OMAR PEDRINI, LA RINASCITA DEL GUERRIERO LUNGO LA VIA DEL ROCK

Da leader dei Timoria a simbolo del rock italiano il passo è breve. Il capo della classe, che si faceva rispettare alle elementari, imbraccia la chitarra e diventa rocker.

All’anagrafe Omar Edoardo Pedrini, artista eclettico, scrittore, insegnante, amato dalle nuove generazioni di fan e da quelli consolidati nel tempo.

Vera icona della musica suonata, dove esiste ancora la possibilità di una sporcatura, quel piccolo errore, il ritardo di un colpo di batteria, una nota fuori posto, l’imprecisione che la rende autenticamente umana.

Il racconto di una di vita dannatamente affascinante, il percorso creativo di un sognatore con i piedi per terra. Omar Pedrini, legato alle radici, alle responsabilità di padre e pronto ugualmente a spiccare il volo, con quell’equipaggiamento di sana follia che dà sapore alla vita.

Ride, scherza, s’indigna, poetica sull’esistenza e sulla bellezza… lungo la via del rock. Avremmo voluto continuare a conversare con il Guerriero rinato ancora delle ore. Come si fa con un amico che, senza avere la presunzione di farlo, ti sta insegnando a crescere.

Omar Edoardo Pedrini, cominciamo dal nome.

«Edoardo era il nome di mio nonno, come si usava tempo fa. Mio padre, invece, aveva sempre in testa questo nome, Omar, perché amava un calciatore della Juventus degli anni ‘60, Omar Sivori. Era definito un po’ il Maradona o il Roberto Baggio ante litteram. Infatti, ancora al liceo, i miei genitori erano fidanzatini, e mio papà diceva a mia mamma: “Quando avremo un figlio lo chiameremo Omar.”. Poi mio nonno si ammalò, quando stavo nascendo, e allora mi misero anche il nome Edoardo. Edward mi piace perché è inglese, e io sono malato per l’Inghilterra fin da ragazzino. Sono uno dei pochi a cui piace il proprio nome, anche se me l’hanno storpiato. Da bambino ero l’unico Omar di Brescia. Anche le mie zie mi chiamavano in mille modi diversi, il più carino era Oscar, perché Omar non esisteva, era un nome arabo. A mia mamma poi piaceva Omar Sharif, un attore egiziano straordinario che ha fatto dei film meravigliosi.»

Sei amato, sia dalle nuove generazioni di fan, sia da quelli storici. Che rapporto hai con loro?

«Amo i giovani. Ho iniziato ad insegnare in Cattolica più per necessità che per diletto, perché, dopo la mia prima operazione al cuore, mi dissero che purtroppo non avrei più potuto cantare. Non sapevo di avere questa fragilità, l’ho scoperto a 35 anni e mi dissero di non cantare più. Sono stato otto anni senza fare dischi, un tempo immenso per un artista. Quando sono tornato, c’era la gente che mi chiedeva: “Ma canti ancora? Pensavo avessi smesso…”. Ci soffrivo un sacco e cercavo di spiegare che mi avevano costretto a smettere. Così ho iniziato ad insegnare all’università e a scrivere diversi programmi televisivi per la Rai, per la radio. Ho vinto anche le Cuffie d’Oro come miglior esordio radiofonico, sempre parlando di arte, musica e talvolta di vino. Poi, quando cinque anni fa feci la terza operazione, mi dissero che mi avevano deviato una cosa che dava fastidio alle corde vocali e che potevo ricominciare a cantare. Ho ricominciato. Ma sono ripartito dalla gavetta, da zero.»

Una ripartenza che sancisce l’inizio della tua seconda vita artistica.

«Questa ripartenza, che è stata inizialmente un grosso limite per la mia carriera, mi ha consentito però di farmi conoscere anche dalle nuove generazioni. All’università ho a che fare con i ventenni, l’età media dei miei allievi è dai 23 ai 25, ed è proprio grazie alle loro domande se riesco a capirli meglio, rendendomi conto che i giovani di oggi, almeno quelli che non sono interessati alla trap o al rap, vogliono le band che suonino.»

