“HARD WIND” E ALTRE STORIE DI NOTE IN BOSSA STYLE

«Ci vediamo per un caffè e ne parliamo?» mi propone «Ma sì, dai! Rigorosamente con le tre C però, com’è più congeniale a noi del paese del sole» rispondo maliziosa.

Per chi non ne fosse a conoscenza, urge una doverosa precisazione: affinché un caffè venga ritenuto degno di questo nome per i napoletani, sorbendolo, deve far spontaneamente esternare l’esclamazione: “Comm cavolo coce!” (“Come cavolo scotta!”, dove “cavolo” va a sostituire una parola non proprio politically correct, N.d.R.).

Da amici di vecchia data, io e Peppe Russo, virtuoso della bossa nova, in uscita con “Hard wind”, ci ritroviamo da subito persi in un vortice che ci trascina a ritroso nel tempo; un inevitabile amarcord delle tappe fondamentali della vita di ciascuno, scandite – neanche a dirlo – dalla musica. Tanta musica! Poi la caffeina comincia a fare effetto, si parte…

 

In quattro mesi ben due lavori editi. Dopo “Viatico” è in uscita “Hard wind”, il tuo nuovo EP. Sei più stanco o più galvanizzato?

«Sono indubbiamente più galvanizzato! In questo periodo mi sento carico di energie e approfitto del flusso creativo. A “Viatico” sono molto legato: è un mini EP dedicato a mia figlia, che raccoglie cinque tracce. Il titolo più rappresentativo è “Pelle d’oca” che, inizialmente, volevo intitolare “Martina song”, dal nome di mia figlia, appunto, ma la pelle d’oca è la sensazione che provo quando ripercorro le fasi della sua vita e così ho optato per quel titolo. La traccia più ascoltata sul web, però, risulta proprio “Viatico”: sta andando davvero molto bene; è presente su tutti i digital store; vende molto e viene scaricata anche come suoneria per i cellulari… Potere della moderna tecnologia! Considero “Viatico” una sorta di piccola e deliziosa parentesi.»

Parliamo di “Hard wind”, un lavoro complesso e originale, che raccoglie tracce, da te rivisitate, di autori di nicchia, più un brano inedito. I generi che interpreti sono diversi ma con un leitmotiv latino-malinconico. Ti muovi comodamente in questa dimensione?

«Non vorrei apparire presuntuoso, ma mi risulta particolarmente semplice riuscire a trasformare in bossa anche brani di autori impensabili e di diverso stile. È un genere che mi sento cucito bene addosso e mi diverte manipolare ed intrecciare sonorità differenti per creare qualcosa di nuovo. Tra l’altro, sto studiando su quel genere e sulla samba, perché adoro la diversa luce che i pezzi, così rielaborati, assumono. “Hard wind” è un lavoro di introduzione che aprirà la strada al successivo EP. Conterà otto tracce di autori di nicchia, che ho meticolosamente riarrangiato, più il mio brano inedito (“Hard wind”, che darà il titolo all’album, N.d.R.). I pezzi più rappresentativi sono “Lover”, “Sensual tango” e “I got blues”, un mio personale omaggio a Pino Daniele; inoltre, ho incluso un’interessante rivisitazione di “Estate” di Bruno Martino. È stato un lavoro, questo, che mi ha divertito particolarmente, ma ha avuto anche un valore di incisivo arricchimento, grazie alla collaborazione con Vittorio Remino, virtuoso bassista degli Avion Travel.»

Peppe, registriamo con piacere il tuo essere dinamico e versatile.

«Diciamo che, al momento, non sono affatto statico! Ho già messo mano al nuovo EP con tracce inedite ed edite, come “Manha de Carnaval” e “Last tango in Paris”. Filo conduttore sarà la bossa nova!»

 

Prima facevi riferimento al brano “I got blues” del compianto Pino Daniele e alla volontà di rendergli omaggio con una tua personale reinterpretazione inclusa in “Hard wind”. Da buon campano, il grande Pino è stato anche per te una colonna portante della tua crescita artistica?

«Sì, hai detto bene! Da buon partenopeo ho sentito l’esigenza di fare un omaggio all’indimenticato Pino Daniele. Quando ho iniziato a studiare chitarra e, successivamente, a scrivere i miei pezzi, lui è stato una sorta di mentore. Con alcuni amici mettemmo su una band e le sonorità della musica di Pino ci accompagnavano inevitabilmente. Ma devo dire che sento un forte legame artistico anche con l’immenso Luigi Tenco: uno dei miei sogni sarebbe quello di lavorare su “Vedrai vedrai”, per renderla alla maniera della bossa. Chissà, potrei provarci… magari il risultato potrebbe essere interessante.»

Volutamente, ho preferito parlare di “Ago e filo” a confronto già avviato… Si tratta del tuo primo lavoro, frutto di un percorso travagliato. Hai dedicato il cd a tua madre, prematuramente scomparsa qualche anno fa. Credi che questo esordio artistico abbia assunto per te una funzione catartica?

