande: il mondo cambia di continuo, e noi con lui. Ogni cosa, ogni azione umana, è il seguito di una domanda. Le domande sono un atto di opzione, di speranza, di ricerca.»

Alla luce di un percorso artistico profondamente umano, qual è la mission per un uomo che sente tutto il peso della “musica leggera”?

«Io ho sempre considerato la canzone “estetica” e non etica: una storia raccontata con gli occhi dell’autore, che spesso non arriva a chi ascolta con il significato con cui lui l’ha concepita. Alla persona arrivano solo emozioni perché la canzone è “un’alchimia”. La musica è un mezzo per dare. Per me ciò che conta è il risultato finale, al di là della melodia e del testo. Se scrivi capace di trasmettere emozioni, allora va bene. Questo vale per le canzoni fatte come “espressione”, che esprimono la personalità dello scrittore.»

Nell’attesa di quella che si preannuncia come una partecipazione straordinaria all’Umbria Jazz di Perugia e l’esibizione ai parchi di Nervi nella “tua” Genova, continuano gli appuntamenti con “Due come noi che…”, in coppia con Danilo Rea, coproduttore di “Appunti di un lungo viaggio”. Amore per la parola musica e stile raffinato a parte, cos’altro ancora vi unisce?

«Con Danilo ormai siamo una “coppia di fatto”, ci basta uno sguardo per capirci quando siamo sul palco: io canto come se suonassi e lui suona come se cantasse. Il tutto seguendo l’emozione del momento.»

Per intere generazioni rappresenti un autentico “mito vivente”, magari un po’ burbero e schivo (caratteristiche che nutrono comunque l’essenza stessa del mito), ma un mito. Tu ne hai uno di riferimento?

«Sicuramene nutro una grande stima grande per Franco Basaglia, che ha fatto la storia della medicina in Italia. Il tema della salute mentale mi ha sempre appassionato e Basaglia si è dedicato con tenacia alla trasformazione dei metodi di cura, promuovendo grandi passi avanti nel trattamento del malato di mente, nella cura, e nel rispetto per la sua persona.»

A proposito di persona, sessant’anni di carriera e non sentirli. Gino, cosa farai da grande?

«Quello che faccio adesso.»

 

Gino Morabito

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