Cosa ne pensi delle nuove mode musicali amate dai millennials?

«Vengo da una generazione in cui con il rock si facevano le battaglie sociali, artistiche, e i nostri testi servivano un po’ da “cavallo di troia” per buttare giù dei muri. Quello che mi spiace è che, nei testi di oggi, non sento più lo stesso impegno. Però la trap di oggi è il punk dei nostri tempi. Il punk è stato creato da persone che non avevano mai preso in mano uno strumento musicale, ma volevano fare musica. Ho simpatia per questa spontaneità della trap, ma nello stesso tempo mi chiedo che senso avrebbe andare a vedere i live, per poi sentire qualcosa di registrato… Magari comprerei il disco, ma ai concerti voglio sentire gente che suona! Oggi si vedono queste orde di ragazzini che pagano fior di biglietti e riempiono i palazzetti, per andare a sentire gente che ha tutto registrato. Questa è una cosa che rimpiango. A cinquant’anni, lo dico con un po’ di nostalgia, voglio sentire l’errore umano di una nota sbagliata. Senza l’errore umano diventa disumana la musica. La musica è bella e magica, perché è sempre diversa, perché c’è l’errore umano: il ritardo di un colpo di batteria, una nota fuori posto. Una volta, un artista molto celebre mi disse: “Noi ogni anno facciamo un disco. Esce, abbiamo cinque milioni di visualizzazioni… ma dopo sei mesi, se non fai un altro singolo nuovo, sparisce. Voi, la vostra generazione, facevate dischi che rimangono negli anni.”.»

Oggi la musica è diventata usa e getta, si scrivono testi forse futili.

«Sì, spesso sono testi futili che parlano di soldi, di ragazze. Come dicevamo è il nuovo punk, e in qualche modo va avanti. Poi però, se la voce deve passare da un computer, non è vera, e la musica registrata, non chiamateli live ma ritrovo, firmacopie. Io sono padre, li vedo i giovani che magari sono più interessati a un selfie che ad un autografo indelebile su carta.»

A proposito della tua esperienza di genitore. Che padre sei stato con Pablo rispetto al papà che sei oggi con Emma Daria?

«Con Pablo ho avuto sicuramente più imprevisti e ho fatto molta più fatica a fare il papà. Mi spiace dover ammetterlo, ma sono stato poco con mio figlio Pablo. Ho cercato di dargli in qualità quello che non potevo dargli in quantità, perché sua madre mi ha lasciato quando lui aveva cinque anni e l’ha portato via con sé. Sua madre mi aveva lasciato perché ero sempre in giro, ma io facevo il musicista. Pablo è nato nel 1993, l’anno di “Senza vento”, del mio primo disco d’oro. Quando è esploso il successo, ero diventato anche padre. E non ci capivo più niente! Mi chiamavano per una tournée di quindici concerti e io andavo, poi magari stavo via per un mese… È un rimpianto che hanno tutti i padri che fanno questo lavoro, ma anche i medici, i piloti, i gestori di locali notturni… che non riescono a stare molto dietro ai propri figli. Mio padre, a cui voglio molto bene, l’ho visto pochissimo da ragazzo. Ho iniziato a 35 anni a rapportarmi con lui, quando stava andando in pensione. Era sempre via per lavoro in Germania, in Francia. Questa è un aspetto che ci accomuna. La bambina, Emma Daria, sta crescendo con me. Ce l’ho nel letto da quando è nata, da quando l’ho portata a casa dall’ospedale. È completamente diverso, perché, anche se quest’anno è stato particolarmente denso, con una tournée di grande successo che mi ha visto in giro per nove mesi, ogni volta che tornavo a casa, anche di notte, mi svegliavo e la bimba si svegliava con me. Anche se ho le occhiaie sotto i piedi, la bimba mi vede, magari faccio colazione con lei e poi torno a dormire. Pablo invece era solo con sua madre. Non si svegliava con me, neanche quando ero a casa. Lo vedevo il weekend, il sabato…»

