BUON COMPLEANNO, BRIGANTONY! SETTANTA PIÙ UNO E “ANCORA SE LA SENTE”

Alzi la mano chi, in un impeto irrefrenabile di joie de vivre, in preda all’esaltazione musicale culminante con il gesto liberatorio delle braccia aperte protese verso il cielo, quando il conto alla rovescia era partito, non ha urlato a squarciagola – almeno una volta – quel fatidico “The final countdown”, catartico.

In discoteca, alla radio, in tivù, la hit planetaria degli Europe, capitanati dallo svedese Joey Tempest, investì come un’onda sonora la generazione ‘86 di tutte e cinque i continenti. Esattamente un anno dopo, dal Sud della nostra Penisola prendeva il largo una cover “spensierata” di quello stesso brano, ad opera di un menestrello folk made in Sicily: “Stuppai ‘na Fanta (Ho stappato una Fanta)” impazzava per le strade di Catania, ed era festa. Linguaggio colorito e tanto divertimento la cifra artistica di Antonino Caponnetto, in arte Brigantony, che, dal lontano 1976, continua ad esportare la sua Trinacria nel mondo.

Un mondo popolato di migranti e di un’umanità che annaspa, sopravvive, si affanna a sbarcare il lunario; un mondo fatto di persone che parlano l’inglese e tramandano il gusto del dialetto ai propri figli, che mantengono viva la memoria con le canzoni del folklore e quella goliardica spregiudicatezza di chi, alla ragguardevole età di settanta più uno, ne incarna ancora lo spirito originario e se ne fa cantore. “Vamos a pilus”, “A ciolla”, “‘Cò bullu”, “‘U sucu do pollu” sono diventati il marchio di fabbrica di un artista che – con buona pace dei “palati fini” – si è esibito al Madison Square Garden di New York, in quell’America delle opportunità, dove «guai se non canti “Bedda”!»

E Brigantony “Bedda” la canta, nel giorno del suo 71° compleanno, dedicandola idealmente a una Sicilia che vorrebbe meno maltrattata e più valorizzata; un giorno in cui si augura di ricevere in dono una lunga tournée all’estero, per portare ancora l’allegria dei suoi canti infarciti di doppi sensi, critiche alla vita sociale e un’immancabile nota di nostalgia.

Certo è che, imparando a conoscere il nostro Antonino Caponnetto, non si può non rimanere pervasi da una disarmante tenerezza; quella stessa sensazione che si prova nel vedere il proprio caro sorridere, mentre prende un bel respiro prima di soffiare sulle candeline della torta.

Cominciamo dall’inizio: come hai scelto il nome Brigantony? Raccontaci la sua storia.

«Ho scelto il nome Brigantony perché mia nonna Carmela, da ragazzino, mi chiamava “brigante”. A quel tempo aveva una piccola rivendita di generi alimentari e io, ogni volta che andavo a trovarla, le foravo con un ago tutte le uova fresche; poi, non appena finito di berle, capovolgevo i gusci vuoti come se nulla fosse. La povera nonna Carmela, accorgendosi dell’accaduto, mi chiamò “brigante” e così, nel tempo, da quel brigante con l’aggiunta del diminutivo Tony, nacque il nome d’arte Brigantony.»

Quando non sei Brigantony sul palco, cos’è che fai?

«Mi piace camminare, passeggiare per Catania; fermarmi a parlare con la gente. Quando mi incontrano: “Na facemu na fotografia?” (“Potremmo farci una foto?”). E facciamola, che ci costa? È questo il bello: porto avanti un personaggio che è benvoluto da tutti.»

Ripensando alla tua carriera, tra il 1985 e il 1989, cali un poker d’assi servito: “Vamos a pilus”, “A ciolla”, “‘Cò bullu” e “‘U sucu do pollu”. Perché questa ostinazione nell’utilizzo di un linguaggio decisamente colorito e di canzoni quasi esclusivamente in dialetto?

«Ho fatto anche delle canzoni in italiano, le ho registrate per una casa discografica milanese. Nel mio repertorio ci sono pezzi diversi: “Tanti auguri”, “Telefonata d’amore”… che sono diventati tra i maggiori successi all’estero. Anche se all’estero preferiscono il Brigantony siciliano, quello di “Bedda”. “Bedda” è diventata il simbolo di Brigantony nel mondo. In America, guai se non canti “Bedda”!»

“Bedda” in America ha venduto più di ventimila copie! Tu quella terra la conosci bene, ti sei esibito per i tuoi numerosi fan d’oltreoceano decine e decine di volte.

