LA PROSSIMA ESTATE? ON STAGE I PERTURBAZIONE!

Perturbazione1_musicaintornoProgetti per le vacanze? Se provate a rivolgere questa domanda a un musicista, quasi certamente vi risponderà: «La prossima estate promette un tour…»

Nel caso specifico, il nostro interlocutore è Tommaso Cerasuolo, frontman dei Perturbazione, e le date confermate dei live sono:

9 luglio a Torino, 14 luglio a Parma (acustico: Tommaso + Cristiano + Mirò), 17 luglio a Massarella Fucecchio (FI), 24 luglio a Marina di Carrara, 29 luglio a San Lazzaro di Savena (BO), 6 agosto a Montecchio Maggiore (VI), 13 agosto a Torricella (TA), 3 settembre a Ravenna.

«… Ci lavoriamo tanto e stiamo buttando giù ancora nuove idee per tanti progetti,» proseguendo la voce torinese; «ci piacerebbe moltissimo ritornare a lavorare contaminandoci con i mondi della comunicazione espressiva… stando dentro degli spazi diversi da quelli classici del concerto. E poi goderci Andrea Mirò: avere avuto la fortuna della sua presenza come quinta musicista in tutto il tour e anche quest’estate è un regalo davvero grandissimo!»

Perturbazione2_musicaintornoEstate e quelle piccole distanze da colmare per raggiunger il palco, dove – tra le luci che deformano e i suoni che ti avvolgono – si mettono in scena personalità e personaggi che coesistono.

«Ma, se rompi il guscio di quelle piccole menzogne (e ce ne sono dentro tante), molto spesso scopri quello che le persone stanno realmente cercando di costruire della propria identità.»

O almeno queste sono “Le storie che ci raccontiamo”.

 

“C’è un primo tipo di storia, quella che racconta di due amanti che si conoscono. Il secondo tipo di storia invece è quella che fotografa i due stessi amanti mentre cominciano ad annoiarsi, della vita, l’uno dell’altro. Infine c’è un terzo tipo di storia: quella che valica queste due situazioni”. Prendiamone atto, ma George Simenon, de “Le storie che ci raccontiamo”, cos’avrebbe detto?

«… Che sono del terzo tipo, quelle alla ricerca dell’identità dei due amanti, del modo in cui raccontano di sé stessi agli altri (ciascuno separatamente racconterà della loro storia) e della definizione che stanno ancora cercando. Ma sono anche le storie che gli interessano di più in quel momento e che andranno a cercare altrove. “Le storie che ci raccontiamo” è un titolo con un doppio valore: è un modo di dire utilizzato per definire le frottole, ma non è necessariamente detto che sia solo quello il significato, anzi… Sono le buone storie di cui andiamo tutti ancora alla ricerca, perché abbiamo fame di un montaggio (per dirlo in termini cinematografici) che ci consenta di filtrare i milioni di immagini e le continue informazioni private (che ci arrivano quotidianamente soprattutto attraverso i social), per restituire al racconto un’identità intima e, proprio perché intima, universale.»

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Un bivio tra il falso e il vero nelle nostre vite, così come nelle canzoni, tra quello che raccontiamo e quello che amiamo raccontarci. Per riuscire a sopravvivere? O, più verosimilmente, perché non possiamo fare a meno di ingannare noi stessi?

«Un po’ tutt’e due. Ci sono a volte delle piccole distanze tra chi sei veramente e chi metti in scena. Pensa ad esempio a un gruppo di persone e a come si fotografa in un locale, facendo sembrare quel locale pieno di gente anche quando in realtà non c’era nessuno… Ma, se rompi il guscio di quelle piccole menzogne (e ce ne sono dentro tante), molto spesso scopri quello che le persone stanno realmente cercando di costruire della propria identità. E si tratta di un’identità in crisi, perché ci sono certi costrutti ideologici che sono crollati, dagli anni Novanta in poi, ma noi italiani – da dentro – continuiamo costantemente a fare lo stesso gioco: il semplice lo chiamiamo stupido; la musica, se è commerciale allora dev’essere brutta, se è indipendente allora è figa. Credo che lo stesso valga per il racconto.»

Perturbazione4_musicaintornoA proposito di messe in scena… Qual è la favola più grande che Tommaso Cerasuolo ha raccontato a sé stesso?