… Abbiamo toccato un nervo ancora scoperto, Omar…

«… Sì, hai toccato un tasto per cui soffro ancora oggi. Poi allora avevo 25 anni e non avevamo programmato un figlio, quando è successo tutto all’improvviso. La mia vita è cambiata nel 1993. Quell’anno non mi hanno dato neanche il tempo di organizzarmi, di realizzare. Da un giorno all’altro la madre di mio figlio se n’è andata, sono tornato a casa e non c’era più nessuno. Quello del musicista è un lavoro strano, se non sfrutti l’annata giusta, perdi le occasioni. Con Emma Daria, invece, stiamo crescendo in osmosi; faccio più il mammo con lei, perché, quando sono a casa e mia moglie lavora (fa l’avvocato), sto volentieri con la bambina. Lei l’ho avuta a 45 anni e, quando ne avrà quindici io ne avrò sessanta, non sarò certo un ragazzino. A lei sto cercando di dare quello che non sono riuscito a dare a Pablo. Una avrà l’Omar saggio, quarantacinquenne che ormai non va più in giro a fare il pazzo la notte; invece Pablo ha avuto l’Omar venticinquenne, con una grande energia, voglia di giocare, ma anche fuori di testa, perché non ero sempre lucidissimo a causa delle sostanze di cui facevo uso. Come ho scritto anche nella mia biografia “Angelo ribelle”, meno male che c’era Pablo! Sapevo che dovevo fare il bravo per lui. Lui è stato la mia salvezza. Per Pablo stravedo, è il mio primo figlio.»

In tutto questo trambusto, il DNA musicale dei Pedrini continua a trasmettersi di padre in figlio.

«Pablo ha la sua band, ma non scrive canzoni. Fanno molte cover. È anche bravo come musicista, di questo sono sicuro perché è dal mio bisnonno che parte tutto. Lui era insegnante di clarinetto e liutaio. A ogni figlio che nasceva costruiva una piccola chitarrina, così com’è successo a me. Mia nonna, sua figlia, era una chitarrista e, sul lago di Garda negli anni ‘40, una donna che suonava la chitarra, era vista un po’ come la matta del paese. Sua figlia, mia madre, era una cantante bravissima, anche se lo faceva come hobby alla festa del paese. Tutti però mi dicevano che aveva una voce bellissima e la sentivo anch’io mia mamma, mentre lavava i piatti quand’ero piccolo. Poi sono nato io. A cinque anni feci il mio primo saggio ed ero già un piccolo talento. I miei due figli, sia Pablo che Emma Daria, a otto anni hanno ricevuto la loro prima chitarra. Emma Daria ha appena iniziato a prendere lezioni, mentre Pablo (come ti dicevo) ha già la sua band, anche se però non mi sembra di vedere in lui il “fuoco sacro”. È un musicista per hobby, non vuole fare della musica la sua vita. Dico anche per fortuna, perché di questi tempi guadagnare con la musica è difficilissimo.»

Tu, invece, sei riuscito a cavalcare gli ultimi tempi d’oro della musica anni Novanta.

«Sì, io sono riuscito a fare gli ultimi tempi d’oro della musica degli anni ‘90. Poi, dal 2000 è arrivata Internet e la musica si è ridotta, le case discografiche hanno cominciato a chiudere e un sacco di famiglie sono rimaste a casa.»

E se domani Emma Daria ti dicesse che vuole fare la musicista o la cantante?

«Mi piacerebbe un sacco! Ne sarei felicissimo ed emozionato.»

Ripercorrendo un po’ le tue origini, che bambino eri da piccolo?

