PAOLO FRESU, QUANDO IL JAZZ SUONA COME LA VITA

«Attraverso una nota puoi raccontare il mondo, una nota può raccontare una storia infinita.»

Paolo Fresu narra storie di note piene di vita. A volte ne basta una, non è importante farne troppe.

Dentro al suono della sua tromba c’è la linfa che ha dato lustro alla nouvelle vague del jazz europeo. Lo stesso jazz che fotografa il presente di un Paese, il nostro, che si staglia dall’Europa verso l’Africa con una biodiversità incredibile, fatta di contaminazioni. Il jazz declinato in una varietà di progetti straordinaria, che, per l’artista di Berchidda, nascono sempre su una base umana, di condivisione di esperienze.

Il jazz, quel suono caldo sprigionato dalla magia di uno strumento che canta, il più vicino alla voce umana. La traduzione diretta del pensiero, dell’essenza di un musicista d’eccellenza. Non solo quello. Paolo Fresu, un trombettista che vive di  musica e gira il mondo. Un universo mondo dove la musica, il jazz, suona come la vita.

La “magia” di Paolo Fresu risiede nell’immensa naturalezza di un uomo che, come pochi altri, è riuscito a trasportare il più profondo significato della sua terra nella più preziosa e libera delle arti: la musica. Paolo, quanto ti riconosci in questa dichiarazione d’apertura?

«È un po’ ingombrante, però in fondo mi ci riconosco. La musica è un linguaggio fondamentale della mia vita, me l’ha cambiata. Oggi ho fatto della musica l’epicentro delle mie passioni e delle mie scoperte. Non mi ritengo solamente un musicista, mi piace tutto quello che mi piace. In più scrivo, organizzo un festival, dirigo un’etichetta discografica; provo, nei limiti del possibile, a dare una mano ai giovani talenti; mi occupo di scuola; sono padre. Tutto questo insieme di esperienze e attività sono sufficienti a dimostrare quanto la musica sia parte fondamentale della mia vita e quanto la viva a 360°. Ritornando alla dichiarazione di apertura, direi che è ingombrante sì, ma alla fine spero anche veritiera.»

Che tipo di padre sei?

«Sono un padre molto fraterno con mio figlio, però so essere anche rigoroso. Sono un padre che cerca di portare a casa tutte le esperienze per condividerle in famiglia. Non sono ossessivo, possessivo, neanche dal punto di vista musicale. Mio figlio suona la batteria; ha vissuto sempre la musica, perché la vive tutti i giorni, tra gli artisti che passano da qui e i concerti che segue. Ma non sono mai intervenuto, né in senso protettivo né in senso ossessivo. La musica bisogna viverla in maniera molto naturale, come è stato per me. Spero di riuscire ad essere un buon padre. Anche stando poco a casa, condivido con lui e con la famiglia tutto quello che mi porto dietro dai miei giri, dai miei viaggi, dai miei concerti. Porto a casa, non solo le esperienze vissute, ma le persone con le quali le vivo. È un modo per far respirare anche a mio figlio la musica a 360°, come la respiro io.»

Cosa ti piacerebbe condividere di te con le nuove generazioni?

«Mi piacerebbe condividere l’idea di poesia e di emozione che si cela dietro le cose che faccio, dietro la musica. Sono sensazioni che non è sempre facile condividere con gli strumenti di oggi, con la tecnologia, ma in realtà si può fare. Uso e gestisco i social personalmente ma cerco di farlo in maniera abbastanza creativa, come faccio nella mia musica. Ciò che mi piace condividere è quello che mi piace. Talvolta, quando mi invitano nelle scuole, nelle università, vado a parlare con i giovani. Semplicemente. Alla fine, la cosa importante nei racconti, non sono gli strumenti, ma i contenuti. Questi vanno traslati funzionalmente a quelle che sono le possibilità che si hanno a disposizione e alla tipologia di utente che ci troviamo davanti. Ciò che mi piace condividere è quello che vivo, quello che so, utilizzando linguaggi e strumenti differenti, funzionalmente alla tipologia di persone che vogliono stare ad ascoltarmi.»

I contenuti, le idee, sono alla base dei progetti di un artista onnivoro e creativo. Qual è il momento che prediligi in assoluto all’interno del percorso che ti porta alla stesura di un nuovo progetto?

«Di certo il momento iniziale, perché mi piace l’idea di creare. Sono un’inguaribile creatore, altrimenti mi annoio. Mi piace creare, avere una stanza vuota da arredare, una parete sgombra dove appendere i quadri; mi piace partire da idee di cose che non esistono e, piano piano, inventarle e farle diventare realtà. Questo vale anche nella musica. Quando comincio un nuovo progetto, mi appassiona l’idea della partenza: quella piccola idea iniziale cresce, si amplifica, si modifica, diventa interessante.»

