GIANCARLO GIANNINI, JOIE DE VIVRE

Joie de vivre, l’espressione che rappresenta la maturità artistica di Giancarlo Giannini, a poeticare di donne e di vita, con lo charme e l’eleganza di un raffinato interprete capace di emozionare ed emozionarsi.

Mimì metallurgico, Pasqualino Settebellezze, René Mathis… irrompono nella scena, valicando i confini geografici e temporali,

per restituirci vibrante il pathos di una letteratura amorosa dal ‘200 di Cecco Angiolieri al dubbio esistenziale di Amleto. Parole note che, ora battono all’unisono con il cuore di Leopardi innamorato, ora si accendono per il temperamento lirico di Salinas.

In perfetto equilibrio tra musica e poesia, il racconto di un viaggio in cui s’intrecciano sentimenti, passioni, suggestioni di paesaggi e melodie. Buio in sala, fuma sulle labbra la brace di una sigaretta, ritma il jazz. Si parte.

Giancarlo Giannini porta in scena “Le parole note”. Quali sono quelle che caratterizzano la tua vita?

«La gioia di vivere. Quella che insegno ai miei allievi del Centro Sperimentale. Non insegno loro la pausa o come si dice la battuta, insegno la gioia di vivere. Se vuoi recitare, devi capire come andare sul palcoscenico. Come si dice in francese recitare? Jouer. In inglese? To play. Dovete giocare ragazzi! Se non rimani fanciullo, quel fanciullo che intendeva il Pascoli, non farai mai l’attore. Dobbiamo essere noi a raccontare le favole. Bisogna dipingere le scene. Se faccio Romeo e Giulietta, devo dipingere Verona e tutto l’ambiente che circonda la storia. Tu, che mi osservi, sai che si tratta di finzione, ma entri dentro questo gioco con me perché ti piace. Attore e spettatore devono giocare insieme. È un po’ quello che facciamo anche con questo spettacolo. È sempre diverso. Non so mai cosa farò di preciso sul palco. Interagisco con le persone, scherzo con i musicisti, cerco di trasferire al pubblico il senso più profondo delle poesie che leggo.»

Quanto conta la parola improvvisazione nel tuo percorso?

«L’improvvisazione c’entra quando vuoi improvvisare. Ma se mi chiedi se nei film di Lina Wertmüller c’è improvvisazione, ti rispondo di no. La regista sapeva anche se e quando avresti dovuto muovere il dito mignolo… Tuttavia l’improvvisazione può nascere in un dialogo con la regista. Ad esempio, l’arrivo di Mimì a Torino non era previsto così come lo conosciamo. Era una giornata di nebbia, che non faceva vedere nulla. Invece l’arrivo di Mimì era previsto solare. Allora ecco l’idea, ed è questa l’improvvisazione. Avrei dovuto avere la barba, ma non l’avevo, così ho messo una sciarpa. Veniva fuori il fumo e un uomo che se ne sta così, con la valigia di cartone legata con uno spago, sotto la statua di Vittorio Emanuele, al centro di una piazza tra le più famose… Uno zoom che parte da me infreddolito è diventato l’arrivo a Torino. Ma doveva essere tutto diverso. Lì c’è improvvisazione. Per tornare a “Le parole note”, a volte improvvisiamo, a volte no. A volte cambiamo tutto quello che avevamo pensato di fare un attimo prima. Magari propongo un pezzo nuovo, posso giocare con la batteria… Mi manca il marranzano, l’ho perso. L’avevo comprato quando facevo Mimì, era uno di quelli in ferro battuto. Con quel marranzano accompagnavo la Magnani, quando cantavo in siciliano per La lupa.»

Più volte hai tirato in ballo la mia terra, la Sicilia. Da quella grottesca di “Mimì metallurgico” a quella letteraria de “La lupa”, cosa rappresenta per te la terra del Gattopardo?

 

«Se non fossi venuto in Sicilia, prima di fare “Mimì metallurgico…” è partito tutto da lì. Mimì si svolgeva a Catania, io atterrai a Palermo e affittai un’auto. Avevo con me una piccola macchina fotografica, un registratore e sono andato in giro, non tanto per curiosare tra i siciliani, ma per capire questa terra. Sono rimasto un mese e mezzo a girare. Mi sono divertito da morire e ho scoperto una terra straordinaria. Poi, una volta a Catania, ho preso tante informazioni che sono state inserite nel film. Se non avessi fatto Mimì, molto probabilmente non sarei qui a parlare con te. È partito tutto da lì. Purtroppo gli italiani, e anche molti siciliani, non conoscono la Sicilia. Io l’ho girata tutta, in inverno e in estate. Mi piaceva fotografare ogni cosa; andavo nelle case abbandonate; visitavo paesini dove incontravo ragazze bionde e piccoline, e ragazzi con le lentiggini. Ricordo una signorona che alle due del pomeriggio, in una piccola trattoria, mi ha portato un barattolo di pomodoro che aveva fatto lei…»

… La felicità dei gusti semplici, fatta dei piaceri della buona tavola.

