Di Paolo Miano –

Fra i protagonisti principali con i Denovo di quella operazione generazionale che, a partire dagli Ottanta, ha portato allo svecchiamento della scena musicale catanese, fino ad allora associata principalmente al pop melodico dei fratelli Bella o di Umberto Balsamo, Mario Venuti ne è diventato nel tempo uno degli artisti simbolo e sicuramente, dopo Franco Battiato ed insieme a Carmen Consoli, quello di maggior successo.
Mario Venuti incontrerà il suo pubblico il prossimo 24 luglio 2021 all’arena villa Dante (ME), presentando in acustico, oltre i brani del suo repertorio, alcune delle canzoni che faranno parte del nuovo disco. Il live ha la produzione artistica di Tony Canto, che sarà sul palco assieme a Neney Bispo Dos Santos, Vincenzo Virgillito e Manola Micalizzi alle percussioni e cori. Un evento a cura di Puntoeacapo Concerti.
Una carriera quasi quarantennale, la sua, in cui da solista ha successivamente esplorato vari generi musicali partendo dal tropicalismo dei suoi esordi – ricordiamo il successo internazionale di Fortuna – al pop-rock di Veramente, alle influenze della musica classica dell’album L’ultimo romantico, alla house anni Novanta di Caduto dalle stelle.
«Se non avessi fatto il musicista, probabilmente sarei stato uno dei tanti architetti di interni. Fortunatamente la musica è arrivata in tempo per salvarmi, avevo circa quindici anni e frequentavo l’istituto d’arte. Quando mi sono diplomato i Denovo erano già avviati, perciò non ero più interessato a nient’altro. Mi iscrissi a lingue solo per rimandare il militare. Se mi guardo indietro sembra un’altra vita, di acqua e di musica ne sono passate sotto i ponti e già solo il fatto che sia ancora qua a farla è motivo di grande soddisfazione. A di là delle vendite o delle classifiche, è stata qualcosa che mi ha tenuto vivo e mi ha dato entusiasmo.»
Una longevità di cui non godono tutti gli artisti.
«In questi anni me ne sono visti passare davanti tanti, che, dopo qualche successo clamoroso, purtroppo per loro, non hanno avuto più seguito. Io magari non ho avuto quelle impennate di vendita ma mi sono costruito una mia nicchia che mi ha garantito questa longevità ed anche la possibilità di non scendere a compromessi nelle mie scelte artistiche. Anche le case discografiche mi hanno sempre lasciato libero e non mi hanno mai fatto pressione più di tanto per operazioni commerciali di dubbio gusto. Magari ci sarà qualche canzone meno riuscita, è fisiologico, ma non rinnego una singola nota di quello che ho scritto.»
Dopo averci deliziato durante il lockdown con alcuni suoi brani in versione live casalingo, poi raccolti nell’EP Casacasa live, un tuffo artistico nei favolosi anni Sessanta.
«Dopo la pubblicazione dell’EP, chiuso in casa per il lockdown, piuttosto che scrivere roba nuova, mi è venuta voglia di cimentarmi con canzoni di altri, soprattutto canzoni del passato. Una in particolare, mentre la suonavo con la chitarra classica, ha preso una piega più brasiliana. Così mi è venuta l’idea di realizzare un disco di canzoni italiane molto popolari, restituite però in salsa tropicale. Allora ho coinvolto il mio amico Tony Canto ed insieme abbiamo selezionato quelle che ci sembravano più adatte, coprendo un lasso di tempo che va addirittura dagli anni Trenta al Duemila, concentrandoci maggiormente sui favolosi anni Sessanta.»

