MARINA REI. MUSICA LIBERA, SENTIMENTALE, APPASSIONATA

Marina Rei 01_musicaintorno«Al di là di quello che fano solitamente i ragazzi, ho sempre vissuto la mia vita con quel pensiero fisso: fare musica.»

Poi quel pensiero si è trasformato in azione. Musica libera, sentimentale, appassionata. Come la donna-artista che la incarna: Marina Rei.

“Canzoni contro la disattenzione” è il nuovo progetto che condivide con Paolo Benvegnù, in un concerto di esposizione della memoria, di disobbedienza verso la disattenzione e di gioiosa appartenenza, che si snoda tra brani inediti, riletture di classici della canzone italiana e momenti più significativi dei rispettivi repertori. Un’educazione al sentire, all’accorgersi e all’essere… al di là di questi anni.

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“Canzoni contro la disattenzione”. Nei confronti di chi? Di che cosa?

«Non è un incontro di pugilato» sorridendo Marina «e non volevamo che fosse soltanto un concerto in cui cantavamo l’uno le canzoni dell’altra. Io e Paolo Benvegnù abbiamo iniziato a mettere giù delle ide per capire che cosa intendessimo fare realmente; abbiamo affrontato la nostra situazione musicale, le nostre perplessità, le nostre preoccupazioni rispetto a ciò che è diventato il nostro lavoro. Abbiamo capito, alla fine, che l’intenzione sarebbe stata quella di proporre un concerto in cui noi stessi per primi avremmo fatto particolare attenzione alla scelta di determinate canzoni che mettessero ancora più in risalto la parola. Più importanza alla parola e successivamente ai gesti della canzone stessa, in una società come la nostra in cui si sta perdendo il contatto umano per privilegiare quello virtuale. Volevamo restituire preziosità alla parola, mettendo a punto una scaletta fatta di brani che ci piacciono particolarmente e scrivendo assieme una canzone inedita da proporre esclusivamente nei live.»

Un concerto che educa al sentire, all’accorgersi, all’essere. In una società come la nostra, che vive la fretta come la regola, c’è ancora tempo per prendersi del tempo?

Marina Rei 02_musicaintorno«È proprio questo il punto. Ho un figlio di 16 anni, lo vedo con i giovani e con la società tutt’intorno. Sembra un po’ come un dover forzatamente stare al passo coi tempi, per non venire fuori dal tempo. Parlo ad esempio dei social che sono diventati una vera e propria malattia per i giovani e non solo; anche dei miei colleghi musicisti – a quanto pare – cominciano ad investire ingenti risorse nei social, come se dovesse dipendere tutto da quelli, come se la valenza artistica fosse misurata dal numero dei follower. Mi sembra una vera assurdità. Tutto ormai gira sugli streaming di Spotify e sul gradimento di Instagram. Nel paradosso di quanti dichiarano si tratti di un grande passo avanti della tecnologia, ritengo invece sia piuttosto un enorme passo indietro per quanto concerne la profondità e la vera essenza delle cose:

dalla musica alla parola, ai gesti, al pensare. Il vero paradosso è diventato il dover condividere il mio tempo con perfetti sconosciuti, senza goderne invece io stessa per prima. Godere appieno delle mie giornate, belle o brutte, o insignificanti che siano.»

Stravolgendo il pensiero di Cartesio, siamo arrivati alla formula moderna del “piaccio dunque sono”.

«Esattamente! C’è una frenesia dell’apparire a tuti i costi; come se apparire significasse essere, esistere. Credo ci sia di fondo una sorta di insoddisfazione personale. Il proprio valore, il proprio talento lo si conosce innanzitutto attraverso sé stessi, non attraverso gli altri. Internet poi, in molti casi, si è rivelata mendace. Ma questa non vuole essere una polemica, si tratta piuttosto di una riflessione a voce alta… Dovrei inventarmi qualcosa per essere più “social”, ma preferisco inventare nel campo della musica.»

A proposito di musica, quello tuo e di Paolo, si potrebbe definire un progetto di “esposizione della memoria”. I brani di quali artisti vengono celebrati?

«Il tour prevede una scaletta di 24-25 brani eseguiti dai musicisti che solitamente accompagnano Paolo, ma dal prossimo settembre ti anticipo che si cambierà registro e proporremo un altro tipo di tour in cui saliremo sul palco io e Paolo da soli. Quanto agli artisti che celebriamo, ti posso citare due pezzi: “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De André e “Io e le cose” di Giorgio Gaber.»

Rimanendo ancora un po’ nel passato, se chiudi gli occhi un istante, qual è il ricordo più vivido di Marina donna e artista?

«Condivido con te un pensiero che forse accomuna entrambi gli aspetti della mia personalità. Nel racconto dei miei genitori, musicisti entrambi, io evidentemente ho sempre voluto fare musica: andavo, il sabato, a vedere l’orchestra sinfonica in cui suonava mia madre; mio padre, invece, mi portava con sé negli studi di registrazione, quando registrava le colonne sonore e i dischi. Nei miei sogni ho sempre desiderato ardentemente di avere a che fare con la musica, o comunque di cantare. Ed è una cosa che io dissi a mia madre da bambina. Non posso scindere i due aspetti: Marina donna e Marina artista, alla fine, sono la stesa identica cosa; senza la mia musica, non sarei più io. E parlo di approccio alla musica da musicista e non da personaggio televisivo.»

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Nel corso di questa nostra chiacchierata è venuta fuori più volte la parola “anni”, così ti chiedo: al di là di questi anni, cosa si riesce a intravedere?

«Spero proprio di riuscire a intravedere sempre la possibilità di fare musica, è la prima monetina che lancio nel mare dei miei desideri.»

E cosa desideri per tuo figlio? Cosa vorresti riuscire a trasmettergli?

«Ciò che vorrei trasmettergli è che, una volta individuato l’obiettivo della sua vita, dovrà dedicarcisi con tutto sé stesso. In maniera libera, sentimentale, appassionata

 

Gino Morabito

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