TOUR MUSIC FEST, UN VIAGGIO AL CENTRO DELLA MUSICA

Riscoprire la musica e valorizzare gli artisti nel variegato mondo della musica. Tour Music Fest vuole evidenziare le caratteristiche artistiche dei giovani talenti, per favorire i ragazzi a esprimere con la musica la loro passione di vita.

La melodia è coinvolgimento e creazione, non può essere soltanto una “vetrina” perché l’arte è un valore aggiunto che contraddistingue una persona. Il Tour Music Fest veleggia verso la finale del 7 dicembre all’Auditorium del Massimo di Roma, che vede alla presidenza della commissione il Maestro Mogol (il quale da dodici anni appoggia questo splendido progetto, anche ospitando i Music camp) e Kara Dioguardi (giudice di American idol, cantautrice e produttrice americana).

Con Gianluca Musso, direttore generale del TMF, apriamo un confronto sugli obiettivi che si è prefissato di raggiungere attraverso questo viaggio al centro della musica, avviando una riflessione sul mondo delle sette note e sui giovani del XXI secolo.

 

Gianluca Musso, in che modo il festival vuole valorizzare i giovani e la musica?

«Da quando è nato il Tour Music Fest ci siamo fatti spesso questa domanda. Dal 2007 ad oggi sono cambiate tante cose nel mondo della musica, quello che poteva valorizzare un giovane nel 2007 non corrisponde a quello che lo valorizza nel 2019. Per noi la cosa più importante non è valorizzare il singolo artista ma un intero contesto. Mi spiego meglio. Ogni anno il TMF incontra circa 20.000 artisti emergenti. È un numero davvero enorme e questo ci responsabilizza molto. Abbiamo l’opportunità di parlare a un intero contesto. Un contesto che darà vita alla musica che ascolteremo dopodomani o fra 20 anni. Riteniamo che questa sia una grande possibilità per poter trasmettere valori importanti che, tra le dinamiche televisive e quelle dei social, hanno perso di importanza negli anni. Il concetto di “gavetta”, di spirito di sacrificio e determinazione, sembrano ormai concetti superati. In realtà sono i valori che fanno la differenza tra un artista focalizzato che vuole veramente fare arte e una persona in cerca di fama e di autografi…

La maggior parte degli artisti oggi pianifica il lancio del singolo, del video, dell’EP che anticipa l’album, dell’album che anticipa il tour, del tour che anticipa il best-of. È chiaro che, se un artista scrive musica per andare in classifica, probabilmente non ci andrà mai, o meglio, il presupposto non può essere il “successo”, perché in questo modo si penserà a creare musica stereotipata, illusoria. La musica “bio”, come mi piace definirla, nasce dall’esigenza di comunicare qualcosa, di emozionare la propria fidanzata o rivivere e ricordare un’emozione. La musica indie, che in questo momento spopola, racconta proprio questo e il pubblico lo capisce e lo apprezza. Valorizziamo i giovani artisti valorizzando l’amore per la musica e per la verità musicale.»

Qual è il livello di preparazione dei giovani e quali occasioni suggerisci per migliorare la cultura della musica?

«Avendo avuto modo di girare l’Europa con il TMF, posso dire di avere un quadro completo dell’artista emergente europeo. Nel Nord Europa la musica è percepita come un’industria e, di conseguenza, la professionalità degli attori di questo mercato è più evidente. In Italia “fare” il musicista viene visto ancora come un hobby e questo condiziona molto. Se un papà di un ragazzino di 12 anni pensa che suonare sia solo un passatempo, è normale che poi un giovane artista non abbia voglia o volontà di specializzarsi. Il Tour Music Fest lavora proprio su questo, comunicando agli artisti l’importanza della preparazione, dello studio. Questi due elementi sono quelli che ti permetteranno di lavorare con la tua passione anche se i sogni di gloria non si dovessero avverare. E non mi sembra poco.»

La musica rap è la grande sfida del XXI secolo. Come reputi questa nuova espressione musicale e quale sarà il suo sviluppo futuro?

«Il rap, la trap e il mondo hip hop in generale stanno dominando le classifiche dell’Occidente. È un tipo di musica schietta, diretta, comprensibile e facile da ricordare grazie alle rime serrate. In America è mainstream ormai da anni, in Italia da meno tempo e sicuramente ci rimarrà a lungo. È un tipo di musica che permette una certa libertà di espressione e al contempo di toccare argomenti che la musica pop difficilmente tocca. Vedo il rapper italiano un po’ come il tipico cantautore italiano anni ‘70, quando le canzoni erano saette contro la politica, i ricchi, i disonesti. Devo dire che sono contento che il rap italiano stia avendo successo, dopotutto artisti come Tupac ed Eminem sono in cima alle classifiche da tanto tempo e l’Italia non poteva che essere contaminata da questo fenomeno.»

In base alla mission del festival, a quali progetti siete più sensibili?

«Siamo sensibili a qualsiasi tipo di progetto musicale. La musica è contenuto e può venir fuori da qualsiasi entità artistica, che sia una band, un cantante, un dj, un rapper.»

I giovani come reagiscono mediante la musica ai diversi cambiamenti sociali avvenuti in questi ultimi anni?

«Gli artisti sono gli idoli delle nuove generazioni ed essere un idolo significa anche essere un maestro di vita. Venti anni fa non c’era la possibilità di ascoltare musica quando volevi e per questo la selezionavi a dovere. Scegliere un disco richiedeva ore e forse giorni di ripensamenti nella scelta tra il singolo dei Queen o l’album dei Guns. Oggi hai tutto a portata di un click, anzi, di un dito sullo smartphone ed è tutto estremamente veloce. Prima amavi gli artisti per anni o per sempre, oggi un artista può entrarti nel cuore e probabilmente dopo un mese sei già stufo. Tanta velocità e poca qualità di ascolto produce anche poca riflessione e tanta superficialità.»

Gianluca, se dico Tour Music Fest, tu dici…

«Un’isola musicale felice, lontano da dinamiche televisive o discografiche, in cui prepariamo il terreno con i giusti valori e coltiviamo i giovani artisti europei con amore e responsabilità.»

 

Francesco Fravolini

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