«In America, una volta, gli impresari avevano organizzato degli spettacoli assieme a Claudio Villa e Marcella Bella. Facevamo numeri! Trentacinque giorni di permanenza con tutti i teatri strapieni. Ma, rispetto a loro, con la mia musica e le canzoni in dialetto, io “giocavo in casa”!»

A proposito di casa, ci piacerebbe conoscere la famiglia di Antonino Caponnetto, sapere che rapporto ha con i figli e se lo aiutano nel suo mestiere di cantante.

«Il figlio maggiore si chiama Salvo, ha una bambina di nome Giada (la seconda nipote) e vivono in Argentina. Da piccolo ha studiato pianoforte, ma crescendo ha preferito fare altro. Fu proprio lui, da ragazzino, a darmi lo spunto per la canzone “Stuppai ‘na Fanta”. Poi c’è Giusy, sposata con Uberto, insieme gestiscono una pizzeria; hanno due figli: Eugenio (il primo nipote) e Christopher (il terzo). Giusy ha inciso con me tre canzoni: “Ma su sapi me papà” e “Mamma ritorna”, quando aveva tra i quattro e i cinque anni, mentre invece a quattordici la canzone “Pigghimi i valigi” (cover della hit “Dancig with an angel” dei Double You, che ha spopolato a metà anni Novanta, N.d.R.)…

Ha creato ed è l’amministratrice della pagina Facebook “Maestro Brigantony”, per dar voce ai miei fan. Infine c’è Alessia, che, nelle ultime serate, mi ha seguito come corista. È rimasta vedova giovanissima, perdendo suo marito a causa di un cancro, a soli 37 anni. Ha tre figli: Sophia, Simone e Nicholas, “u nicu da casa” (il piccolo di casa). I miei nipoti sono i miei primi fan.»

Sei ambasciatore della Sicilia nel mondo: dovresti essere tutelato come patrimonio culturale della nostra terra. Ti senti un po’ abbandonato dalle istituzioni locali?

«Dovresti chiedere a loro, se hanno fatto abbastanza. Io, nel mio piccolo, ho sempre esportato la Sicilia all’estero, attraverso le mie canzoni. Io amo la Sicilia, baciata dal mare e difesa dall’Etna, con i suoi paesaggi meravigliosi.»

Tra i tuoi successi intramontabili, “A sucalora”, “Stuppai ‘na Fanta”, “Iaffiu ‘u cuttu” Oggi va di moda il featuring, il duetto. C’è un artista con cui ti piacerebbe esibirti?

«Vorrei ritornare a suonare con il maestro Gino Finocchiaro, il re della fisarmonica. Ci conosciamo da tanti anni, siamo grandi amici e compari di battesimo. Mi piace l’idea di poter creare nuovamente un connubio come ai vecchi tempi, in stile Brigantony folk.»

Restando in tema di desideri, il 24 aprile ricorre il giorno del tuo compleanno. Che regalo vorresti ricevere?

«Vorrei vedere una Sicilia meno maltrattata e più valorizzata, da parte soprattutto di chi ha il potere e le competenze per dare il risalto che merita a questa nostra bellissima terra. Vorrei riuscire a girare ancora il mondo, portando allegria con le mie canzoni a tutti i siciliani che vivono fuori dalla loro amata Isola.»

Tony, i tuoi numerosissimi fan sentono la tua mancanza: hai qualche bella sorpresa in serbo per loro?

«Se la salute e la memoria mi assistono (ho superato ormai il traguardo dei 70), nonostante l’età, sono ancora pronto a salire sul palco per divertirmi in prima persona, ridere, far ballare e divertire tutti i fan brigantoniany. Anche perché ancora “ma sentu… ‘a vuci” (ancora me la sento… la voce! La traduzione in italiano non rende appieno le sfumature che solo una lingua ricca, significativa e significante come il siciliano riesce ad esprimere, N.d.R.)! Con l’aiuto di mia figlia Giusy, vi terrò aggiornati – tramite Facebook – su tutti gli eventi che mi riguardano. Mi raccomando, seguitemi! Per qualsiasi informazione, scrivete alla pagina ufficiale “Maestro Brigantony e vi risponderò il prima possibile. Mando un caloroso abbraccio a tutti i fan brigantoniany nel mondo.»

Soffiate le candeline sui settanta più uno – passatemi l’espressione – “stuppiamoci ‘na Fanta” e brindiamo alla salute di Antonino Caponnetto, che, indossati i panni artistici di Brigantony, ha rappresentato e rappresenta il calore e i colori tipici della terra di Sicilia nel mondo.

Buon compleanno, Tony! Ti auguriamo un concerto al giorno; di continuare a divertirti e far divertire il tuo pubblico, rimanendo sempre te stesso. E adesso, come direbbe il Maestro, ciao buonasera.

 

Gino Morabito

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