«Da piccolo ero un bambino terribile, strano e con una personalità fortissima. Tutti i miei insegnanti dicevano a mia mamma che io ero il capo della classe. Una volta, la mia professoressa di italiano disse a mia mamma che, quando doveva far stare buona la classe, doveva prima chiedere a me di farli stare buoni. Ero uno tosto.»

Tosto come il quartiere nel quale sei cresciuto.

«Vengo da un quartiere di Brescia che si chiama Urago Mella, che si trova oltre il fiume Mella. Era un quartiere nato per tutti gli sfrattati della città, simile ad una baraccopoli. Poi, negli anni ‘70, il comune costruì delle case per le persone di lì e per tutti quelli che venivano da fuori. Mio padre veniva dalla provincia, siamo originari del lago di Garda e della Franciacorta. Dai miei nonni ai miei genitori erano tutti operai al cotonificio Olcese di Campione del Garda e ogni giorno arrivavano fino a Brescia. Mia madre iniziò a fare l’operaia a dieci anni, il 14 gennaio del 1953, perché servivano le bambine con le mani piccole per arrotolare i rocchetti di cotone. La musica per noi era la libertà dalla vita povera.»

La musica come valvola di sfogo per sottrarsi alla strada.

«La miglior aspirazione per i ragazzi nati ad Urago Mella era diventare ultrà del Brescia. Io già da bambino ero grande e grosso, e mi azzuffavo anche con i più grandi. Sono cresciuto con la cultura della strada. Per fortuna avevo la chitarra e andavo bene a scuola! Poi andai al liceo classico, nella parte della “Brescia bene”, dove mi feci conoscere e in poco tempo divenni il capitano della squadra di rugby. A 14 anni vinsi il concorso per i gruppi musicali della mia scuola, diventando l’idolo del liceo “Arnaldo” di Brescia. Lì nacquero i primi Timoria, all’epoca Precious Time. Il primo Sanremo lo feci a 22 anni.»

Nel 1993 i Timoria pubblicano “Viaggio senza vento”. Com’è nato Joe? Com’è stato pensato?

«Joe è nato da un mio soprannome. Mio padre mi chiama Joe ancora adesso, perché c’era una canzone già nel primo album dei Timoria dedicata a Giò. Questo disco nacque perché volevo raccontare la mia rinascita. Ero destinato a morire di overdose a 24 anni, poi è arrivato mio figlio Pablo e, da quel momento, ho capito che non potevo più fare il ragazzino, avevo delle responsabilità. Successivamente sono andato in un ashram indiano, dove ho scoperto la spiritualità. La mia anima era malata e il mio sangue impazzito. Lì ho ritrovato il mio io interiore, l’OM, e sono rinato sotto forma di Guerriero. Quando tornai a casa, pensai che la mia storia avrebbe potuto aiutare tanti ragazzi, e allora scrissi quel disco.»

Poi succede che il Guerriero, ad un tratto, cade vittima dell’amore. Omar, parliamo di una data che ti sta particolarmente a cuore, l’8 gennaio 2014.

«È stata la sera dell’8 gennaio, quando mi sono sposato. Mi avevano detto che stavo morendo, ci siamo sposati in due giorni. Emma Daria aveva otto mesi. Chiamai il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, dicendogli che mi doveva un favore. E lui accettò. Io e Veronica ci siamo sposati l’8 gennaio 2014, alle ore 19, con il buio e la nebbia di Brescia. Avevo come testimone mio figlio Pablo e tutti gli invitati, pochi intimi, piangevano perché sapevano. Mi ricordo che li chiamai un giorno prima con la scusa di una mia premiazione in comune. Non è stata una festa vera e propria, l’atmosfera era triste… Alla fine andammo a mangiare in una trattoria vicino a piazza Loggia, dove cantai “Heaven” dei Talking Heads, che è la mia canzone d’amore con Veronica.»

 

Gino Morabito e Kelly Lo Monaco

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