“NETWORK ‘ON AIR!’, LA RADIO A TEMPO DI SOCIAL”, ON SHARING THOMAS DAMIANI

«Non sentivo più mia Virgin Radio… In passato, era considerata un’emittente d’élite ma, con l’avvento di Mediaset ai vertici, ha visto mutare la sua struttura fino a diventare un contenitore di pubblicità, omologandosi così alla massa. Del resto, il lavoro di Mediaset è proprio quello di vendere pubblicità… come potevo sottostare e farmi andar bene certe scelte aziendali?»

 

Musica Intorno lancia la rubrica “Network ‘On air!’, la radio a tempo di social”!

Una serie di approfondimenti inediti nei quali – tra vizi e virtù – le “voci note” di alcuni dei conduttori radiofonici più amati si confrontano sul mondo della comunicazione via etere, condividendo il proprio “essere”: aneddoti gustosi, confessioni tra le righe, pensieri inconfessati… a delineare il lato più umano di ciascun ospite.

A rimarcare che i caratteri forti non siano adusi a scendere a compromessi e che anche il mondo della radio possa essere fulcro di scontri severi ed intransigenti, sulle pagine di Musica Intorno (che non si ritiene in alcun modo responsabile delle dichiarazioni rilasciate dall’ex conduttore radiofonico di Virgin Radio, N.d.R.) irrompe un risentito Thomas Damiani che, con le sue esternazioni, vuole rilevare il modus operandi di un’emittente radiofonica non più nelle sue corde e che ha subito, nel tempo, una pessima involuzione.

Tommy, come i suoi affezionati ascoltatori amano chiamarlo, ribadisce vigorosamente che Virgin Radio non può più ritenersi idonea ai suoi princìpi professionali, motivo per il quale ha preferito chiudere il cerchio definitivamente. Quando, però, gli chiedo se è molto arrabbiato, con una risata tra i denti, minimizza e si canzona ammettendo che lui è fatto così: dopo uno sfogo animato gli passa tutto e che i malumori non riesce proprio a conservarli a lungo.

Tommy, come sai, sei stato tirato in ballo nella nostra rubrica dal tuo amico fraterno dj Giuseppe, come conduttore radiofonico di Virgin Radio. Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato, stravolgendo la tua attività professionale. Ti andrebbe di raccontarci cos’è accaduto?

«È successo che, gradualmente, ho realizzato che la nuova veste di questa emittente non mi rappresentava più e, inoltre, all’inizio di quest’anno ho dato in escandescenze col direttore di Virgin Radio. Non riuscivo a condividere in nessun modo la sua modalità di interazione con il sottoscritto. Ritengo che chi gestisce e dirige un’azienda, di qualsiasi genere essa sia, debba sapersi porre in maniera corretta e adeguata con i propri collaboratori. Non potevo accettare che una persona, che non ha mai parlato al microfono, che non ha competenze in materia di direzione di una radio, né maturato alcuna esperienza da disk jockey, potesse darmi direttive autoritarie su come gestire il mio lavoro. Credo che, in ogni ambito lavorativo, ci sia necessità di cooperazione, al fine di trovare le soluzioni migliori per crescere insieme (come succedeva, per esempio, col precedente direttore, con il quale non ho mai avuto disaccordi)…

Reputo inutile e poco costruttivo che, chi detiene il potere decisionale, cerchi di marcare il proprio territorio con insulse provocazioni! Insomma, la frizione è stata fisiologica e, di comune accordo, abbiamo deciso di mettere fine alla nostra collaborazione. Ribadisco che, oltretutto, non sentivo più mia Virgin Radio: in passato, era considerata un’emittente d’élite ma con l’avvento di Mediaset ai vertici, ha visto mutare la sua struttura, fino a diventare un contenitore di pubblicità, omologandosi così alla massa. Del resto, il lavoro di Mediaset è proprio quello di vendere pubblicità… come potevo sottostare e farmi andar bene certe scelte aziendali?»

Il programma che conducevi, “Tommy goes to rock”, aveva uno stuolo di followers che si sono letteralmente mobilitati, anche con petizioni, per farti ritornare e si sono scagliati con indignazione contro la dirigenza di Virgin Radio. Immagino che tutto questo amore rappresenti per te il lato buono della medaglia.

«Fa piacere, certo! Quando nella vita fai le cose con passione, è inevitabile: i risultati li ottieni sempre. Non sentendomi più trasmettere, gli ascoltatori hanno cominciato a farsi domande, a scrivere a Virgin Radio e, non ottenendo nessuna forma di chiarimento, si sono mossi con una petizione per farmi ritornare alla conduzione del programma. Anche su “Tommy goes to rock”, il mio gruppo Facebook, è successo qualcosa di simile.»

