SERENA ROSSI, APPASSIONATA DI SENTIMENTI

Di Gino Morabito –

Una beniamina del grande pubblico. Poliedrica, versatile, di talento. In questi anni non ha esitato a uscire dalla propria zona di comfort cimentandosi con successo nella recitazione, nella conduzione televisiva e nel doppiaggio. Alla costante ricerca di nuovi stimoli per mettersi alla prova, decide di portare in scena uno show, coraggioso e affascinante, per raccontare una città leggendaria dalle mille contraddizioni e dall’anima femminile.

Dopo il successo delle date primaverili ed estive, Serena Rossi continua a raccontare la sua città con un doppio, emozionante ritorno: il suo primo album “SereNata a Napoli” (Warner Music Italy) e la tournée invernale dello spettacolo omonimo che ha conquistato il pubblico in ogni teatro d’Italia.

Alzato il sipario, è un po’ come fare l’amore con i musicisti e il pubblico.

«Prima di iniziare lo spettacolo urlo sempre: “Andiamo a fare l’amore”. Perché fare teatro è un profondo atto d’amore, tra di noi che siamo sul palco e con il pubblico. È un circolo virtuoso di emozioni che condividiamo in una maniera speciale, intima: piangiamo tutti insieme, ridiamo tutti insieme, cantiamo tutti insieme… con la gente che partecipa dall’inizio alla fine, perché sono canzoni popolari della tradizione, conosciute in tutta Italia e nel mondo.»

Con la delicatezza della sua voce e la forza delle sue interpretazioni, riporta in vita l’essenza immortale di una città che risuona di luci e ombre, di storia e di futuro. Qual è l’insegnamento più grande che continua a darle questa controversa realtà?

«Uno dei valori che noi napoletani ci portiamo dentro, perché fa parte storicamente della nostra terra, così come della Sicilia, è sicuramente l’inclusione, l’accoglienza, l’abbraccio, il non vedere le diversità come un limite bensì come un’enorme ricchezza. E, di questi tempi, in cui i diversi e gli altri fanno paura, è un grandissimo insegnamento.»

Questo nello spettacolo vene fuori.

«È la storia che, ahimè, si ripete sempre uguale. Parlo, ad esempio, degli emigranti che eravamo noi più di cento anni fa e di come adesso siano altri ragazzi, neri, che arrivano dall’Africa… Ci sono molti riferimenti, delicati, velati. Tanti spunti di riflessione partendo dalla nostra storia, dalle nostre ferite antiche, per aprire lo sguardo e allargarlo ai giorni d’oggi, nel tentativo di riaccendere una luce sul sociale. Sentivo di doverlo fare e l’ho fatto.»

Com’è il mondo visto dal Sud?

«Non è certamente visto dal basso, anche se nello sguardo c’è sempre quella voglia di rivincita. Mi piace pensare che questa rivalsa non passi attraverso un incattivimento, ma per l’ingegno, unico e speciale, che appartiene al Sud del mondo, non solo al sud Italia. Napoli, poi, in questo momento, sta vivendo uno stato di grazia da un punto di vista musicale, cinematografico, sportivo, turistico, letterario. C’è un grandissimo fermento culturale che ci fa sentire di non essere secondi a nessuno. Anzi.»

“Le canzoni come gli odori, e più della vista, affilano i ricordi”, scrive Erri De Luca. Se chiude gli occhi, qual è la prima immagine che “annusa”?

«Erri De Luca lo cito durante lo spettacolo, così come Massimo Troisi ed Eduardo De Filippo… La prima immagine che “annuso” è l’odore di sudore e dignità di un popolo che non si è mai perso d’animo, industriandosi con geniale creatività. Un’immagine che mi restituisce quella dolce malinconia legata ai valori in cui credevano tante persone che vivevano in disagi veramente profondi, in stato di grande miseria, però a testa alta.»

In un mondo di fake news e filtri che distorcono la realtà, c’è una favola a cui non ha mai smesso di credere?

«La mia storia è una favola. Molto dritta, pulita, lineare. Fatta di grandi sacrifici, di impegni, di studio ma anche di fortuna. Continuavo a ripetermi che, senza ‘santi in paradiso’, non sarei mai riuscita a raggiungere determinati traguardi. Eppure sono arrivati i film, le fiction, il doppiaggio, il teatro. Sono la testimonianza vivente che, a volte, le storie semplici possono funzionare. Perché, se si semina bene, prima o poi si raccoglie. È questa la favola in cui credo e crederò sempre, e la sto insegnando a mio figlio.»

“C’era una volta… Scugnizzi”, “Un posto al sole”, “Mina Settembre”, “Uonderbois”, la svolta impersonando Mia Martini. Le tante sfaccettature artistiche di Serena Rossi. Lei, invece, davanti allo specchio come si vede?

«Mi guardo e vedo una quasi quarantunenne, una mamma, una moglie. Una donna appassionata di sentimenti.»

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