Di Gino Morabito –

È stato caschetto biondo, scugnizzo a New York, senza giacca e cravatta. Istrionico e dal talento versatile, negli anni ha saputo cambiare pelle e rinnovarsi, pur rimanendo fedele a sé stesso: quel “ragazzo della Curva B” che lo ha riscattato da una vita da sconfitto. Dopo i sold out del 2025, continuano i festeggiamenti per il primo mezzo secolo di carriera di Nino D’Angelo con “I miei meravigliosi anni ‘80… bis!”. Iconico “emigrante” all’estero nelle splendide venue di Losanna, Zurigo, Stoccarda e Innsbruck, il prossimo 21 giugno 2027 si appresterà a vivere lo straordinario evento “Nino 7.0” al Maradona di Napoli per celebrare i suoi settant’anni.
Figlio di padre operaio e madre casalinga nel quartiere di San Pietro a Patierno, con quella voglia di emergere a tutti i costi.
«Quando mi sono accorto che i miei genitori erano poveri e anch’io come loro, è scattata in me una fortissima voglia di vincere. Sentivo quella spinta interiore e capivo che c’è chi nasce da una parte e chi dall’altra. E io ero uno “scamazzato”, uno sconfitto.»
Un nato per perdere che ce l’ha fatta.
«Sono nato fra quelli che non hanno voce. Sto sempre con loro, ma ora ho più voce degli altri e la metto al servizio delle persone che mi hanno aiutato. Sono un miracolo del popolo. Non bastano talento e passione, c’è bisogno del pubblico.»
Un profondo affetto implica grandi rinunce.
«Non so se sia stato un sacrificio diventare Nino D’Angelo, perché l’ho fatto rimanendo me stesso. Non ho cambiato niente di me per il successo.»
Il suo viaggio è iniziato in teatro.
«Ho sempre avuto voglia di cambiare, grande curiosità. Sono partito da Mario Merola, poi sono arrivato a Sergio Bruni e da lì Peter Gabriel, un gigante che, senza saperlo, mi ha fatto scoprire un universo musicale fantastico.»

Porta in scena uno spettacolo che ripercorre la sua carriera cinematografica e i suoi più grandi successi.
«Con i primi film mi accorsi che stava cambiando qualcosa. Negli anni Ottanta ero molto richiesto, facevo l’Olympia di Parigi, il San Carlo. Ciononostante, c’era il pregiudizio che uno col mio aspetto di allora potesse produrre soltanto cazzate. Ma quel caschetto – che piaccia o no – ha fatto una rivoluzione.»
Prima c’erano le canzoni di malavita, la sceneggiata.
«Io sono quello che ha portato il sentimento, l’amore, il valore della famiglia… E così hanno cominciato a prendermi sul serio. Hanno visto che, sotto quel caschetto biondo, ci stava pure una testa.»
Eppure gli esami non finiscono mai, come diceva Eduardo.
«Ho dovuto affrontarli più volte, e li ho superati. Faccio il mestiere che sognavo, mi pagano per cantare e mi diverto. Poi, certo, quando è arrivato il David di Donatello, è stata una gioia inaspettata. L’ho vinto per “Tano da morire”, un film ambientato a Palermo.»
Il Sud in Serie A. È possibile.
«È grazie ai social se il divario tra Nord e Sud si sta accorciando. Hanno fatto vedere come il Mezzogiorno d’Italia non sia fatto soltanto di mafiosi e camorristi, che sono la parte minore, ma di persone perbene, gente onesta, solare, accogliente, che, per lavorare, è costretta a lasciare i propri affetti e cercare fortuna altrove.»
Nazionalpopolare, frequenta poco il suo ambiente. A casa, per tutti, è Gaetano.
«Nino è quello che ci dà da mangiare e merita rispetto. Se gli sto facendo questo omaggio, il tour de “i miei meravigliosi anni Ottanta”, è perché devo tutto a lui, a quel caschetto che ha fatto la storia della musica napoletana. E non solo.»
Dal dio Vesuvio viene concesso un dono, solo per un giorno.
«Rivedere la gioia che sprizzavano gli occhi di mia madre il giorno che le regalai la casa. Grazie a Dio sono un uomo fortunato che non ha bisogno di niente. Sono un marito innamorato e un padre che ha imparato dai figli. Più che un regalo, ho un desiderio: vedere Napoli e questo Paese migliori di adesso, sfruttando il potere della cultura.»
