Di Gino Morabito –

Considerato l’erede naturale dei mostri sacri della musica nera, è uno dei nostri maggiori vanti nel mondo. Dai cori gregoriani delle chiese siciliane alle collaborazioni con i più grandi artisti internazionali, Mario Biondi non ha mai smesso di osare.
Nel ventennale di “This is what you are” e “Handful of soul”, il crooner siciliano annuncia il suo primo album di inediti in italiano, “Prova d’autore”. Il disco sarà presentato nei principali teatri italiani, con uno spettacolo prodotto da Friends & Partners e la partecipazione straordinaria al pianoforte del Maestro Antonio Faraò. Il tour farà tappa anche a Catania, il 21 maggio al Metropolitan, e poi il 24 novembre al Golden di Palermo, eventi realizzati da Puntoeacapo.
La gavetta con migliaia di chilometri in auto, i canti gregoriani in latino che ancora ricorda, quel vocione scoperto grazie ad un mal di gola.
«Intorno ai tredici anni alcune compagne di classe mi telefonavano per sentire la mia voce. In realtà, forse per il mio low profile, ho scoperto tardi le potenzialità. Tra l’altro, fino ai ventisette non avevo mai considerato di essere un basso: per me, che come mito avevo Michael McDonald, era quasi una sfiga.»
Poi gli ascolti di Al Jarreau, il simbolo musicale di un’adolescenza trascorsa a Catania.
«La sua capacità di transitare dal jazz classico al soul, per approdare alfine alla dance ha timbrato il mio modo di essere artista a 360 gradi.»
A maggio protagonista al Metropolitan, e poi in autunno a Palermo, per presentare il suo primo album interamente in italiano. Teme che possa cambiare qualcosa nel rapporto con il pubblico se canta nella sua lingua madre?
«Nei 50 Paesi frequentati in questi anni, abbiamo sempre portato dei brani in italiano, miei o di altri, come Battisti. Sono sempre stati accolti con entusiasmo, anche all’estero.»
Il titolo “Prova d’autore” richiama quasi un esame.
«Credo che ogni artista senta il bisogno di essere visto, compreso. In fondo, la “prova” non finisce mai. Anche i grandi della musica convivono con questa tensione: non ho mai incontrato un artista completamente sicuro di sé.»

Dopo due decadi in inglese, arrivare oggi a un disco in lingua madre può sembrare un ritorno alle origini o, per qualcuno, una mossa tardiva.
«Da siculo, anche irascibile, verrebbe da dire: “Ma facitivi i fatti vostri!”. In realtà, sono felice di aver trovato il momento giusto. Non esiste un tempo ideale: esiste quello in cui senti che qualcosa è pronto. E questo progetto lo è, anche grazie al lavoro condiviso con il mio team, proprio nell’anno in cui celebro i vent’anni di “Handful of soul”.»
Si scruta dentro l’anima in un nuovo lavoro dove è autore, compositore, arrangiatore e produttore.
«Ho voluto mettere tutto in gioco, senza forzature. È un progetto intimo, personale, che ho voluto costruire secondo la mia visione, pur circondandomi di collaboratori storici come Max Greco, David Florio e Antonio Faraò.»
Proprio il dialogo con il Maestro Antonio Faraò porta sul palco una dimensione jazzistica più pura. C’è bisogno di “rieducare” l’ascolto?
«Faraò è un artista straordinario, curioso, aperto. Ha una grande tecnica e una forte capacità comunicativa. Non si tratta di rieducare il pubblico, ma di offrirgli qualcosa di autentico e coinvolgente.»
Cosa prova un attimo prima di entrare in scena?
«Mi piace farmi stupire, l’effetto sorpresa. Cerco di salire sul palco abbastanza scevro da impostazioni, da previsioni: “E adesso che succede? Andiamo a vedere”. È questo l’atteggiamento.»
Il successo è ancora misurabile in numeri, o crede che esista una forma più “invisibile” e duratura di riconoscimento artistico?
«Ho smesso con le misurazioni in termini numerici. Non appartengo al mainstream dei milioni di streaming, anche se alcuni miei brani li hanno avuti. Una volta i numeri erano concreti: dischi venduti, copie nelle case delle persone, che poi le portavano da autografare. Oggi è un contatore che non conta.»
Qualche tempo fa ha dichiarato che “le canzoni sono come i figli, ti dicono loro quando sono pronti a volare da soli”. Che genere di “soul” vorrebbe riuscire a trasmettere?
«Credo di essere una persona molto semplice, anche nella trasmissione dei valori. Mi rifaccio alle cose basilari, forse antiche, agli insegnamenti di mio padre, di mio nonno: rispetto e attenzione per il prossimo, cura della propria persona e personalità. Osservo le caratteristiche, le attitudini dei miei figli e le sostengo. In qualche occasione le caldeggio, senza mai troppo spingere. Confido maggiormente nella loro personale voglia di fare, e poi – da buon papà – cerco di assecondarli.»
Qual è il sogno per la sua città?
«Frequentarla molto più spesso. Mi farebbe bene!»