«“Ago e filo” è stato un vero e proprio flusso di coscienza. È stato forte, doloroso; un vomitare, quasi, la storia di mia madre. In quel periodo ero depresso: non riuscivo ad elaborare il lutto; metabolizzare l’idea della morte, dell’abbandono. Lavorare ad “Ago e filo” mi ha liberato, mi ha aiutato a rinascere. La musica, del resto, mi aiuta sempre. Mi è costato interminabili notti insonni: potevo dormire tre o quattro ore, non di più, perché sentivo l’urgenza di comporre. Le idee mi venivano in mezzo alla gente e le registravo col mio cellulare, ovunque mi trovassi, per poi riportarle sulla chitarra. Ho cominciato un giorno e non mi sono più fermato. Per tre anni.»

Lungo questo tuo intimo percorso di catarsi e rinascita, qual è l’aspetto creativo che ti ha fatto più penare? E, per contro, quale il momento di maggiore gratificazione?

«La traccia che mi ha fatto penare di più è stata “Binario 7”. Ho elaborando diverse versioni del pezzo ed è il brano più rappresentativo del dolore di quel periodo. “Era mia madre”, invece, è la traccia più bella: comincia con una musica da circo e poi si estende con un piano elettrico molto dolce, slow. Una contrapposizione di sonorità che incarna l’essenza di ciò che era la mia mamma: la sua iperattività, quel sapersi bilanciare tra l’innata gioia di vivere e la dolcezza, la sua allegria…»

Negli anni, Peppe, ho imparato a conoscerti e ad immergermi nel mondo dei tuoi lavori discografici. Come fossero delle “tracce” di narrativa musicale in grado di catturare la mia attenzione e rapirmi…

«È un po’ il senso di “Ago e filo”: 7 tracce e 7 capitoli del testo scritto, da leggere e ascoltare. Alla fine mi sono sentito quasi svuotato, ma sereno. È stato un percorso che mi ha molto provato come uomo e come musicista, ma dovevo necessariamente esternare, buttare fuori tutto il male che mi opprimeva. Ci tengo a menzionare l’impagabile e prezioso aiuto di Fabio Sacconi, contrabasso illustre che ha avuto l’onore di suonare anche con il Maestro Riccardo Muti.»

 

Dal momento che stiamo andando a ritroso, ti andrebbe di raccontarci le tue origini? Io ti ricordo come uno scapestrato capellone rocker! Come hai scoperto l’amore per la musica?

«Con la mia prima band facevamo un rock duro, ma avevo 17-18 anni. Era il periodo in cui gruppi come i Led Zeppelin e i Deep Purple la facevano da padrone, ed erano sempre presenti nelle nostre esibizioni. Poi si matura, si cresce, ci si trasforma. È nato così l’amore per il blues e quell’influsso più melodico consacrato dalla nascita di mia figlia. Per un periodo ho anche smesso completamente di suonare: sentivo di dovermi concentrare sul lavoro e sulla famiglia, ma avvertivo che mancava qualcosa di importante e la spinta forte a riprendere la mia chitarra è stato proprio quel lavoro embrionale che avevo nella testa…»

Quanto hanno influito e continuano ad influire nella tua formazione musicale le contaminazioni di generi e artisti?

«Le collaborazioni con altri artisti e le intersecazioni con generi nuovi sono fondamentali; sono linfa, che aiuta a migliorare e a scoprire nuovi mondi. Oggi la musica rappresenta una parte essenziale della mia quotidianità. Come capita a molti artisti, le intuizioni geniali arrivano nei momenti più insoliti: mentre dormo, a tavola, in mezzo alla gente. Ho notato che non c’è un vero e proprio momento di ispirazione ma, nell’istante in cui allento i pensieri e mi rilasso, sembra quasi che qualcuno mi suggerisca delle note.»

Da amica di vecchia data, prima di salutarci, ti chiedo di svelare un segreto agli amici di Musica Intorno: qual è la prossima meta artistica di Peppe Russo?

«È un desiderio che confesso molto volentieri: lavorare nel mondo del cinema con la produzione di colonne sonore. Mi piacerebbe associare alle immagini, che scorrono sul grande schermo, la mia musica. Sento di poter far bene… vedremo… Sto già muovendomi in questa direzione. Ti tengo aggiornata!»

E così l’iniziale caffè nero bollente si è trasformato in un ghiacciato spritz di brindisi e commiato! Peppe, facendomi tintinnare il bicchiere, ci tiene a precisare: “Alla tua!”. Di rimando, scrivo qui il mio augurio per lui: caro amico, che tu sia, per te stesso, il coltello che recida i dolori; il cuore che addolcisca i pensieri e, sopra ogni cosa, la chitarra che accompagni, come amica fedele, gli uni e gli altri.

 

Brigida Buonfiglio

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