Canzoni molto popolari, niente di particolarmente raffinato, ma che si sono guadagnate la loro dignità entrando nell’immaginario collettivo.
«Dignità che ho cercato di accentuare attraverso degli arrangiamenti sobri ed eleganti ed abbassandone la tonalità per renderle più confidenziali, eliminando quindi l’enfasi “urlata” tipica delle nostre interpretazioni. Anche armonicamente e ritmicamente le abbiamo arricchite alla maniera dei brasiliani ed ho avuto la fortuna di avere la collaborazione, anche se a distanza, di musicisti del calibro di Mauro Refosco e Marcelo Costa. Il tutto mantenendo un’atmosfera minimale, con pochi strumenti essenziali.»
Una scelta di distribuzione controcorrente rispetto alle attuali logiche di fruizione della musica.
«Sono arrivato ad una fase di maturità in cui ormai seguo la mia strada, disinteressandomi relativamente a ciò che invece mi succede intorno. Non posso mettermi ad inseguire i ragazzini, sarebbe ridicolo, hanno i loro linguaggi che non mi appartengono. Faccio quello che so fare e lo faccio a modo mio. Ovvio che poi questo materiale andrà in streaming, non sono fuori dal mondo, ma ci tengo a sottolineare l’operazione che abbiamo voluto fare con i quattro singoli che verranno man mano pubblicati su 45 giri in vinile bianco, in edizione limitata di 300 copie autografate, per un totale di 8 delle 11 canzoni che costituiranno l’album.»
La volontà di rendere omaggio anche all’epopea del 45 giri, il formato tipico con cui quelle canzoni all’epoca sono diventate popolari…
«… e contemporaneamente offrire un oggetto bello da possedere, quasi un feticcio a cui gli appassionati possano affezionarsi, in un’epoca in cui la musica “liquida” rischia di diventare “gassosa”, senza niente che ti resti in mano. Le copertine saranno delle foto di Monica Silva, un’affermata fotografa brasiliana, in cui indosso un abito dal taglio italiano con un cappello alla Carmen Miranda, a sottolineare questo legame Italia-Brasile. I quattro singoli potranno essere raccolti in un cofanetto e componendo insieme le etichette circolari dei dischi, si otterrà il titolo dell’album.»

Quella delle cover può essere un’operazione rischiosa dal punto di vista del mercato discografico.
«Purtroppo in Italia, una frangia nutrita di ascoltatori avversa le cover, non gradendo le rivisitazioni che si possano fare di canzoni alle quali ci si è affezionati nella loro versione originale. Alcuni network radiofonici, per esempio, di recente hanno smesso di passare cover in seguito a proteste e critiche subite da molti ascoltatori. So bene che questi miei singoli rischiano di non avere alcun passaggio in radio, nemmeno negli ambiti dove sono abitualmente programmato. Spesso si pensa che si facciano cover per mancanza di idee e per arruffianarsi il mercato ma non è così: tutt’altro, abbiamo cercato di essere sorprendenti, di offrire un punto di vista diverso su queste canzoni.»
L’identificazione di Mario con la città di Catania è immediata per qualsiasi appassionato di musica, tanto da chiedersi quanto questo influenzi la sua produzione artistica.
«Probabilmente sì ma in modo inconsapevole, non credo ci sia un collegamento diretto. Certamente mi arrivano degli input, delle ispirazioni ma per mia indole non mi piace l’oleografia. Non ho mai fatto canzoni-cartolina, nemmeno quando ho voluto decantare la bellezza di un luogo. Anche rispetto al dialetto siciliano ho un certo distacco, lo uso all’occorrenza nel parlato quotidiano ma solo occasionalmente nelle canzoni. Mi esprimo meglio in italiano. Però sono molto radicato nella città, pur con tutti i suoi problemi. So di essere un privilegiato, perché posso permettermi di prenderne il bello, cioè la vita sociale, poter incontrare le persone senza bisogno di chiamarle, questa familiarità quasi da paese in un contesto comunque di città grande ma non troppo, quindi né dispersiva né soffocante. Alla fine Catania mi dà quello che mi serve.»
Il pensiero corre inevitabilmente a Franco Battiato, purtroppo scomparso.
«Sono doppiamente dispiaciuto, perché ho perso un artista di riferimento e un amico. È sempre stato affettuoso e disponibile con me, anche quando gli ho chiesto di partecipare ad un paio di mie canzoni. Anche il disco dei Denovo prodotto da lui è stata un’esperienza significativa, perché è stato più di altri colui che ci ha fatto venire fuori per quello che eravamo veramente. Ci siamo frequentati spesso ma confesso di aver diradato quando ha cominciato a dare segni di cedimento, anche se continuavo a riceverne notizie da Luca Madonia, perché preferivo conservare il ricordo della persona energica, carismatica che era, con la sua presenza fisica così imponente. Nel privato era ben diverso da quella che era la sua immagine pubblica, così meditativa, quasi ieratica. Era sempre molto allegro, propositivo, spiritoso e questo suo lato umano, familiare, è il ricordo più bello che ho.»

Una nota finale su uno scottante tema di attualità, il Ddl Zan.
«Non posso che essere a favore e mi dispiace dell’ostruzionismo che sta ricevendo. È una legge necessaria, non lede affatto la libertà di pensiero ma quella di azione. Non si può pensare di picchiare un ragazzino soltanto perché gay. La mancata accettazione è una ferita che ci si può portare a lungo nel tempo.»