Di Gino Morabito –

I capelli ricci, iconici, rappresentativi del suo carattere. Quel talento naturale, indiscusso, dentro il fisico minuto che si fa forte di una notevole presenza scenica. Un futuro iniziato sulle punte e diventato cinema, fiction e pieces d’autore. Protagonista del testo “Dialogo di una prostituta con un suo cliente” di Dacia Maraini, una superlativa Simona Cavallari veste i panni di Manila. Insieme sul palco con il talentuoso Federico Benvenuto, dà vita ad uno spettacolo prodotto da Patagonia Pictures per la regia di Guglielmo Ferro. La tournée teatrale, che riprenderà anche nella stagione 2025/2026, farà tappa il 16 aprile al “Don Bosco” di Padova, il 29 aprile al “Michelangelo” di Modena e il 9 maggio al “Colognola” di Bergamo.
Un linguaggio esplicito. Gli spettatori rimangono colpiti, quasi schiaffeggiati dai dialoghi. Come spesso sono la realtà e i pregiudizi a schiaffeggiare.
«Non è una questione di pregiudizi ma la straordinaria bravura di Dacia Maraini che riesce perfettamente nel suo intento: colpire allo stomaco. Quella della mia prostituta non è una volgarità che vuole creare scalpore. Il dialogo di Manila ci spinge a riflettere.»
È tutto molto essenziale: un letto, una scrivania, degli abiti come scenografia. In un certo senso, si potrebbe affermare che vince l’autenticità.
«Sì, esattamente. Anch’io mi sono approcciata al testo, come sempre, lasciandomi andare completamente, quindi non giudicando la protagonista ma interpretandola con la mia recitazione più sincera.»
L’autrice ci insegna a fare i conti con le nostre debolezze.
«Penso che gli esseri umani dovrebbero sempre avere la possibilità di cambiare, e anche le debolezze cambiano a seconda dei momenti. Se c’è una cosa che ho capito è che vorremmo essere infallibili, invece il vero punto di forza è accettare le proprie debolezze, comprenderle e cercare di andare avanti.»

Volersi bene, rispettarsi, sono una conquista.
«Per alcuni sì, per altri no. Volersi bene è capire quello di cui uno ha realmente bisogno, la difficoltà sta proprio nel discernere. Io mi sono conquistata tutto nella vita, niente è stato facile. Ho sempre raccontato le mie battaglie dopo averle superate, per dare un messaggio positivo. Perché le battaglie vanno vinte prima con noi stessi.»
L’ascolto è fondamentale.
«Sono sempre stata una persona molto timida, quindi ho osservato tantissimo. La realtà che mi circonda è un continuo arricchirmi di spunti che poi riverso nella mia professione di attrice. Scrutare una donna che piange e vedere come l’altro la ascolta, magari le pulisce il maglione con tenerezza… Sono tutti gesti che ho rubato alla quotidianità, perché la vita è più grottesca dei film.»
Si ragiona sovente di quanto, negli anni, anche l’influenza della tecnologia in qualche modo abbia cambiato l’arte attoriale.
«Quando si è passati dalla pellicola al digitale, un po’ la magia si è persa. Pensare che un tempo montassero proprio a mano il film… Io le ho viste le sale di montaggio, era proprio un’alchimia bellissima. C’era molta più attenzione perché la pellicola era estremamente cara, quindi ogni ciak aveva un’altra tensione.»
Tuttavia il “gioco” del recitare bisogna sempre prenderlo con leggerezza.
«Ho un approccio al lavoro abbastanza serio, quindi, ad esempio, cerco di piangere veramente sul momento per restituire un’emozione forte, drammatica. Ma non scordo mai il “jouer” dei francesi, usando la recitazione come catarsi.»

Trovare ogni volta il coraggio per salire su un palcoscenico e fare l’attrice.
«Le prime volte che andavo in tournée, mi dicevo: “Madonna, chi me l’ha fatto fare!”. Ricordo il mal di pancia, l’agitazione, quella voglia di scappare la sera della prima… Fino a quando non mi capitò di vedere in camerino un’attrice molto avanti negli anni, che di spettacoli ne aveva già fatti un’infinità. E, anche lei, non più giovane, era lì con noi che tremava. In un misto di felicità e paura. Ecco, è quello il bello del teatro.»
L’amore per l’artigianalità di un lavoro cominciato per caso.
«Mi è capitato e l’ho fatto, in modo naturale. L’ho usato per quello che mi serviva, non è mai stato il punto centrale della mia vita.»
Talvolta può diventare un’ossessione.
«Per alcuni attori diventa tutta la loro vita. Mi ricordo che andavo in giro col pancione di Santiago e con Pablo piccolissimo in braccio. Tutti mi chiedevano: “Che stai facendo? Un nuovo film?”. Come se, per una donna incinta, fare la mamma non potesse essere gratificante.»
È stata Cecilia Smedile in “Pizza connection”, Ester Rasi ne “La Piovra 4”, Teresa ne “Il capo dei capi” e Claudia Mares in “Squadra antimafia – Palermo oggi”. E, proprio da Palermo, la petizione per creare uno spin-off dedicato alla vicequestore che l’ha consacrata nazionalpopolare.
«Conosco bene ogni angolo di Palermo perché ci ho girato per mesi interi le tre stagioni di “Squadra antimafia”. All’epoca, molti dei ragazzi che venivano sul set erano minorenni. Li ricordo accompagnati dalla zia, dalla nonna, dai genitori, dai fratelli maggiori… In questi anni, siamo sempre rimasti in contatto e, in occasione del mio spettacolo al “Biondo”, sono venuti a trovarmi in camerino per poi andare a cena tutti insieme. È venuta fuori l’idea di una petizione per creare lo spin-off dedicato a Claudia Mares, con l’intento di dare un seguito a quel finale lasciato ancora aperto. E, confesso, che anche a me non dispiacerebbe.»