«Be’, di riuscire a fare questo lavoro. Lo faccio con tutta la passione, il tempo e la dedizione che ci si possano mettere, ma vorrei voler avuto, ad esempio, quella costanza per diventare un musicista migliore:

sono contento del cammino fatto con la voce, ma vorrei poter riuscire a suonare meglio qualche strumento e perfezionarmi nella lettura della musica. Continuo a raccontarmi che ce la farò, che un giorno avrò il tempo… Esiste tuttavia anche un risvolto che mi piace: non rinunciare – a priori – a fare delle cose, anche se non sono la perfezione. Allora la parte buona della storia è che faccio con quello che ho!»

I Perturbazione agiscono. Quattro elementi per il settimo lavoro in studio della band piemontese nella nuova formazione. Bravi e belli, ma doppio lavoro, trasferta londinese compresa?

«In realtà “Musica X”, il disco precedente, era stato già realizzato in parte da questa formazione, perché l’abbandono di Gigi ed Elena è stata una scelta progressiva che scaturiva dalla loro separazione nella vita privata e anche le altre formazioni a 6 spesso erano di tipo sperimentale, perché le canzoni nascevano quasi sempre per gruppi un po’ più ristretti. Il quartetto attuale aveva lavorato abbastanza insieme e il luogo… era il nostro altrove, che ci ha consentito quella ricerca di lavoro maggiore sulle linee ritmiche, basso, batteria ed elettronica; il groove; la possibilità di far uscire meglio la voce… Era un territorio in cui potevamo trovare delle novità rispetto a noi stesi. La trasferta londinese nasceva proprio da una necessità logistica, perché Tommaso Colliva (il produttore) poteva lavorare con noi solo in quel periodo e in quel luogo. È stato bello raggiungerlo, staccare dalla nostra realtà e vederlo al lavoro; vedere come riusciva ad amalgamare tutto il nostro passato musicale con quello che era stato il grande balzo in avanti rispetto a Musica X.»

Perturbazione5_musicaintorno3 anni dopo… il nuovo progetto e il singolo nell’aria come un “eterno ritorno a cose sognate”. Cosa promette la prossima estate?

«La prossima estate promette un tour, che spero sia lungo – e non è facile – perché la sensazione che abbiamo è quella che siamo tutti un po’ annaspanti e che il calendario si stia chiudendo abbastanza in avanti.

Però ci lavoriamo tanto e stiamo buttando giù ancora nuove idee per tanti progetti; ci piacerebbe moltissimo ritornare a lavorare contaminandoci con i mondi della comunicazione espressiva, come già abbiamo fatto in passato, stando dentro degli spazi diversi da quelli classici del concerto. E poi goderci Andrea Mirò: avere avuto la fortuna della sua presenza come quinta musicista in tutto il tour e anche quest’estate è un regalo davvero grandissimo!»

Adesso, invece, un piccolo salto nel passato. Venite contattati per una rilettura integrale del celeberrimo disco di Fabrizio De André. Correva l’anno 2010. Non è ancora tempo de “La buona novella”?

«Quando ti parlavo di contaminazione, quello è uno dei progetti belli ai quali abbiamo lavorato su commissione. Reinterpretare uno dei dischi più interessanti di Fabrizio De André è stato meraviglioso, con il contributo delle voci di Nada e Alessandro Raina. Ma c’era la P.F.M. in giro con lo stesso tipo di progetto, per cui sarebbe stato difficile proporlo in quel momento storico e così è rimasto uno dei grandi sogni nel cassetto. E, forse, è proprio bello per questo. Credo che la musica, oggi, abbia bisogno di quel tipo di “buona novella”, per smettere di raccontarsi di essere sempre protagonista: rimane comunque molto presente, quella che chiamiamo “musica liquida”, molto ricercata, ma non è più il piatto principale. Ha bisogno di mettersi al servizio di altro. Ecco, la buona novella è raccontarsi che è molto meglio stare dentro il presente, anche se non è particolarmente bello, invece che vivere nel ricordo di un passato, seppure glorioso. E questo le canzono possono ancora farlo.»

Come da tuo ultimo status, si legge: “Scusate il ritardo”. Perché? Chi ti stava aspettando?

«È il mio motto» sorridendo divertito Tommaso «e ho deciso che sarà anche l’epigrafe sulla tomba. Non mi aspetta nessuno ormai… Anzi non è vero, ho ancora delle persone che mi vogliono molto bene; i miei colleghi; i nostri collaboratori; la mia compagna, i miei figli… c’è ancora qualcuno che mi aspetta, per fortuna, e di solito ho questa malattia di non essere la persona più puntuale del mondo, ma ci sto lavorando. È una delle storie che mi racconto.»

 

 

Gino Morabito

 

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