Di Gino Morabito –

Non si limita a far sorridere: porta in scena uno sguardo irriverente sulla quotidianità, sulle relazioni e sulle contraddizioni della vita, dimostrando che l’ironia, quando è autentica, può diventare una forma di racconto capace di parlare a tutti.
Katia Follesa torna a teatro con uno spettacolo che la vede per la prima volta sola sul palco. Scritto a quattro mani con Angelo Pintus e diretto da Mauro Simone, presenta al pubblico lo show “No vabbè MI adoro”. Un viaggio nelle contraddizioni della quotidianità, nelle relazioni e negli stereotipi che ci portiamo addosso. Un’occasione per incontrare un’artista più libera, consapevole e pronta a trasformare anche le fragilità in materia comica.
Quanto bisogna amarsi per riuscire davvero a ridere di sé?
«Bisogna amarsi molto e avere una buona dose di autostima, perché non è affatto semplice. Siamo continuamente sollecitati, soprattutto nell’epoca dei social e degli smartphone, da immagini e modelli che non corrispondono alla vita normale. Ci confrontiamo con qualcosa che ci sembra migliore o diverso da noi e finiamo per fare fatica ad accettarci.»
Più di una battuta, un manifesto.
«Esattamente. “No vabbè MI adoro” è un invito a ritrovare l’autostima. Un po’ come la Sicilia: non deve vestirsi, non deve mascherarsi per piacere agli altri. È bella così. E noi dovremmo imparare a fare lo stesso.»
Quanto c’è di Katia Follesa in questo titolo così sfacciato? E quanto, invece, è una presa in giro di quell’ego smisurato che tutti abbiamo incontrato almeno una volta?
«C’è moltissimo di me, ma c’è anche un modo di dire ormai entrato nel linguaggio comune: “No vabbè, adoro!”. Io faccio un passo in più: non adoro soltanto le cose e le persone intorno a me, adoro anche me stessa. Posso apprezzare tutto il resto, certo, ma devo partire dall’accettazione di chi sono. È questo il salto da fare.»

Per la prima volta è una donna sola al comando. Niente spalla a cui passare la battuta, niente complice con cui dividere la scena.
«In realtà sul palco non sono sola: con me ci sono quattro ballerini che non si limitano a ballare, ma interagiscono e sono parte integrante dello spettacolo. Detto questo, quando ho sperimentato il lavoro da solista non mi sono più tirata indietro. È un’altra energia: hai tu le redini e tutta la responsabilità. E c’è qualcosa di bellissimo in questo. Non rinnego il passato, né gli anni con Valeria o con Angelo: tornerei a lavorare con loro. Ma da soli c’è un quid diverso.»
Dopo anni di televisione, personaggi e collaborazioni, che cosa si scopre di sé quando davanti alla platea non ci sono filtri e non si può tagliare una scena?
«Si scopre l’autenticità: la possibilità di dire quello che senti senza troppi pensieri e senza paura. Per me arriva anche in un’età matura, a cinquant’anni, e in teatro. Oggi mi faccio molti meno scrupoli. Naturalmente ci sono dei limiti: non sono volgare e non faccio satira politica. Ma è bello poter esprimere un pensiero senza doverlo prima negoziare con un partner, chiedendosi se sia il caso di dirlo oppure no. Qui c’è una sorta di via libera: niente filtri, si dice quello che si vuole.»
Raccontiamo le contraddizioni della vita quotidiana, le relazioni e gli stereotipi. Siamo diventati più complicati o abbiamo imparato a complicarci la vita grazie alla tecnologia?
«Secondo me abbiamo imparato a complicarcela. Un tempo si affrontava un problema e si cercava di risolverlo, anche sbagliando. E proprio dagli errori poteva nascere qualcosa di buono. Oggi, invece, abbiamo davanti settantamila soluzioni e finiamo per andare in confusione: non sappiamo più quale sia quella giusta, né come agire. Così perdiamo anche la possibilità di sbagliare e di crescere.»
C’è qualcosa che un tempo trovava divertente e che oggi non porterebbe più sul palco?
«Sono nata con i personaggi, ma negli anni li ho un po’ lasciati andare. Non credo che oggi riuscirei a riportarne uno in scena. Ne ho fatti di bellissimi con Valeria: hanno lasciato il segno e fanno parte della nostra storia. Preferisco custodirli lì, nella teca dei ricordi.»

“Indiscutibilmente bella”. Quanto si diverte a giocare con questa affermazione?
«Mi diverto perché non rappresento il canone della bellezza tradizionale, quello della bellona alta un metro e ottanta che, appena entra, si fa notare. Se passo io, magari non mi vede nessuno. Ma è proprio qui che entra in gioco la personalità: una persona che sa tirarla fuori può persino oscurare la classica bellona. E non parlo soltanto di me, parlo di chiunque abbia una personalità forte.»
La comicità richiede il coraggio di esporsi, anche fisicamente ed emotivamente. Quanto è liberatorio trasformare in una battuta proprio quegli aspetti di sé sui quali gli altri pensano di poter esprimere un giudizio?
«È liberatorio, ma può esserlo anche per chi ascolta. Magari è proprio da lì che qualcuno comincia a costruire la propria autostima. Per me la battuta porta sempre un messaggio: te lo dico da comica, ma ti sto dicendo una cosa vera. Se anche tu la riconosci come vera, allora fatti coraggio e comincia ad adorarti.»
Se “No vabbè MI adoro” è un invito ad accettarsi, a ridere delle proprie contraddizioni e a non vergognarsi di essere al centro della propria vita, che cosa ama oggi di più di sé stessa?
«Amo il fatto di aver imparato a vivere senza paura. Ho la mia vita, anche da sola, con i momenti di solitudine e di malinconia, e cerco di attraversarli senza correre subito ai ripari. Non inseguo qualcosa soltanto per stare meglio: sono radicata in me stessa.»
Su che cosa, invece, sta ancora imparando a sorridere?
«Sto ancora cercando di capire come cambierà la mia vita. Ho perso mia mamma da poco ed è stato uno shock. Ho avuto la fortuna di accompagnarla fino all’ultimo e, in quei tre mesi insieme, ho fatto più analisi su me stessa che in vent’anni. Ci siamo dette cose bellissime. Credo che la mia nuova vita cominci proprio da lì. La sto attraversando, un passo alla volta: vediamo dove mi porterà.»
