“40 ANNI DI MUSICA RIBELLE”! OGGI HO IMPARATO A VOLARE CON EUGENIO FINARDI

eugenio-finardi-mr1_musicaintorno«Ieri notte ho sognato di volare. Sognavo di avere come un sedile con dei braccioli, che levitava…»

E dire che l’incontro con Eugenio Finardi, al Teatro Greco di Tindari (ME), era cominciato con il cantautore milanese – pànama in testa e occhiali scuri –

intento a rievocare l’aneddoto del ritrovamento dei nastri multitraccia (quelli della sala d’incisione, con le piste separate degli strumenti), ritrovamento che poi aveva dato origine al progetto “40 anni di Musica Ribelle”.

Affabile, disponibile, generoso, come solo i grandi artisti sanno essere, il guru della musica indipendente – pizzo folto e capelli raccolti in una coda fluente – prende quota con il suo “ultraleggero” narrativo, carico di anticonformismo e di vita vissuta. E s’invola.

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Racconta della licenza di pilota, presa e revocata a causa di un cuore fibrillante; di come il velivolo stallasse a 32 all’ora e dei giri in tondo sul Po; poi le parole prendono corpo, il discorso si fa veemente quando sostiene che il vero nemico da combattere è il luogo comune, di avercela con gli antipasti e che bisogna ribellarsi contro ciò che dice l’istinto.

Io mi sorprendevo rapito dal racconto dell’uomo, affascinato da quelle teorie di volo e libertà. Pensavo che, in fondo, a quarant’anni, potevo a buon diritto affermare: “Oggi ho imparato a volare… con Eugenio Finardi”.

Quanto alla musica ribelle, “che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle” be’, quel giorno, mi sia permesso – occhiali scuri e barba incolta da zingaro felice – mi sono sentito ribelle anch’io.

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Henry David Thoreau, nel 1848, scriveva “Disobbedienza civile”; tu parli di ribellione come atto di civiltà nel quotidiano, come moto della coscienza. Quali sono le leggi e i dettami a cui bisognerebbe rifiutarsi energicamente di obbedire?

«Sono le leggi ingiuste, mi viene in mente la Legge 40 in Italia, quella sulla procreazione assistita: una legge contro la quale ribellarsi, non necessariamente urlando e strepitando, quanto piuttosto informando. Sono tutte le leggi legate a luoghi comuni, alla facile ricerca del consenso sociale; la Bossi-Fini (una normativa della Repubblica Italiana che disciplina l’immigrazione, ndr); la Fini-Giovanardi (un testo unico delle norme in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, ndr)… ma non ci sono solo le leggi. Credo che il nemico più grande da combattere siano i luoghi comuni.»

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A quali stereotipi sociali alludi?

«Io, per esempio, ce l’ho con gli antipasti. Quando arrivi in un ristorante: “Cominciamo con un po’ di antipastini?”. Vuol dire che ti vogliono “fregare”, perché ti riempiono di antipasti e poi amen! Allora dico: “No, cosa c’è di secondo?”.

Io mangio al contrario: inizio con il secondo, poi il primo, infine – se mai – gli antipasti. Ecco ancora un altro esempio: la campagna elettorale di Trump non è basata su dei fatti, ma sui luoghi comuni, sulle paure, sui timori e sui tumori… quei timori che diventano tumori. C’è tutta una serie di paure ataviche e di reazioni istintive… Certe volte ci dobbiamo anche ribellare contro ciò che dice l’istinto.»

Perché? Cosa dice l’istinto?

«Per volare, ad esempio (io ho un brevetto di volo ultraleggero), bisogna ribellarsi al proprio istinto, che tende a far compiere azioni opposte a quelle necessarie. Per riuscire a volare – in caso di pericolo – devi accelerare e non rallentare, perché stalleresti.»

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Quando voli, dove vai?

«In senso reale, in un cerchio molto ristretto attorno al Po. Il mio velivolo (adesso non ce l’ho più, perché ho avuto problemi di cuore… “Fibrillante”, come il mio ultimo disco… e mi hanno revocato la licenza di pilota)… il mio velivolo – dicevo – stallava a 32 all’ora, come massima velocità raggiungeva i 60 e avevo un’ora e mezza di autonomia, per cui capirai… giravo in tondo sul Po… ma era comunque volare.

In senso metaforico, invece, si può volare ovunque.

Ieri notte ho sognato di volare. Sognavo di avere come un sedile con dei braccioli, che levitava… ma non oltre una certa altezza. È strano come noi esseri umani, che non abbiamo mai provato e non possiamo volare, nei nostri sogni lo facciamo molto spesso.»

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L’idea del volo va a braccetto con quella di libertà ed Eugenio Finardi, cantautore guru degli indipendenti, è il simbolo della libertà artistica più totale. Libertà rispetto a quali pregiudizi? E soprattutto, in una società governata dal “pollice” di gradimento, si può davvero parlare di libertà?

«È questo il problema! Come la censura ha cambiato veste, così anche il senso di libertà lo ha fatto. Viviamo in una società che, grazie alla tecnologia, permette talmente tante sfaccettature della libertà, che alla fine si entra nel paradosso di non essere liberi, per eccesso di possibilità. La libertà è una discriminante molto sottile: ci si rende conto della libertà, solo nella misura in cui la si perde. In una società in cui, oramai, si può dire qualunque cosa, forse anche provare qualunque cosa, si capisce quanto la conquista della libertà sia molto spesso lesiva della libertà altrui. Entrando nel concreto, Internet, per esempio, ha dato la possibilità ai pedofili di trovare terreno fertile in rete e facilitato molte situazioni dannose… situazioni che, alla fine, portano a una reale schiavitù e a un abuso della libertà dei minori, delle donne, dei deboli, dei fragili… Viviamo una progressiva perdita di senso della libertà tale, per cui assistiamo al ritorno della schiavitù, non in paesi lontani, ma nei nostri campi… E poi c’è l’abuso della libertà della maggioranza, che toglie invece a tante minoranze la possibilità di esprimersi.»

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Non c’è che dire, Eugenio, “hai imparato a volare”! Hai imparato ad essere libero… 40 anni fa…

«… Ed è una delle canzoni che faremo questa sera (riferendosi all’Indiegeno Fest, presso il Teatro Greco di Tindari, lo scorso 9 agosto, ndr). Bene! Se volete venire ad assistere al soundcheck…»

Dedico quest’intervista a Laura, la mia compagna di vita; a Daniele, che avrebbe voluto incontrare il proprio mito; a tutti quei “ribelli”con un nome diverso magari, ma con lo stessa voglia di volare.

 

 

Gino Morabito

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