PARMA JAZZ FRONTIERE FESTIVAL, RICERCA MUSICALE CONDIVISA

I musicisti propongono il loro repertorio seguendo una costante ricerca; diventa un’esigenza artistica ampliare gli orizzonti al fine di conoscere nuovi linguaggi musicali.

La melodia migliora e si perfeziona soltanto mediante l’incontro e la condivisione, proprio come accade nella XXIII edizione di Parma Jazz Frontiere Festival, in programma fino al 1° dicembre 2018. L’evento musicale si presenta in maniera chiara, caratteristica che ben si comprende già dal titolo: “Sensibili tracce, relazioni improvvise”. È nuovamente chiamata in causa la straordinaria apertura culturale di questa performance internazionale con i linguaggi del jazz, nei confronti della ricerca musicale condivisa e delle novità europee. Fra i protagonisti possiamo ricordare Evelina Petrova, Sergej Starostin, Arkady Shilkloper, Roberto Dani, Benedicte Mauserth, Jasser Haj Youssef, Jacob Bro Trio feat Joey Baron & Thomas Morgan, Krzysztof Kobylinski, l’Instant Composer Pool, Arild Andersen, Tommy Smith, Paolo Vinaccia e Mathias Hagen, Roberto Bonati.

Un ricordo del grande Misha Alperin ha aperto il festival: alcuni suoi amici e compagni più cari a ricordare, sul palco del Teatro Farnese, il pianista ucraino di adozione norvegese recentemente scomparso. Si sono esibiti Sergej Starostin (clarinetto e voce), la moglie Evelina Petrova (fisarmonica), Arkady Shilkloper (corno, corno alpino) e Roberto Dani (percussioni). A caratterizzare questa edizione sono i grandi ospiti internazionali, i quali disegnano metaforicamente le frontiere di una ricerca musicale, quella del vasto mondo del linguaggio jazz, in continua crescita ed evoluzione.

Con Roberto Bonati, direttore artistico del Festival, vogliamo sollevare una riflessione sulla ricerca musicale riguardante il jazz e, più in generale, sulla maturazione artistica ormai declinata alle novità del XXI secolo.

La ricerca musicale in che modo aiuta a individuare nuove melodie jazz?

«C’è bisogno di nuova musica di nuovi repertori, non si tratta di nuove melodie ma di nuove forme, nuove strutture, fuori dall’accademismo di tanto jazz. La riflessione sul linguaggio del jazz ma ancora più su quello che è un pensiero musicale, una attitudine alla musica che nasce da jazz – ma può anche andare altrove – credo sia molto importante. E questo è un processo che coinvolge la didattica in primo luogo. È un discorso molto complesso.»

Per la musica quanto è fondamentale favorire nuove espressioni e nuovi linguaggi?

«Credo che per il futuro stesso della musica e nostro sia molto importante, fondamentale promuovere i nuovi linguaggi. La composizione è proprio questo.»

Viviamo in un mondo in continua trasformazione. La musica in che modo risente dei nuovi paradigmi sociali e culturali?

«La musica sta risentendo, purtroppo, di un mondo molto chiuso su sé stesso, che ha paura a scendere in piazza a confrontarsi. Il mondo del live si sta lentamente affievolendo. E forse nemmeno tanto lentamente. Troppo spesso, anche ai concerti, si intravvedono persone buttate sui social, che fanno dirette Facebook invece di godersi un concerto. Eppure il mondo del digitale sta anche regalando qualche spunto per la sperimentazione. La speranza è che arriviamo presto ad un equilibrio e che questo equilibrio valorizzi la profondità e non soltanto le scelte superficiali.»

Il musicista come intercetta i cambiamenti del XXI secolo?

«Il musicista, l’artista ha antenne sensibili, una vita emotiva importante. Intercetta i cambiamenti, li assorbe, li rifiuta a volte, li subisce altre volte. Senz’altro è importante vivere nel mondo ma credo ci sia un gran bisogno di proteggersi dalla valanga di informazioni che ci travolge quotidianamente, la quale rischia di distoglierci dall’andare in profondità col nostro lavoro per raggiungere un livello universale. Per accendere il fuoco si deve strofinare sempre nello stesso punto.»

Il jazz come forma di dialogo e di incontro. Quali sono i momenti più importanti e più complessi?

«Da diversi anni mi occupo di improvvisazione e ho coniato il termine “Improvised Chironomy”: si tratta di una improvvisazione dove dirigo un ensemble orchestrale. È un’occasione magica in cui più musicisti, in realtà un’orchestra intera, improvvisano guidati da un direttore che offre dei pattern, strutture ritmiche, qualche cellula musicale e conduce il lavoro di improvvisazione. Ebbene, questi momenti musicali sono preziosissimi perché permettono di mettere assieme più voci e di cogliere la ricchezza che può nascere da un incontro. Ogni musicista coinvolto avverte così l’importanza del suo gesto musicale e vive la responsabilità della creazione. È un incontro molto interessante, una modalità creativa affascinante e misteriosa. Il concerto diventa anche lo specchio della società che ci circonda, la partecipazione acquista un senso profondo.»

L’immigrazione è sicuramente un valore aggiunto per la musica e la ricerca. Quanto è importante conoscere le abitudini delle altre popolazioni?

«Ho sempre detto che il jazz è una musica bastarda che è nata dalla contaminazione. Un vero esempio di melting pot. Questa è la grande lezione del jazz, il suo nascere dal dialogo, dal confronto; anche dallo scontro, delle volte, ma sempre dal rapporto con l’altro da sé. La storia del jazz è una storia di contaminazione, è una musica che ha avuto molte declinazioni a seconda del milieu culturale, della realtà sociale e dei luoghi geografici nei quali è stata innestata.»

Il Festival dedica uno spazio riservato ai giovanissimi musicisti e il 25 novembre andrà in scena il tradizionale appuntamento con il concerto – esito del laboratorio con gli allievi del Liceo Bertolucci, che quest’anno, con il titolo di Songs we know, sarà coordinato e diretto dal chitarrista Michele Bonifati. Nello stesso giorno, a seguire, in programma anche Banquet, concerto con Giacomo Marzi (contrabbasso), Giulio Stermieri (pianoforte) e Massimiliano Furia (batteria). Il Festival proseguirà il 28 novembre alla Casa della Musica con la residenza artistica dell’European Academy Ensemble, un progetto che vede protagonista in qualità di compositori ed esecutori i migliori allievi delle prestigiose Accademie Musicali di Oslo, Göteborg, Stavanger e del nostro Conservatorio “A. Boito”. Il 30 novembre è in programma un concerto del sassofonista norvegese Mathias Hagen, al quale è stato assegnato il Premio Gaslini 2018. Non poteva mancare il 1º dicembre il tradizionale appuntamento con i più piccoli e il fantasmagorico mondo dell’animazione con Cartoons, che si svolgerà presso il Teatro Regio di Parma.

 

Francesco Fravolini

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