Di Ginevra Baldassari –

Settimo lavoro in studio, E vissero feriti e contenti è una sorta di concept album, sviluppato su molteplici livelli, che inizia con una narrazione: una favola che racconta la vita artistica di Ghemon.
Un percorso fatto di sconfitte, di ferite, di mostri, ma anche di vittorie, successi, amore e benefici. Tutti elementi che, vita dopo vita, hanno portato l’artista a una maturità stilistica e a questa eclettica unicità, restando al suo fianco per sempre.
E vissero feriti e contenti contiene nel titolo e nei brani quella contrapposizione ormai cara a Ghemon, contrasti nelle parole e nell’incontro dei vari stili musicali che magicamente formano un perfetto equilibrio. In reazione al periodo storico anche la produttività della penna del nostro Gianluca, che non si è accontentato di raccogliere i frutti del bellissimo Scritto nelle stelle, uscito meno di un anno fa in pieno lockdown, e ha appena pubblicato questa settima opera.
«È stato un anno intenso che ho vissuto a ondate. In un primo momento ho dovuto capire che cosa stava succedendo e sono rimasto bloccato a osservare. Poi ci sono state una fase di reazione, di aggiustamento e infine una grande voglia di vivere. Nonostante avessi appena scritto un disco, non mi sentivo consumato a livello energetico. Avevo voglia di fare musica e a tempo di record è venuto fuori un altro disco.»
Un titolo evocativo, una copertina in cui Ghemon sfoggia un look molto diverso dal solito, con un gatto posato sulla spalla.
«A livello di look affronto gli anni della mia vita come se stessi facendo dei film. Quindi entro nel personaggio, metto 40 kg, li tolgo, mi raso, solamente che non mi pagano come un attore però (ride). Il gatto è lì come elemento surreale e simbolico: è in posizione rampante, pronto a scattare, come mi sento io. E poi questo è il mio settimo album, i gatti hanno sette vite e io penso di averne vissute altrettante.»
Una favola di ferite e felicità.
«Il titolo è arrivato così, è venuta fuori questa frase, questo concetto. Credevo che riassumesse me ma in realtà che riguardasse quello che un po’ tutti stavano vivendo. Non mi interessava raccontare quello che era appena successo, fare musica malinconica. Volevo la musica del festeggiamento, della liberazione e, già dal titolo, che ci fossero tutti e due i concetti: cioè quello che eravamo stati ma soprattutto quello che volevamo essere.»

La fine di una fiaba è sempre l’inizio di qualcos’altro.
«Nei dischi uso spesso la prima persona ma la musica è un dialogo, è comunicazione, in senso ampio. Le mie canzoni esistono perché sono figlie della mia esperienza, ma se non fossi un osservatore e un ascoltatore non potrei scrivere. È quello che succede intorno a me, che poi vado a rimettere nei dischi: mi guardo attorno e vedo la mia generazione, quelli più grandi di me, e capisco che crescendo si prendono delle botte e la vita è questa. Lo si può dire lamentandosi o con il sorriso sulle labbra.»
Nella prima parte della sua carriera la poetica di Ghemon era quella di una persona chiusa nel proprio mondo.
«Oggi guardo quello che ho vicino e quindi cerco di dare ritmo, melodia e poesia a cose che mi succedono in casa, al quotidiano. Posso scriverlo in una canzone e farla essere comunque elegante e interessante musicalmente. È una delle cose che mi divertono di questa parte della mia carriera: avere un approccio più immediato alle idee, senza dover scrivere l’opera magna ogni volta e metterci anche una cifra di me stesso che non ero riuscito del tutto a dimostrare, cioè la parte ironica, divertita, che guarda con spirito alla vita.»
Un album eclettico, che spazia dal nu soul, al reggae, con cori gospel e fiati, musicisti illustri e un vocale di Ema Stoccolma.
«Diciamo che c’è sempre una latenza tra Gianluca ascoltatore e Ghemon artista. La house, quella più tendente al soul, la techno, da tantissimi anni il reggae, sono tutte cose che mastico come ascoltatore ma fin quando non sento che mi sono entrate sotto pelle e che posso declinare quel genere a modo mio, senza essere derivativo, non lo faccio. Ci penso a lungo perché voglio essere sicuro che il risultato sia una cosa che tra dieci, quindici o vent’anni, quando eseguirò la canzone su un palco, parlerà ancora di me. Non voglio che parli di un momento della mia vita di cui poi mi vergogno e la metto in un cassetto. Cerco di fare cose che possano resistere al test del tempo. E mi diverto.»

Uno script, la voce narrante di Chiara Francese, un progetto quasi teatrale, cinematografico.
«Sul piano artistico questo disco ha un secondo livello di lettura, non ci sono solo i pezzi staccati e infilati dentro a un album ma li ho immaginati in sequenza, uniti. Mi piaceva l’idea del viaggio, con tanti episodi e degli elementi di narrazione, dei personaggi che si legano tra di loro. Personaggi che interagiscono secondo un copione, con un inizio, delle parti di mezzo e una fine.»
Momento perfetto è un pezzo molto energetico e tutto l’album segue questo mood.
«Penso che sia un album che ha vita dentro, anima, tanta energia, linfa vitale. A volte questa linfa può virare verso l’agrodolce, altre verso l’allegro. Ma non è mai un’allegria immotivata. Non me lo sentivo proprio nel cuore un disco triste, c’era già troppa pesantezza fuori e avevo bisogno di reagire con la musica.»
Nell’anno delle grandi solitudini e delle grandi distanze, un disco di squadra.
«Non so come sia stato possibile proprio quest’anno, ma è il disco in cui ho più lavorato di squadra, in cui si è creato uno spirito di gruppo che credo non ci fosse mai stato nei miei album precedenti. Questa è la soddisfazione più grande: avere ricreato al mio settimo disco, ancora una volta, un gruppo coeso di ragazzi che ci credono!»
È arrivato il tempo di lasciare andare. Il disco è finito. Buon ascolto.
