RICCHI E POVERI, SARÀ PERCHÉ LI AMIAMO

Angela “la brunetta” e Angelo “il biondo”, per la gente che li ama sono portatori sani di emozioni; un binomio artistico che significa gioia di vivere, entusiasmo, passione.

I Ricchi e Poveri sono un brand che, all’estero, rappresenta la musica italiana da oltre mezzo secolo con un repertorio intergenerazionale che fa invidia a molti.

Ma dentro i due nomignoli affettuosi, che indossano ormai come quel caratteristico abito di scena, c’è tutto un mondo: un sistema più complesso che non può esaurirsi nella semplice apparenza di un concerto o di uno show televisivo, ma scava nella sostanza, portando a galla due personalità artistiche – quelle dei genovesi Angela Brambati e Angelo Sotgiu – profondamente umane, autentiche, generose.

Ascolto le loro voci ancora incredulo, mentre in tivù passa la vita di Mia Martini. Riaffiorano i dodici Sanremo fatti, quello vinto, il “Premio alla Carriera” mai ritirato; le immagini di Fabrizio De André, Franco Califano, Enzo Tortora si presentano puntuali alla mia memoria: tutti incontri del percorso umano e artistico che li ha fatti diventare due buoni compagni di viaggio.

“La brunetta” e “il biondo” mi mettono a conoscenza di dettagli privati; si punzecchiano, sono complici; s’infiammano, bruciano, divampano… Sorrido con loro e intanto penso: Ricchi e Poveri, sarà perché li amiamo.

Forse non tutti sanno che il primo a credere nei Ricchi e Poveri fu Fabrizio De André, che organizza ai quattro amici di Genova un’audizione presso una casa discografica milanese.

Angelo: «Non ci ricordiamo il nome dell’etichetta ma siamo andati a Milano con Fabrizio. Lui è partito col treno; noi all’epoca avevamo una seicento e, siccome non ci stavamo tutti e cinque, c’eravamo dati appuntamento alla stazione. Poi, una volta sceso dal vagone, Fabrizio ci accompagnò in questa casa discografica.»

Angela: «Forse non erano interessati ai gruppi vocali, o magari semplicemente non era il nostro momento, e allora lui si arrabbiò moltissimo perché credeva in noi e quelli non avevano capito niente.»

Angelo: «Un giorno consegnai a Dori Ghezzi una canzone, che avevo scritto insieme a Cristiano Minellono; a titolo di amicizia, Fabrizio mi chiese di dargliela. Dopo un po’ di tempo mi regalò la sua chitarra, che tengo ancor oggi a casa, custodita come un cimelio di inestimabile valore.»

Successivamente il gruppo viene preso in simpatia da Franco Califano, che vi suggerisce di adottare il nome che tuttora portate, il motivo è semplice: «Siete ricchi di spirito e poveri di tasca», decidendo di diventare il vostro produttore. A sentire questa storia, si fa un po’ fatica a credere: sembrerebbe tutto così facile, per una inevitabile serie di fortuite circostanze o per volere divino. Ambientando i vostri esordi ai giorni nostri, potrebbe accadere lo stesso?

Angela: «Non saprei, è cambiata la mentalità. Oggi, se ti allontani per un po’, c’è subito qualcuno che prende il tuo posto.»

Angelo: «Una volta esistevano le case discografiche, con il proprio il direttore artistico che faceva davvero il direttore artistico e i produttori erano delle persone musicalmente preparate. Oggi è un po’ tutto “fai da te” e non sempre le cose vanno come dovrebbero andare.»

Angela: «La nostra vita è impostata in modalità veloce, con cambiamenti repentini: “Tu non sei più di moda. Boom, sei morto!”. Oggi passano di moda anche i sentimenti, l’amore.»

Ogni tanto accade, però, che la televisione dia una seconda opportunità ad alcuni artisti passati di moda, caduti nel dimenticatoio. Dopo “Music farm” arriva anche l’esperienza come maestri a “Ora o mai più”. Ci raccontereste cos’è il talento? E come vi sentite nei panni di maestri?