Restando in tema di progetti, davvero interessanti sono quelli con grandi nomi del mondo letterario e teatrale italiano, Ascanio Celestini, Lella Costa, Stefano Benni, Milena Vukotic… come nascono queste idee?

«Nascono sempre in modo un po’ casuale, come quelle musicali. Nascono da un primo approccio di carattere umano. Persone con cui ci si incontra magari casualmente e ci si vuol conoscere, così nasce una comunicazione interessante, un feeling. Nascono tutte in questo modo le idee. Ad esempio, Lella aveva piacere di conoscermi, e io di conoscere lei. Ci siamo incontrati a Mantova, alla Festa della Letteratura, seduti di fianco, e da lì abbiamo capito che poteva esserci una scintilla interessante. Anche nella musica per me è esattamente così. Quasi tutti gli incontri sono casuali, magari dall’esserci visti a cena prima di un concerto, iniziamo a parlare e nasce l’idea di costruire qualcosa insieme. La mia filosofia è di lasciarmi guidare molto dall’istinto. Certo, ci sono progetti che nascono e poi, capendo che non funzionano, si è costretti ad abbandonarli. Però, nella maggior parte dei casi, sono progetti che continuano nel tempo. Mi piace proprio l’idea di costruire su una base umana, investire su questo e andare avanti, qualora ci siano gli stimoli umani per poterlo fare.»

Paolo Fresu, trombettista e flicornista d’eccellenza. Quanto fiato ci vuole per dire la propria al mondo ed essere presi sul serio?

«In realtà ce ne vuole pochissimo, perché basta esserne convinti. Poi non sempre gli altri stanno in ascolto, ma questa è un’altra questione. Bisogna scindere le cose e capire se si dà più valore all’urgenza espressiva del momento in cui si vuole dire, e allora un artista si esprime con gli strumenti e i tempi che ha a disposizione. Una nota sola può raccontare una storia infinita; al contrario si può fare un concerto di un giorno intero senza dire nulla. Ovviamente ci vuole anche l’altra parte, la parte che ascolta. Ma, in genere, quella parte ascolta poco, se la tua nota non è ben definita, ben chiara. L’unica certezza è che una nota è piena di vita. Attraverso una nota puoi raccontare il mondo. Non dico che puoi cambiarlo, ma puoi contribuire al cambiamento. A volte basta una nota, non è importante farne troppe. Fare musica e raccontarsi attraverso la musica è una cosa non facile, ma, se ci si crede realmente, può diventare incredibilmente naturale.»

Qual è il racconto più bello che hai narrato?

«Non c’è un racconto più bello di un altro, come non c’è un incontro più importante di un altro. Se vado a ritroso nella mia carriera, dopo quasi quarant’anni di musica, tutto quello che è capitato ha un senso nel momento in cui non mi sono posto il problema di fare il passo più lungo della gamba. Tutti gli incontri sono stati fondamentali, anche quelli che sembrerebbero meno importanti. Se dovessi scegliere, uno dei racconti più importanti è stato il progetto per i miei cinquant’anni, nel duemilaundici. Un progetto molto complesso, che prevedeva cinquanta concerti in cinquanta giorni, con cinquanta gruppi diversi, in cinquanta località della Sardegna. Un progetto intriso di poesia, di umanità, di rapporto con il territorio. Quello è stato il progetto più complesso dal punto di vista della costruzione, e forse più pregnante per un addizionarsi di esperienze totalmente diverse. Quei cinquanta giorni sono stati un’esperienza particolarmente ricca. Poi ci sono anche tanti momenti, spesso brevissimi, che restano nella tua vita per sempre. Ed io, da questo punto di vista, mi ritengo molto fortunato, tanto che è quasi delittuoso doverne scegliere uno. Poi c’è la mia paternità. Non vedo, nella mia vita, né un punto di arrivo né un punto di inizio. È tutto in divenire.»

Un continuo fluire come il linguaggio della musica, il linguaggio universale della musica a tempo di jazz. I luoghi, le atmosfere, la gente, come sono cambiati negli ultimi venticinque anni?

«Fuori c’è un vasto mondo. E il pubblico cambia funzionalmente al luogo nel quale ci si trova, anche se ormai il jazz è una musica universale. È cambiato un po’ il modo di approcciarsi a questa musica rispetto al passato. Molti dicono che il jazz sia una musica di nicchia, io sono convinto che, sempre di più, è una musica popolare, nel senso che, in questi ultimi venticinque anni, è cambiato proprio il carattere popolare del jazz, arricchendosi nei vari territori. Mi sembra che il pubblico sia cresciuto e, nonostante le difficoltà, ci sia un’attenzione che prima avevano solo i pochi appassionati o gli addetti ai lavori.»

Da una crescita quasi sotterranea al jazz come pilastro della nostra cultura popolare. Realtà dei fatti tra le dita, che tipo di società stiamo edificando?

