ANGELO BRANDUARDI: “LA MUSICA È UNA VISIONE”

«La musica è una visione

Il percorso di spiritualità, che aveva avuto inizio con le canzoni ispirate alla tradizione orale degli indiani d’America per proseguire con il lavoro dedicato al Santo di Assisi, porta Angelo Branduardi alla riscoperta dell’opera di Hildegard von Bingen.

«La musica è nata con la religione,» racconta il Menestrello nato a Cuggiono nel 1950 «con lo sciamano che faceva da tramite tra l’uomo e Dio.»

Un’espressione artistica concepita per essere la forma più alta dell’attività umana, quella che “meglio riflette l’ineffabile suono delle sfere celesti”. La musica come rappresentazione del divino, del trascendentale, dell’immanente; di qualcosa che, da infinitamente grande, viene ricondotto alla condizione di infinitamente piccolo. Per abitare dentro il cuore di ognuno e far vibrare l’anima. Come la musica di Angelo Branduardi.

A sei anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, “Il rovo e la rosa”, Angelo Branduardi ritorna a cantare la spiritualità. Da cosa è rappresentata la spiritualità in una società come la nostra dove vige il più prosaico culto dell’effimero?

«L’interesse che ha suscitato in mezza Europa la mia proposta controcorrente di cantare Hildegard von Bingen mi fa realizzare che, anche in un delicato frangente come questo, resta comunque lo spirito. Ennio Morricone, mio grande amico con cui ho suonato tante volte, dice: “La musica è l’arte più astratta, quindi la più vicina all’assoluto”. Chiamatelo come volete, assoluto, o con qualsiasi altro nome, io gli do ragione: la musica è una visione.»

Anche una semplice canzone, bella, è una visione.

«Vedere al di là della porta chiusa… È insita nella struttura musicale la coscienza dello spirito. Poi, ovviamente, c’è anche il corpo. Altrimenti non esisterebbe la danza.»

Platone fu tra i primi a parlare di un’“anima mundi”. Qual è l’anima raccontata da Branduardi?

«È l’anima di uno che cammina. La mia non è un’autostrada, in quarantasei anni di carriera non lo è mai stata. È un cammino dove tante volte ho sbagliato, son caduto e mi sono rialzato. I musicisti sono delle persone ipersensibili, a volte sono un po’ degli emarginati di lusso.»

Emarginati di lusso alla continua ricerca della perfezione stilistica, dell’armonia degli accordi…

«Un po’ come i cavalieri della Tavola Rotonda che facevano la Ricerca, con la R maiuscola, quella del Santo Graal. Probabilmente sapevano che non esisteva, ma la ricerca, il cammino, erano fondamentali.»

Dunque anche tu sei alla ricerca. Di cosa?

«Anch’io sono alla ricerca, non so bene di che cosa. Spero solo di non trovarla. Perché, nel momento in cui la trovassi, forse, il cammino finirebbe e non ci sarebbe più impulso, né temperamento.»

Prima si faceva riferimento a Hildegard von Bingen. “Il cammino dell’anima” trae origine dall’opera visionaria di questa monaca reclusa, divenuta poi santa, per la quale l’anima è “sinfonica” e trova la propria espressione nell’atto musicale. Dunque la musica è rappresentazione del divino, del trascendentale, dell’immanente… potremmo dire di qualcosa che, da infinitamente grande, viene ricondotto alla condizione di infinitamente piccolo, per essere compreso da tutti.

«La musica è strettamente collegata alla religione. Il primo musicista era lo sciamano, che parlava e cantava con una voce strana, cercando di imitare quella del creatore e di rappresentare il proprio popolo nei confronti dell’assoluto. Questo è incontrovertibile. Dopo lo sciamano c’è stato il mago. Così, nel tempo, abbiamo avuto musica sacra e musica profana.»

Prima, per fare musica, la cosa più semplice era battere le mani.

«Probabilmente questa è stata la prima forma musicale, seguita poi da quella cosiddetta a “intervallo unico”, che, guarda caso, è “Alla fiera dell’est”. Solo due note,» canticchiando il celeberrimo motivo «una delle forme musicali primitive più antiche.»

La musica nasce per essere la forma più alta dell’attività umana, “quella che meglio riflette l’ineffabile suono delle sfere celesti”. Oggi si traduce nel concetto di arte per l’arte?

«Ai tempi che furono, la musica era legata a qualsiasi momento della vita dell’uomo: c’era la musica per nascere, per morire, per raccogliere il grano. Dopo, la musica si è staccata dalla vita, il che non è necessariamente un male. Anzi. Nasce il concetto romantico dell’arte per l’arte.»

Pensavo che l’anima non cede, ma il diavolo è tentatore. Tu da chi, da che cosa sei stato tentato, lungo il tuo cammino? Ti è capitato di cedere?

«Come dice Oscar Wilde: “L’unico modo per resistere alle tentazioni, è cedervi”. E io cedo alle tentazioni, perché lì si annida la novità musicale che ti fa creare.»

C’è un vizio che reputi necessario alla tua condizione di musicista?

«La curiosità e la trasgressione. Trasgredire vuol dire fare un passo avanti e normalmente nella trasgressione c’è anche la creatività.»

 

Gino Morabito

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