BELLEZZA, MEMORIA, EMOZIONE. LA MUSICA SECONDO RED CANZIAN

Parlandomi di sé, si mette a nudo. Con estrema naturalezza mi rende partecipe di alcuni momenti privati che toccano le corde più intime del dolore e della speranza.

Il racconto inedito di Red Canzian è quello di un uomo in cui la forte personalità artistica trova ispirazione e nutrimento nell’insaziabile fame di vita e di musica, che fluiscono nella stessa anima.

Confrontiamo i nostri bagagli della memoria; scivoliamo sul tempo e il suo incedere solenne, ora quel correre all’impazzata, travolgere gli eventi. Mi racconta di quando sir Paul McCartney gli propose di suonare il basso Hofner insieme e di come accettò di farsi ritrarre nella foto di famiglia, la famiglia Canzian al gran completo.

Tradisce emozione, confidandomi di stare ultimando l’opera rock della sua vita, ambientata nella Venezia di Goldoni, di Tiepolo, di Canaletto, di Casanova… Quella sua stessa Venezia che insegnò al mondo l’arte, la finezza, la bellezza. Torna con la memoria all’età dei diciassette, a quella prima esibizione in un festival che vinse cantando “Yesterday”. Ride divertito mentre mi descrive l’improbabile look da rockstar di un ragazzo che – pochi soldi in tasca – aveva già ben chiaro in mente quello che sarebbe diventato. Gli occhi brillano, il tono è appassionato, le vibrazioni aumentano.

Da autentico testimone del tempo, Red Canzian fa rifiorire tutta la bellezza di quel periodo magico in cui è nata la Musica con la emme maiuscola, quando Little Richard cantava “Tutti frutti” e i Beatles avevano ascoltato Elvis Presley, ispirandosi a quel rock and roll da urlo.

Sul palco, Red è felice di suonare quella musica, perché fa bene al cuore e ci parla attraverso le canzoni della nostra vita. Vittima anch’io di quel “virus benefico che ti entra sottopelle e dal quale non guarisci”, sarei stato lì ad ascoltarlo per ore.

“Testimone del tempo tour”, le canzoni della nostra vita secondo Red Canzian. Un concerto-narrazione che ripercorre la più bella musica del mondo dagli anni ‘50 ad oggi. Ripensando ai brani che avrebbero fatto parte del progetto, immaginavi la resa live?

«Ho chiamato “Testimone del tempo” anche il concerto perché sono un uomo che quelle cose può raccontarle, in quanto le ha vissute davvero. Ho avuto la fortuna di vivere quel periodo in cui è nata la Musica con la emme maiuscola, quando Little Richard cantava “Tutti frutti” e i Beatles avevano ascoltato Elvis Presley e, con la loro “Love me do”, si ispiravano al suo rock and roll meraviglioso e tutta quella musica che ha poi incoronato il loro percorso. Sono felice di suonare questa musica, perché è una musica che fa bene al cuore, è una musica che aggiusta il DNA. L’unico rammarico è stato dover lasciare a casa tante canzoni che avrei voluto inserire ma il concerto rischiava di durare dodici ore…»

Qual è stato il discrimine per l’inserimento dei pezzi in scaletta?

«Si va a passioni; si scelgono quei brani che hanno la resa migliore suonati con la band, osservando le facce dei tuoi musicisti mentre li eseguono: se si divertano a farne più uno rispetto a un altro. Si tiene comunque conto della narrazione filologica che deve seguire un percorso ben preciso: ad esempio, “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan dev’esserci poiché è collegato a “Brennero 66” dei Pooh: due canzoni di protesta che denunciavano, l’una la guerra nel Vietnam, l’altra gli attentati su al Brennero nel 1966. Canzone peraltro, quella dei Pooh, che fu censurata, perché certe cose, a quei tempi, non si potevano mica dire.»

Porti in giro uno spettacolo, prodotto da DM Produzioni di Danilo Mancuso, che tocca alcune delle piazze e dei festival più belli d’Italia. Qual è l’urgenza che, da quasi cinquant’anni, ti spinge ad imbracciare ancora il basso Hofner e affrontare il tuo pubblico?

«Quando ci siamo fermati con i Pooh, il mio unico problema era come riempire di musica la mia vita. Perché comunque uno può smettere di far parte dei Pooh – anche se Pooh lo sarà per sempre – ma di sicuro non può smettere di fare il musicista. La musica è un virus benefico che ti entra sottopelle e dal quale non guarisci. Gli amici con i quali sono partito nel ‘65-‘66 (oggi uno fa l’avvocato, uno è il mio dentista, l’altro fa l’assicuratore) si ritrovano ancora tutti i giovedì a suonare in cantina. Perché la musica è qualcosa che li ha fatti stare bene, li ha fatti gioire. E lo stesso vale per me. L’urgenza arriva proprio da quest’amore, da questa passione. Sono stato operato il 13 aprile del 2018 per un tumore a un polmone e il 23, dopo solo dieci giorni, ancora con le cannule dei drenaggi, ero già sul palco a fare le prove… e sono partito in tournée.»