«Questa è una bella domanda! Non ho idea di che tipo di società stiamo edificando, di certo il jazz e la musica in genere sono un linguaggio che edifica bene, mette le pietre giuste nel posto giusto, affinché il palazzo possa crescere virtuosamente verso l’alto. La musica, da questo punto di vista, offre un contributo straordinario alla società odierna, perché la musica è il linguaggio della condivisione, il linguaggio che mette insieme gli altri. È uno dei pochi linguaggi dove il tema della migrazione diventa straordinariamente positivo. Non sarebbe stato jazz, se ai primi del secolo scorso non ci fosse stata una migrazione dall’Europa verso il Sud degli Stati Uniti, e dei neri verso gli stessi luoghi. È difficile dire che cosa stiamo edificando, perché siamo in un momento di grande confusione: nel bene e nel male non sappiamo dove stiamo andando, nessuno lo sa. Si deve sempre dubitare di quelli che ostentano certezze. Quello che ti posso dire è che sicuramente la musica in genere, e il jazz in particolare, soprattutto oggi, si portano appresso una metafora importante proprio sull’edificare: è la metafora dell’incontro, della solidarietà, della comunicazione, della tesa di mano e del trasferimento della conoscenza. Mi sembra una maniera di edificare estremamente interessante e positiva.»

Qual è stato il preciso momento in cui hai realizzato nitidamente che la musica sarebbe diventata la tua compagna di vita?

«Nasco nella banda musicale del paese, poi nei complessi di musica leggera, suonando ai matrimoni e alle feste di piazza, quando scopro il jazz. Nei primi anni Ottanta inizio ad uscire dalla Sardegna e a fare qualche concertino. Diciamo che non ho dovuto sbattere la testa contro i muri o forzare delle porte chiuse, come altri hanno dovuto fare, nonostante abitassi in Sardegna e anche in un luogo abbastanza isolato. Ho preso coscienza del fatto che ero diventato un musicista quando, tornando in paese, gli abitanti di Berchidda, oltre a chiedermi dove fossi stato, mi chiedevano quando sarei ripartito. Quella domanda del quando sarei ripartito mi ha fatto in qualche modo riflettere. Ho capito che gli altri mi vedevano come uno che ormai era partito, quando nel mio pensiero io andavo e tornavo. Mi ha fatto riflettere sul fatto che in qualche modo fossi diventato un musicista e questo mi poneva di fronte al fatto compiuto che essere artista, essere musicista, fare della musica la propria vita, mi avrebbe imposto anche una serie di regole e di problematiche che andavano ben oltre l’aspetto creativo. Fino a quel momento avevo vissuto la musica come un grande sogno, e continuavo a non ammetterlo.»

Ricordi Novecento? Ti capita mai di pensare di non riuscire a scendere quell’ultimo scalino della tua zona di comfort, del tuo habitat artistico, per andare incontro alla vita fuori dallo spartito?

«No, non mi capita. Altrimenti sarebbe una piccola sconfitta, se quel gradino non ci fosse più o se non fossi in grado di scenderlo. Perché proprio la mia idea di musica è intesa come un linguaggio strettamente collegato alla vita, alle relazioni sociali, ai luoghi (non solo quelli canonici del palcoscenico, tant’è che porto molti concerti fuori dal palcoscenico tradizionale, e questa per me è una delle tante necessità). Per me musica è semplicemente vita e vita è tutto quello che la rappresenta, che la racconta. Per questo, se non fossi in grado di attraversare quell’ultimo scalino, sarebbe un po’ una sconfitta. Spero, invece, di essere ancora in grado di scenderlo. Vuol dire che quell’idea di musica, che è alla base della mia vita, continua ad essere veritiera e, soprattutto, che ho ancora voglia di indagare questo rapporto stretto tra la musica e quello che le sta intorno.»

Se ti fosse donata la possibilità di avere a disposizione un giorno in più oltre il limite prescritto, come lo utilizzeresti?

«Non me lo aveva mai chiesto nessuno prima d’ora! Probabilmente mi metterei a studiare. Prenderei la tromba e mi metterei a praticare lo strumento, a scrivere qualcosa. Perché, in realtà, il momento in più è sempre un regalo straordinario e va condiviso, ancora prima che con gli altri, con me stesso. Di certo non starei, né a guardarmi indietro a quello che è stato fatto né a bearmi di quello che è stato. Mi metterei a continuare in quel percorso, perché magari quella giornata in più presuppone che poi ce ne siano delle nuove da poter sfruttare.»

A Paolo Fresu che regalo piacerebbe ricevere per il prossimo compleanno?

«Più che un regalo da ricevere mi piacerebbe un regalo da vivere, e cioè poter trascorrere il mio compleanno serenamente con le persone che mi stanno vicino. Molte di queste persone sono arrivate e arrivano grazie al mondo della musica, quindi sarebbe un doppio regalo.»

 

Gino Morabito

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