Di Gino Morabito –

Nessun sold out da esibire come trofeo. Nessuna hit da riproporre per obbligo. Nessuna nostalgia da anniversario. Francesco De Gregori riparte dalle sue «perfette sconosciute», le canzoni che non sono mai diventate classici e che oggi ritornano al centro del progetto “Nevergreen”.
Dopo il successo della residenza milanese al Teatro Out Off, da cui sono nati il docufilm diretto da Stefano Pistolini e un album dal vivo in uscita il prossimo 16 ottobre, Il Principe si prepara a riportare lo spettacolo in scena: prima al Teatro Sala Umberto di Roma, poi nuovamente a Milano.
Un ritorno alle origini che coincide anche con una riflessione sul presente della musica italiana, a partire dal titolo.
«Nevergreen è una parola che mi sono inventato io. Un innesto un po’ maccheronico sull’inglese. Se gli evergreen sono le canzoni che restano nella memoria collettiva, le nevergreen sono quelle che non sono mai diventate famose e probabilmente non lo diventeranno mai. Per questo sulla locandina ho aggiunto il sottotitolo “perfette sconosciute”.»
L’obiettivo è chiaro, liberarsi per una volta dal peso dei grandi successi.
«Chi viene a questi concerti non deve aspettarsi Generale, La donna cannone o Rimmel. Il pubblico è avvertito.»
Eppure, la sorpresa è stata un’altra.
«Pensavo di trovarmi davanti persone che non conoscevano quelle canzoni, invece le sapevano tutte.»
Dietro Nevergreen c’è anche una presa di posizione contro l’evoluzione recente dell’industria musicale. Che cosa rappresenta questo progetto?
«In parte è una reazione al gigantismo che vedo attorno alla musica. Sembra che si parli soltanto di chi riempie gli stadi o i palazzetti. C’è una parola che trovo terribile: sold out.»
I club restano il suo ambiente naturale.
«Mi piace avere il pubblico vicino. Mi piace quell’atmosfera un po’ disordinata, la gente che entra ed esce, che vive la musica in maniera spontanea. Subito dopo vengono i teatri di piccole dimensioni. Anche lì si crea una vicinanza particolare. È una dimensione che permette un dialogo diverso rispetto ai grandi spazi.»
Il rischio è che venga dimenticata la dimensione originaria della musica dal vivo?
«Esiste una quantità enorme di artisti che non riempie gli stadi e nemmeno i teatri medi. Persone che riescono a portare cento o centocinquanta spettatori. Eppure è da lì che nasce la musica. Quella realtà va sostenuta e incoraggiata.»
Parla anche per esperienza personale.
«Io ho iniziato in un locale minuscolo. Se quel posto non fosse esistito probabilmente oggi non sarei qui. Molti spazi simili stanno chiudendo. Da una parte il pubblico non li frequenta, dall’altra radio e media tendono a concentrarsi su ciò che è già affermato.»
Un giovane De Gregori riuscirebbe oggi a emergere nel mercato contemporaneo?
«Credo di no. Non per una questione generazionale. È cambiato il modello di canzone che viene premiato. La struttura che appartiene alla tradizione dei cantautori oggi trova molto meno spazio.»
Il riferimento è anche agli algoritmi che guidano sempre più spesso le scelte dell’industria.
«L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile. Ma non possono essere gli algoritmi a decidere tutto, soprattutto in ambito creativo.»

La sua regola è sempre stata fare l’artista e basta, con il bisogno di documentare quello che accade sul palco. Così, dai duecento posti della residenza milanese è nato anche il documentario diretto da Stefano Pistolini. Un’opera a cui il cantautore tiene particolarmente perché prende le distanze da un genere che non ha mai amato.
«La parola biopic mi dà fastidio quasi quanto sold out. Il motivo è semplice: spesso questi film trasformano l’artista nel narratore della propria leggenda. Noi abbiamo fatto il contrario: abbiamo raccontato un musicista e una band al lavoro.»
Sente ancora l’ispirazione?
«Saranno circa dieci anni che non la sento più ribollire dentro di me. Mi dispiace, certo, ma non ne faccio un dramma. Scrivere una canzone richiede qualcosa che va oltre la tecnica. Tecnicamente potrei scrivere una canzone in un pomeriggio. Ma senza ispirazione non avrebbe senso.»
Da Generale a Il panorama di Betlemme, fino a Il vestito del violinista, il conflitto è stato spesso osservato attraverso uno sguardo umano prima ancora che politico.
«Non credo di aver previsto nulla. Bastava guardarsi intorno: il mondo era già pieno di guerre, massacri e ingiustizie. Quelle canzoni sono nate allora e purtroppo parlano ancora del presente.»
Alla fine il discorso si sposta inevitabilmente sul futuro. Per quanto tempo continuerà a fare concerti?
«Finché ne avrò voglia. Quando arriverà il momento smetterò semplicemente. Potrei stancarmi io oppure potrebbe stancarsi il pubblico. Nessuna tournée d’addio, non farò annunci. Sparirò e basta.»
Una risposta che sembra riassumere perfettamente la sua carriera: lontano dalle celebrazioni, dalle mode e dalle etichette. Con la stessa libertà con cui continua a riportare sul palco le sue “perfette sconosciute”.