Angela: «Il talento non lo puoi insegnare a nessuno, o ce l’hai o non ce l’hai. Come ci sentiamo nei panni di maestri? Beh, puoi dare dei consigli, alla luce delle esperienze che hai vissuto. Noi abbiamo avuto successo perché eravamo allegri, sorridevamo; qualcun altro perché, ad esempio, faceva il contestatario… Come Ricchi e Poveri testimoniamo quell’aspetto del successo che è giusto per noi.»

È capitato anche a voi che, a un certo punto della carriera, il successo vi abbia voltato le spalle e vi sia stata data una seconda opportunità?

Angelo: «Sì, è capitato anche a noi. Verso la fine degli anni Settanta, ci siamo dedicati al teatro con Walter Chiari e alla televisione con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, tralasciando un po’ la musica. Allora nel mondo della discografia si è cominciato ad avere una mancanza di fiducia nei nostri confronti. Lì è così: se sbagli una canzone o non parteci a un festival per una volta, pensano tu abbia già finito la carriera. Invece Freddy Naggiar, che all’epoca aveva una piccola etichetta, ha creduto in noi, investendo tutto sé stesso, e riportandoci al successo di Sanremo con “Sarà perché ti amo”. È apparsa così per noi una seconda strada.»

In un percorso artistico lungo come quello dei Ricchi e Poveri, sono inevitabili gli arrivederci. Quando nel 2016 Franco Gatti lascia il gruppo per dedicarsi maggiormente alla famiglia, voi decidete di proseguire comunque la strada intrapresa: «Noi restiamo sul palco, perché questa è la nostra vita!». Quali cambiamenti ha prodotto la vostra scelta?

Angela: «Tecnicamente, abbiamo dovuto rielaborare a due voci tutti quei pezzi che prima cantavamo in tre. Ma siamo riusciti a portare avanti quella musica che gli italiani amano. Non è che ci possiamo ritirare perché, prima Marina, poi Franco, hanno fatto altre scelte; non puoi deludere il tuo pubblico, bisogna continuare a portare avanti quello che hai sempre fatto. Perché la musica rimane. Rimangono la passione e l’amore per questo mestiere.»

Avete più volte tirato in ballo la parola “amore”, come vi siete innamorati della musica?

Angela: «Forse ci si nasce innamorati della musica. Io ero piccolina e mi ricordo che ascoltavamo il Festival alla radio…»

«… perché non avevi ancora il televisore – continuando Angelo.»

«Sì, andavamo al bar per vedere la tivù e mi compravo un libriccino, che si chiamava “Il Musichiere”, dove c’erano tutti i testi delle canzoni. Il giorno dopo già le cantavo tutte. Questa è natura, si nasce così.»

 

Sentendovi cantare, osservandovi, ancora oggi trasmettete vibrazioni. Che cos’è l’emozione?

Angela: «È quella che ti fa vivere; è come respirare l’ossigeno. Se non provi emozioni, sei già morto e non lo sai.»

Angelo: «È come avere una compagna. Quando stai insieme a una donna e non c’è più emozione, non ci sono più desideri, vuol dire che è un rapporto che sta cambiando, sta finendo. Noi, grazie a Dio, abbiamo avuto e continuiamo ad avere una fortissima passione per la musica.»

Angela: «Noi viviamo di emozioni, e possiamo ritenerci fortunati perché ancora le proviamo.»

Pensavo che al Festival si vive una vasta gamma di sentimenti e nel 2013, con ben dodici partecipazioni all’attivo, avreste dovuto ritirare il Premio alla Carriera “Città di Sanremo”.

Angelo: «Dici bene, avremmo dovuto ritirarlo, poi non l’abbiamo fatto, poiché – com’è noto – proprio in quel frangente veniva a mancare il figlio di Franco… e non siamo più andati, né tantomeno c’è stato detto: “Venite a ritiralo l’anno dopo” e neppure l’altro ancora. Ma chi se ne frega? Il vero premio ce lo dà la gente.»

