Di Gino Morabito –

Colpisce la pacatezza con cui è riuscita a mettere a suo agio il Santo Padre, per la prima volta ospite in una trasmissione televisiva. Un’esperienza lavorativa di oltre trent’anni, di cui quindici alla guida del programma A Sua immagine, e l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica nel 2021. Non è semplice imporsi nel mondo dello spettacolo e dell’informazione ma Lorena Bianchetti lo ha fatto con grande professionalità e verve, portando nelle case degli italiani il sorriso luminoso di chi continua ad affidarsi alla vita.
Il prossimo mercoledì 28 giugno andrà in onda su Rai 2 la serata di premiazione di Tulipani di seta nera: ovvero il racconto cinematografico della diversità, della fragilità e dell’unicità delle persone e dei luoghi. Assieme alla presentatrice Lorena Bianchetti e alla madrina Valeria Fabrizi, saranno presenti sul palco anche Elena Sofia Ricci per la serie tivù di Rai 1 Fiori sopra l’inferno ex equo con Vincenzo Malinconico interpretato da Massimiliano Gallo.

La conduttrice del Gran galà del sociale fa il bis.
«Sono davvero felice di rivivere quest’esperienza, consapevole di far parte di un progetto molto intelligente e di particolare necessità, nel delicato momento storico che stiamo attraversando. Ritengo che il nostro tessuto sociale vada in parte ricostruito e reputo di grande utilità l’attenzione cinematografica e di tutti gli altri linguaggi coinvolti nella manifestazione.»
Al centro il rispetto dell’altro e delle differenze, promuovendo l’umano in un frangente nel quale si è attenti solo ed esclusivamente a sé stessi.
«Ognuno di noi contribuisce a costruire il tessuto sociale, a partire dalla propria quotidianità. Purtroppo, però, si sta diffondendo sempre più l’errata convinzione che, per venire apprezzati, bisogna essere come un supereroe del cinema. Ma non è la realtà, e questo genera continue frustrazioni, intolleranza, aggressività, impazienza.»
Una corsa sfrenata verso l’effimero, nel tentativo di appagare un’insoddisfazione permanente.
«Bisognerebbe comprendere che la bellezza delle persone risiede anche nelle loro fragilità, in quei difetti che ci rendono unici. E, se la nostra società sta ancora in piedi, è grazie e soprattutto a quella corrente d’amore silenziosa che non fa notizia ma che riveste un ruolo fondamentale per la crescita umana di ogni individuo e, senza clamore, manda avanti tutto.»
È necessario ripartire dalle basi: fare introspezione, vivere con dei ritmi più lenti, mettere ordine nella propria gerarchia dei valori.
«Oggi noto una grande impazienza nel raggiungimento immediato dell’obiettivo, senza guardare alla bellezza del percorso che ha portato ad ottenerlo. Sono molto gelosa della mia gavetta, dove scorgo una certa poesia: tutti i sacrifici fatti, lo studio di notte per cercare di imparare più possibile. Quanti ricordi… E ancora la necessità di mettere l’amore in ogni cosa, anche in quella apparentemente più stupida e insignificante.»
Vivere nell’amore. Non soltanto nelle relazioni con gli altri, ma anche nei piccoli gesti quotidiani.
«Amore è la parola guida della mia vita, così come luce e bene. Credo, infatti, che la vita sia una lotta tra il bene e il male, e noi dobbiamo scegliere da che parte stare. Il famoso libero arbitrio, in fondo, serve proprio a questo. Dipende solo da noi ciò che vogliamo realizzare.»
Scegliere il bene è difficile, può fare paura.
«Credo che la paura possa essere un dono che ti permette di vivere con maggiore attenzione e cautela, senza però farsi dominare né paralizzare. Talvolta, scappare da alcune situazioni, che percepisci come potenzialmente nocive, può essere una forma di coraggio.»

Non uscire mai da sé stessi.
«Ho quarantanove anni e so quello che mi fa bene e che mi fa male. Cerco sempre di rispettarmi e di non tradire me stessa e i miei ideali.»
La fortuna più grande è quella di riuscire a coltivare i propri sogni.
«Continuo a ripetermi che bisogna crederci fino in fondo, non risparmiarsi mai, avere anche un po’ fortuna – che non guasta – e poi affidarsi alla vita.»
Alla luce della fede.
«La fede è la mia bussola ma non la ostento, né mi sento bigotta. La vivo in pienezza nel rapporto con gli altri, nel mio lavoro, nella quotidianità.»
Come una tavola imbandita.
«Dev’esserci la tavola apparecchiata bene, con cura. Soprattutto mi piace continuare a chiacchierare dopo i pasti, condividere i momenti di convivialità. Stare a tavola con la mia famiglia mi fa sentire a casa.»
Serenamente scorgere i segni di un tempo galantuomo.
«Davanti allo specchio osservo la vita che solca i suoi terreni, rivedo tutte le scelte che ho fatto. Ed è bello. Ciò che mi piace di me stessa è quello che sono diventata interiormente. Certo, con le mie fragilità, ma riuscendo ad essere più forte. Mi sento una donna realizzata perché fin da piccola volevo fare questo lavoro e lo faccio, desideravo una famiglia e – ringraziando il Cielo – ci sono riuscita, sognavo di essere madre e ho una figlia che amo alla follia.»
Il successo la corteggia fin da piccola, quando i interpreta i fotoromanzi per i teenager ed esordisce in Rai nella miniserie tivù Una lepre con la faccia di bambina.
«Ero una bambina estremamente riservata. Ho cominciato a lavorare all’età di dodici anni, facevo i fotoromanzi per Cioè e non volevo che i miei amici lo sapessero, perché temevo che potessero esserne gelosi e che mi avrebbero allontanata. Amo profondamente il mio lavoro ma mi sono fatta una promessa: non mi avrebbe mai dovuto rubare la vita. Il rischio, però, è sempre lì dietro l’angolo.»