«La felicità è anche un buon piatto di spaghetti. Due volte nella giornata abbiamo la possibilità di gustare il cibo, di assaporare questo piacere. E ne sentiamo soprattutto bisogno. Il cibo è un piacere che non ti tradisce mai. Le donne sono anche un piacere, ma quelle ti possono tradire.»

 

Restando in argomento, durante lo spettacolo racconti di un viaggio in cui s’intrecciano amore, passioni, vita. Sentimenti, stati d’animo, esperienze che fanno rima inevitabilmente con donna. Quali parole vorresti dedicarle?

«Le parole dei poeti. Meglio di loro non ne ha mai dedicate nessuno! “Le parole note” è un racconto tramite i versi immortali di alcuni poeti, dal Duecento ad oggi. “Tanto gentile e tanto onesta pare”… Dante dice “pare”, che vuol dire, sia “appare” che “sembra”. Insomma, con la donna, rimane sempre il dubbio, quel mistero intrigante.»

Nella tua esperienza umana e professionale, è più forte il potere evocativo di un suono o di un’immagine?

«Sicuramente di un’immagine. L’immagine, soprattutto quella del cinema, è potentissima. Pensa alla forza drammatica del bianco e nero… La parola viene dopo. Charlie Chaplin, con le sue espressioni, con la mimica, raccontava tutto. Lui non passò subito al sonoro. Fece prima degli esperimenti scientifici, per capire se alle persone arrivasse più un’immagine o un suono. L’immagine arrivava al novantadue per cento al cervello. Allora si capì che, se io dico tavolo, ogni spettatore deve immaginare un tavolo, anche se non lo vede. E ognuno immagina un tavolo diverso. Il cervello perde un po’ di tempo, frazioni di secondo, per identificare quello che si sente. Ho fatto tanti film in siciliano. In “Travolti da un insolito destino…” ci sono delle scene che, sul copione, hanno delle battute, ma d’intesa con la regista proviamo a fare la scena solo con gli occhi. Il sonoro, le battute, non sono serviti a nulla, forse solo una finale…»

Tuttavia “Le parole note” è anche un singolare incontro con la musica, attraverso le canzoni.

«Qualche giorno fa ascoltavamo “E penso a te” nell’interpretazione di Mina, una canzone di Mogol e Battisti. Quando ascolti belle canzoni, è come ascoltare belle poesie. In quel caso, alle parole si aggiungono le note. Se sai suonare come Carlo Fimiani, Aldo Perris e Agostino Mennella del Marco Zurzolo Quartet, amici con i quali condivido il palco da diversi anni, beh allora, in qualsiasi parte del mondo tu suoni, ti capiscono.»

C’è chi sostiene che la musica sia il linguaggio Di Dio. Una parola sulla quale mi piacerebbe tu ti esprimessi è fede: ovvero quella necessità di mistero, quel motore imprescindibile che ci rende curiosi dell’esistenza umana. Riuscendo ad aprire un varco sull’ignoto, verso dove poseresti il tuo sguardo?

«Bella questa! Io insegno la gioia di vivere, quindi i miei occhi si poserebbero su Giacomo Leopardi, su L’infinito… In quindici versi riesce a dire quello che i filosofi hanno elucubrato in centinaia e centinaia di pagine. Sono dell’idea che i poeti siano più filosofi dei filosofi stessi. Nelle parole del Leopardi, quando dice di quella linea oltre la quale non sa cosa si nasconda, c’è dentro tutto: fede, mistero… Che sia credente o no, comunque è una scoperta. E ne ha paura. E, mentre si spaventa, il frusciare del vento tra le piante gli ricorda che è umano. E il naufragar gli è dolce in questo mare… Io lo dico quasi ridendo. Dio, o chi per lui, mi ha dato la possibilità di pensare all’infinito, e lo ringrazio per questo dono.»

Nella suggestiva cornice del teatro Garibaldi di Enna, si consuma poetico il recital di un istrione. La musica si fa intima, l’occhio di bue illumina il leggio e l’inconfondibile voce di Giancarlo Giannini, calda, profonda, a declamare i versi immortali di Dante, le liriche sensuali di Neruda, il Giulio Cesare di Shakespeare.

“Ascoltatemi amici, romani, concittadini…” sono quelle parole note che fanno bene all’anima. Parole che arrivano dritte al cuore con la levità, la classe, la joie de vivre di una delle personalità più rappresentative e carismatiche del grande cinema italiano. Quelle stesse parole, e altre non dette, le dedico al prof. Giulio Aloisi. Ovunque si trovi, grazie!

 

Gino Morabito

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