Affronti un meraviglioso viaggio nella nostra memoria che passa per Tutti frutti, She loves you, Shine on you crazy diamond… Attraverso le tue proposte musicali, ci racconti Elvis Presley, i Beatles, i Pink Floyd… C’è un aneddoto personale che ti lega a questi miti immortali della musica?

«Sicuramente l’incontro con Paul McCartney, tre anni fa, per realizzare un video contro il maltrattamento degli animali. Paul si divertì molto nell’apprendere che, oltre al grande amore per gli animali che ci accomunava, anche io fossi un bassista come lui e che – come lui – anch’io facessi parte di una band storica. Poi gli dissi che avevo il basso Hofner, come lui, e molto carinamente mi propose di andare a suonare qualcosa insieme. È stato un incontro davvero emozionante! Credo di essere l’unico artista italiano ad avere delle foto con Paul McCartney insieme a tutta la mia famiglia.»

Dunque, amore per gli animali percepiti come figli. A proposito di figli, qual è la canzone a cui sei più legato?

«Di “figli” meravigliosi che mi girano intorno ce ne sono tanti. In “Testimone del tempo tour” propongo “Uomini soli” (un brano che abbiamo sempre eseguito in quattro) e lo faccio completamente da solo. È un’emozione unica, e devo ammettere che mi viene anche molto bene. Poi, nei miei concerti, faccio di tutto: canto “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco e “She loves you” dei Beatles, passando per “Emozioni” di Lucio Battisti. Vado alla ricerca di quelle canzoni che sono state un momento emotivo fortemente significativo, che molto probabilmente ha contribuito a farmi scegliere questo mestiere e a farmelo amare ancora di più.»

Qual è stato il momento esatto in cui ti sei detto: “Voglio fare il musicista”!”?

«Avevo il dubbio che mi piacesse la cosa» ridendo di gusto «ma lo decisi definitivamente una sera. Avevo diciassette anni, ero sul palco di un festival – all’epoca non ero di certo all’altezza di potermi esibire di fronte al pubblico, però mi piaceva cantare – e vinsi proprio con un pezzo di Paul McCartney, cantando “Yesterday”. Mi ricordo che, quando vinsi quel festival, comunque importante perché lo presentava già Pippo Baudo, capii due cose: se mi avessero voluto tirar giù da quel palco, avrebbero dovuto abbattermi, perché quella era la mia vita. La seconda cosa era che avevo un look improbabile, sembravo il figlio segreto di Vittorio Sgarbi: per cui cominciai a costruirmi il look da rockstar. A quei tempi ero convinto di essere già una rockstar, anche se lo sapevo solo io» concludendo divertito.

“The times they are a-changin’” diceva Bob Dylan nel 1964. A distanza di 55 anni, che tempi stiamo vivendo?

«Tempi molto aridi, molto spigolosi, che fanno male a tanta gente. Per contro, c’è una giovane generazione, meravigliosa, che invece guarda avanti. Mi sono letteralmente innamorato di quella ragazza svedese, Greta Thunberg, che è arrivata qui a dirci cosa dobbiamo fare, se vogliamo salvare il nostro mondo. Sono ammirato per l’impegno di questi ragazzi nei confronti dell’ambiente e soprattutto per la cura che riversano nei rapporti umani. Moltissimi di loro, di questi millennials, sono figli di genitori separati e hanno subito questa scelta. Sono sicuro che faranno di tutto per essere degli ottimi mariti e delle ottime mogli, e che si sforzeranno di costruire delle famiglie stabili. È un tempo misto il nostro, che ogni tanto va veloce e ti fa sbattere contro le pareti, e ad un tratto diventa armonioso e melodico. Credo che i contrasti ci siano stati in ogni epoca ma la nostra, purtroppo, non è accompagnata da una buona musica; sento nell’aria una musica che non mi fa vibrare affatto!»

Restando in tema di vibrazioni, com’è che racconteresti i Pooh alle nuove generazioni dei millennials?

«I Pooh erano quattro ragazzi di provincia, figli di operai, che non sguazzavano nell’oro e hanno imparato ad apprezzare tutto quello che, con impegno e sacrificio, sono riusciti ad ottenere nel tempo. Hanno sempre investito nel loro lavoro ma soprattutto hanno sempre creduto nella bellezza del loro sogno. Un sogno che ha lasciato un’impronta, per chiunque la voglia vivere e ascoltare.»