Quello dei Ricchi e Poveri è un repertorio intergenerazionale che ha prodotto mezzo secolo di successi. Se domani – non sia mai! – voleste smettere di suonare, ci sarebbe una band che potrebbe interpretare il vostro “spirito musicale”?

Angela: «Potremmo crearla noi. Trovando le giuste personalità, sapremo scegliere bene.»

Angelo: «Ma credo che dovranno aspettare un bel po’, perché voglia di cantare ne abbiamo ancora tanta!»

Cile, Australia, Unione Sovietica, Canada, Stati Uniti, la Royal Albert Hall di Londra… Avete venduto 22 milioni di dischi in tutto il mondo e all’estero siete osannati come star hollywoodiane. In Italia che accade?

Angelo: «In Italia magari sono abituati a vederci, ma la gente ci vuole bene. Sentiamo affetto da tutte le parti.»

Angela: «Succede che non ci vedono per un periodo, perché siamo molto all’estero, ma, se manchi un po’ dalla televisione: “Che c’è? Non cantate più?”. L’Italia è fatta di immagine ormai, non più di canzone: anche se non canti, basta che ci sia una tua immagine presente, non importa se quella in cui ti sei rotto una gamba cadendo dalle scale, ed ecco la notizia, il titolone e torni ad essere attuale. Invece dovresti andare avanti perché canti, per quello che sei come persona e per il tuo presente.»

Un presente artistico celebrato da canzoni divenute intramontabili, che di certo amate tutte, in modo diverso. Ma ce n’è qualcuna a cui vi sentite più legati?

Angela e Angelo: «“La prima cosa bella”, non puoi non citarla: è stata la prima; “Che sarà”, una riconferma; “Come vorrei”, una gran bella canzone romantica, semplice con delle parole bellissime.»

“Come vorrei” viene scelta come sigla di chiusura del popolare programma Rai “Portobello” di Enzo Tortora. Cosa vi ha colpito maggiormente della sua personalità, a telecamere spente?

Angelo: «Enzo era un genovese come noi e con lui potevamo parlare in dialetto. Ci siamo sentiti accolti da una persona di grande cultura e generosità.»

Angela: «Mi dispiace davvero tanto per la fine che ha fatto: una persona come lui, un uomo onesto, puntuale – noi che abbiamo avuto la fortuna di lavorarci insieme, lo sappiamo per certo –, accusato ingiustamente. E per quelle accuse infamanti, alla fine, c’è morto. Vergogna! Vergogna! Vergogna! Scrivilo, perché quella gente lì che l’ha accusato e il loro seguito si dovrebbero solo vergognare. Tutti conoscevano l’integrità morale di Enzo Tortora e gli vanno ad addossare una montagna di fango, maledetti! Si dovrebbero solo vergognare!»

La nostra chiacchierata leggera, effervescente, briosa, si colora ad un tratto di amarezza e rabbia. Prende la forma di uno sfogo, di un urlo che sale dal profondo del nostro essere e non si riesce a strozzare; un urlo da gridare a squarciagola, che ci sputa in faccia la verità. Dappoi, sul finire, i toni tempestosi sono mutati, tornando a risplendere il sorriso. Ma, per questa inaspettata e spiazzante condivisione, un sentito ringraziamento va ad Angela Brambati e Angelo Sotgiu e alla loro grande generosità: s’infiammano, bruciano, divampano, mentre rivivono la dolorosa vicenda di Enzo Tortora. Due personalità vere – quelle degli artisti genovesi -, che testimoniano l’autenticità dei sentimenti e l’indomabile passione per qualcosa in cui si crede fermamente: ora si tratti della loro musica, ora riguardi la reputazione di un caro amico scomparso.

… E a quell’amico lontano ormai dal grande occhio televisivo ma più vicino ai nostri cuori, vogliamo dedicare questo racconto. E, nel nostro piccolo, gli rendiamo omaggio.

Ciao Enzo.

 

Gino Morabito

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