DE ANDRÉ, VIS POETICA DI PADRE IN FIGLIO

Di Gino Morabito –

L’autenticità di una lirica che smuove le coscienze, canta gli emarginati, difende gli ultimi. Una vis poetica che si trasmette dall’eterno cantastorie a suo figlio, perpetuandosi intatta nel tempo. Cristiano De André torna live con “De André canta De André best of estate 2026”, attingendo dall’immenso repertorio di Faber e portando in tour un omaggio al padre Fabrizio e alle sue canzoni impresse nella memoria collettiva e ancora estremamente attuali.

Essere l’unico vero erede del patrimonio musicale deandreiano.

«È stato un peso opprimente, ora non più. Lo sentivo forte quand’ero ragazzo, perché poi la gente fa molti paragoni. Ogni volta che scrivevo una canzone, che proponevo qualcosa di mio, mi sentivo ripetere: “Eh, ma tuo padre…”. In certi momenti è stato parecchio doloroso, però si cerca di non sentire, di non ascoltare e si va avanti per la propria strada.»

Una narrazione che si nutre di vita vissuta, di aneddoti che traggono origine anche da momenti di tensione, di precarietà.

«I sentimenti che mi animano sul palco sono sempre tanti, anche perché si tratta di canzoni che ho visto scrivere dal vivo. Le emozioni di sentirle nascere è stata fortissima, rimanendo a bocca aperta difronte alla geniale creatività di mio padre. Avrebbe voluto intraprendere un’altra tournée, dopo quella di “Anime salve”, con nuovi arrangiamenti per i suoi brani e mi affidò il compito di farlo. Ci stavo già lavorando, ma poi purtroppo è successo quello che sappiamo.»

Ha deciso, comunque, di portare avanti questo suo desiderio.

«Dopo qualche anno dalla sua scomparsa, con musicisti del calibro di Luciano Luisi, Max Marcolini e Stefano Melone, ho riarrangiato totalmente e registrato dal vivo in vari tour una quarantina di suoi brani, pubblicandoli in quattro album che ho intitolato “De André canta De André”. Mi è sembrato giusto e mi sembra tutt’oggi naturale cantare mio padre, per dare anche alle nuove generazioni la possibilità di sentire le sue opere dal vivo.»

Ogni sera un’emozione diversa.

«Continuo a cantare queste canzoni da tanti anni ormai, ma c’è sempre qualcosa che scopro tra le righe, qualche parola che va a definire meglio un concetto, che conduce a una nuova immagine. Mio padre ha fatto dell’arte talmente alta che non subisce i segni del tempo. È destinata a rimanere per sempre.»

Rileggendo l’opera di suo padre, con gli occhi da figlio.

«Mi rivedo in Faber da giovane, insieme a lui da ragazzo. Mi rivedo con una scelta che ho portato avanti, al di là di tutto, anche con dei conflitti piuttosto accesi con mio padre. Quando però ha capito che un po’ di stoffa ce l’avevo, prendendomi in quel tour a suonare tutti gli strumenti e a curare anche gli arrangiamenti, è stato un cerchio che si è chiuso. Un momento meraviglioso della mia vita.»

Tuttavia, anche per Cristiano si immaginava un futuro diverso.

«Mio padre non voleva che facessi il musicista, mi avrebbe voluto veterinario, a lavorare nell’azienda agricola in Sardegna. Invece ho tenuto duro, perché la musica era la mia ragione di vita. Lui cercava di proteggermi dal confronto, che poi inevitabilmente c’è stato. Ma ho preferito soffrire, pur di fare quello che mi piaceva. In direzione ostinata e contraria, comunque.»

Si ha come la sensazione che il principe libero sia sempre qui, sigaretta accesa e innamorato di tutto. Come una sorta di compagno di viaggio.

«È stato un genitore atipico: molto concentrato sulle sue cose e poco presente come padre. Ha avuto anche un problema di alcolismo durato ventuno anni, che lo ha reso un compagno di viaggio abbastanza difficile. Poi, col passare del tempo, si acquisisce una visione più chiara, si capisce che gli sbagli li commettiamo tutti e si fa pace con il mondo. Alla fine, l’ho perdonato. E mi sono perdonato anch’io.»

L’11 gennaio 1999, a Milano, scompariva l’amico fragile. Ma la sua “buona novella” continua a tramandarsi, autentica, alle giovani generazioni.

«Ne recepiscono già il messaggio, trovando nelle opere di mio padre delle risposte alle loro domande esistenziali. Così si sentono meno soli e questa, forse, è una delle cose più belle che ti possano capitare.»

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