ZUCCHERO ‘SUGAR’ FORNACIARI, IN BLUES WE TRUST

È rimasto lo stesso “Delmo vin a’ ca…” della sua Diamante. C’è qualcosa di ideale nella vita e nell’essenza di Zucchero ‘Sugar’ Fornaciari, nella naturalezza con cui unisce lo spirito della provincia e una scala globale che solo in pochissimi musicisti italiani riescono a permettersi.

Tra la Lunigiana e New York, continua a conciliare quelle radici “campagnole” con i tour mondiali. Rifuggendo i giovanilismi di mercato e il buonismo dilagante.

Una matrice soul mescolata a suoni più attuali, canzoni d’amore e di impegno civile, e l’apertura alla speranza da parte di un uomo alla ricerca. Resta immutata una certezza: in blues we trust.

“Grazie a Dio sono ateo!” come esclama Danny Rose, nel ruolo interpretato da Woody Allen. Adelmo annuisce.

«Lo sono ancora! Solo mi è tornata questa antica attrazione per le chiese e per i luoghi di culto, per la spiritualità. Il sacro e il profano mi hanno sempre conteso.»

L’irriverente Zucchero ‘Sugar’ Fornaciari, nel pieno della propria maturità artistica, canta un inizio di redenzione.

«D.O.C. è un album dove in ogni canzone, anche se velato, c’è un inizio di redenzione. Parlo sempre di luce, di una scia luminosa da seguire. Come nel brano Tempo al tempo scritto con De Gregori, quando canto “io ti sto cercando”.»

Brani strettamente attuali che parlano di libertà, dei muri eretti dentro di noi, di un ritorno alla genuinità e alla speranza. Lo stesso fil rouge che lega le canzoni inedite della versione Deluxe, come l’acustica Wichita lineman.

«Wichita lineman di Jimmy Webb è una delle canzoni che ho sempre amato, fin da quando ho cominciato strimpellare i primi accordi con la chitarra. Mi ricordo che a volte la suonavamo con la band nelle balere. È un brano che trovo molto bello e che ho cercato di fare a mio modo, minimalista; in una tonalità un po’ più bassa, senza sparare troppo.»

Una storia d’amore d’altri tempi. Romantica. Con tutta la pregnanza del testo in lingua originale.

«È davvero una storia meravigliosa. L’addetto ai fili del telefono della contea di Wichita, lontano dalla sua amata, anche senza vederla, riesce a comunicare con lei per dirle quanto soffra la sua mancanza. Appartiene al mio bagaglio musicale, a quelle canzoni che avrei voluto scrivere io stesso.»

Cambio di registro in Non illudermi così, dove il nostro bluesman Doc critica l’ipocrisia social.

«Tutti quei cuoricini, bacini, la continua ostentazione del volersi bene… Io sono un po’ un orso in queste cose, preferisco una stretta di mano. Diciamo che i social stanno a me come una cravatta al maiale.»

Il rovescio della medaglia è l’utilizzo della tecnologia per intensificare i rapporti a distanza, in un momento drammatico che, per contro, ha favorito gli scambi artistici di vecchie conoscenze che si sono rinnovate.

«Durante la pandemia mi sono sentito con Bono e abbiamo realizzato Canta la vita, una nostra versione della sua Let your love be known. L’ho eseguita davanti al Colosseo, in occasione della cinquantesima Giornata della Terra. Insieme a Michael Stipe è venuta fuori Amore adesso!, con un testo italiano basato sulle parole di No time for love like now. L’ho cantata a Venezia, in una piazza San Marco completamente deserta. Ho partecipato a One world together, il concertone organizzato da Lady Gaga. Poi September.»

Tra gli amici di vecchia data non può mancare Gordon Matthew Thomas Sumner, in arte Sting.

«Ci siamo sempre ritrovati. Quando io vado a New York o quando lui viene in Italia, come quest’anno a Pontremoli. Con la sua foto mentre gusta il gelato che è finita dappertutto. Il primo giorno che ci siamo visti ha deciso di farmi padrino di sua figlia Coco (Eliot Paulina “Coco” Sumner, N.d.R.).»

Un rapporto umano che lega i due artisti da anni. Tra duetti, live e qualche gustoso aneddoto…

«… Mi viene in mente l’ultimo, quello durante le riprese di September. L’appuntamento era alle sei e mezzo di mattina, mentre io solitamente mi alzo all’una. Abituato sin da piccolo a svegliarsi molto presto per aiutare suo padre che faceva il lattaio, Sting, ancor prima di cominciare a girare il video, aveva già fatto mezz’ora di piscina all’aperto, per tonificarsi. A ottobre inoltrato!»

Sotto il profilo stilistico, la produzione musicale del cantautore emiliano è caratterizzata da una sintesi originale della tradizione melodica mediterranea con elementi derivati dal blues, dal gospel e dal soul, generi tipici del sud degli Stati Uniti d’America.

«La fortuna di avere una carriera artistica lunga è quella di invecchiare bene. I miei esempi sono Johnny Cash, James Taylor, Tom Waits, tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Non strizzare l’occhio al mercato discografico, per cercare di essere a tutti i costi giovanile e radiofonicamente attuale. Quando scrivo devo essere libero. Diversamente, non avrei mai potuto fare brani come Wichita lineman o Non illudermi così, una cover di Don’t make promises di Tim Hardin.»

Brani pubblicati negli anni Sessanta e ancora attualissimi. Come la recente rivisitazione di Dio è morto di Francesco Guccini.

«Certi brani mi riportano agli inizi della mia carriera e li ritrovo ancora attualissimi. Per esempio, con Guccini ho fatto Dio è morto. Una canzone degli ultimi anni Sessanta che sembra scritta ieri. La sento tantissimo, come l’ho sentita quando uscì per la prima volta con i Nomadi a Roncocesi.»

Un “partigiano reggiano”, con le bandiere rosse nel comò.

«Non mi sento più così rappresentato per quelle che sono le mie origini e l’ideologia con cui sono cresciuto. Oggi è diventato tutto un po’ annacquato. Allora la mia bandiera rossa l’ho messa nel comò, non la sbandiero più di tanto.»

Zucchero ‘Sugar’ Fornaciari, uno che la rivoluzione – quella musicale – l’ha fatta davvero, portando il blues a New Orleans.

«Non aspettiamoci più rivoluzioni dal rock! Il suo posto è stato preso dal rap, almeno quello dei primi anni. Forse c’è ancora un po’ di margine per essere rivoluzionari. Se no, diventiamo tutti buonisti.»

Rock, rap, pop, blues… c’è fame di musica live!

«Il concerto per me è un rituale. Io devo suonare, noi artisti dobbiamo suonare, anche per dare un segnale di rinascita. Suonerò anche con meno gente, se me ne sarà data la possibilità. Quanto allo streaming, è sempre meglio di niente. Ma il live è tutta un’altra storia. Il feedback che ti arriva dal pubblico è determinante, ti carica, ti eccita. È energia allo stato puro.»

 

Gino Morabito

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