In cinquant’anni anni di storia umana e artistica, cos’è che sei riuscito a cambiare del tuo mondo?

«Nel mio mondo ho cercato di crescere e di migliorarlo. Si parte giovani, arroganti e sbruffoni, perché, quando arrivi al successo a vent’anni, ne vieni travolto; poi, crescendo, ti accorgi che quanto stai facendo non è la giusta chiave di lettura per quella condizione di vita così bella che ti è capitata. Allora, se sei un uomo intelligente – e io reputo di essere tale -, impari a smussare tutte le spavalderie e ad abbassare i toni: più vai avanti e meno devi dimostrare di essere intelligente a tutti i costi, perché la gente si accorge di chi sei. Allora diventa importante il segnale da lanciare: anche chi sembra essere arrivato, è comunque un uomo che ha tanto da imparare, con molti traguardi ancora da raggiungere. Questa voglia di andare avanti, di continuare a crescere, ti fa rimanere con i piedi per terra; ti fa restare una persona umile.»

Qual è il traguardo più ambito che hai raggiunto, il sogno più bello che hai realizzato?

«Ho ancora un milione di sogni da realizzare! In questo momento sono chiuso in studio col violoncello e l’oboe, a lavorare all’opera rock che ho scritto sulla Venezia del ‘700: quella di Goldoni, di Tiepolo, di Canaletto, di Casanova… Una città che, seppur in un periodo di decadenza, insegnava al mondo l’arte, la finezza, la bellezza. Sto lavorando a queste due ore e mezza di musica e sarà l’opera della mia vita. Vorrei presentarla a Venezia l’anno prossimo, con trenta persone sul palco e un gran lavoro alle spalle.»

Cos’è per te la vera bellezza?

«La bellezza è tutto ciò che non è costruito. La bellezza è mio nipote Gabriel, di due anni e mezzo, che si sveglia al mattino e mi corre incontro, e non pensa a nient’altro se non alla voglia di farsi prendere in braccio dal nonno. La bellezza è tutto ciò che è spontaneo, perché tutto ciò che è spontaneo arriva in modo naturale, anche al nostro cuore. Ci sentiamo bene per un tramonto, per una luna che si specchia sul mare, per il sorriso di un bambino, per quelle note che ti fanno vibrare nell’anima. La bellezza della normalità, dell’essere naturale. Questo è ciò che dura nel tempo.»

Nella mia visione romantica, immagino il tempo come un anziano signore distinto, con l’orologio da taschino. Tu come? Qual è il più grande insegnamento che ti ha dato?

«Anche per me è un signore elegante che, ogni tanto regala momenti di spessore e, se li sai cogliere, riescono ad essere davvero significativi. Nel mio caso ride un po’ sotto i baffi e si prende gioco di me. E io di lui. Ho con il tempo un rapporto abbastanza da incosciente: penso di essere eternamente giovane e faccio progetti a lunghissima scadenza… Col futuro ci gioco, del passato faccio un buon uso della memoria storica, ma quello che del tempo mi dà certezza è soltanto il presente.»

Cos’è che più ti spaventa?

«L’unica cosa che davvero mi spaventa è quello che è successo alla mia povera mamma, che è morta il 17 novembre scorso a 98 anni. Mi spaventa perdere la coscienza! Negli ultimi tre anni, era stata colpita da demenza senile, attraverso la quale ha smesso di riconoscermi come figlio. Mi riconosceva come una persona gradevole – certo -, come riconosceva l’infermiere che la curava. Trovo che sia davvero terribile questo tipo di degenerazione! Ritengo meraviglioso poter vivere anche fino a cent’anni e riuscire a tramandare qualcosa della propria esperienza a chi ti sta attorno.»

Nella tua esperienza umana e professionale, accade a un certo punto che le band si sciolgono. Esiste qualcosa che duri per sempre?

«Credo che per sempre non ci sia nulla. Potrebbe esserci l’amore per un figlio, ma anche quello è destinato a finire, poiché, prima o poi, succederà inevitabilmente che tu te ne andrai e dopo lui farà lo stesso. Anche il mondo così come siamo abituati a conoscerlo a un certo punto finirà. Di eterno non esiste nulla – è vero -, però possiamo fare in modo che le cose “a lunga scadenza”, non siano soltanto longeve, ma siano anche belle.»

Red, prima di salutarci, non potevo non chiedertelo: chi fermerà la musica?

«Se la piantassero di scrivere brutte canzoni, nessuno! Perché, di gente che ha voglia di sentire belle canzoni in giro ce n’è ancora tanta.»

 

Gino Morabito

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