Entriamo nel vivo della nostra rubrica con una domanda che diverte molto i nostri lettori. Con il passaggio al digitale, le trasmissioni in radio si sono evolute in maniera esponenziale sotto diversi aspetti ma ne consegue, per contro, anche la possibilità di incappare in errori difficilmente rimediabili. Ricordi un aneddoto divertente che è stato motivo di imbarazzo mentre eri ‘On air’?

«Quello che mi mise più in difficoltà avvenne durante una mia trasmissione, in cui ci fu un collegamento all’ultimo minuto con un esperto di moto e non ebbi il tempo materiale per potermi preparare. Successe che, mentre lui parlava del GP del Qatar, io mi intrufolavo nel discorso con aneddoti del GP di Salisburgo, perché era la prima cosa che mi era saltata fuori da Google. Lui parlava a raffica ma io ero talmente intento a leggere notizie valide su Internet, che non ascoltavo affatto quello che diceva. Finalmente arrivò quel termine preciso che lui pronunciò e che io avevo appena sbirciato dalla rete e mi intrufolai nel discorso dandogli l’impressione di averlo seguito. L’esperienza è essenziale: alla fine ti rimette sempre in carreggiata!»

Ritieni che i social, in senso lato, abbiano influito sulla metamorfosi del mondo della radio e del modo di fruire la musica?

«Decisamente no! Se il mondo dei social, inteso anche come canali che mandano musica in streaming e YouTube, avesse realmente influito in maniera esponenziale, forse avremmo una radio migliore. Invece la gente continua ad ascoltare su YouTube canzoni che non sentirà mail alla radio, a meno che non si tratti di programmi specializzati. Basta vedere gli utenti di Spotify: un pubblico che si differenzia dagli altri. A mio avviso radio e social rimarranno sempre su due binari differenti.»

Tuttavia non si può negare che, per un cantante o una band emergente, oggi è davvero molto più facile farsi conoscere e – attraverso i social network – poter interagire con il pubblico.

«Farsi conoscere da chi? Ci sono artisti che – mi dicono – abbiano due milioni e mezzo di followers, ma io non so neanche chi siano! Sono veramente rari i casi di personaggi amati sui social che poi abbiano prolungato a lungo il proprio successo, a tal punto da essere trasmessi alla radio. Radio e social saranno sempre due mondi a parte, con due tipi di pubblico differenti! E permettimi di dirti che sono più che convinto che la radio farà sempre la parte da leone!»

Tommy, ti propongo un gioco: chiudi gli occhi e immagina che stai finalmente svolgendo il lavoro dei tuoi sogni e che la radio sia ormai distante anni luce da te. Di che lavoro si tratta?

«Vediamo… Esiste qualcosa che mi permetta di alzarmi a mezzogiorno, che non mi faccia collaborare con persone che mi rompano le scatole e che mi parlino per non più di dieci minuti, che mi dia la possibilità di star solo e che non implichi nessuna subordinazione?! Mi sa di no! Scherzo… la verità è che non ci ho mai pensato, perché è davvero radicato in me questo mondo. Però, forse, un lavoro con le peculiarità che ti ho elencato me lo sto creando davvero ad hoc…»

Sono curiosa, ci potresti anticipare qualcosa?

«Sto cercando di capire se posso continuare a fare lo speaker divertendomi, perché per me questo non è mai stato un lavoro. Un lavoro implica fatica, regole e poca libertà, ma io ho sempre svolto questa attività in modo assolutamente diverso e gli ascoltatori lo percepiscono. Il mio desiderio è quello di costruire qualcosa di mio; di strutturare un progetto di radio, web radio e podcast, unicamente con le mie forze. Spero di poter continuare a trasmettere la mia passione per la musica con la leggerezza che mi ha sempre contraddistinto. Lo devo a me e a chi avrà il piacere di continuare a seguirmi.»

Hai iniziato prestissimo la tua carriera da disk jockey: a 16/17 anni, nei club più in voga a Milano in quel periodo, come l’Odissey 2001 e il Rolling Stones, per citarne un paio. Come si riesce a mantenere i piedi ben piantati a terra, quando il successo ti investe in così giovane età e, in qualche modo, ciò ha contribuito a forgiarti anche caratterialmente?

«Sulla formazione caratteriale sicuramente sì, perché, se è vero che per fare questa professione devi essere un tantino narcisista, con il passar del tempo questo aspetto tende ad amplificarsi. Ti assicuro, però, che non mi sono mai montato la testa e ho mantenuto saldi i principi e i valori che la mia famiglia mi ha trasmesso. Sono rimasto il ragazzo di sempre e chi mi conosce bene può affermare che passavo da una serata VIP a quella sulla panchina di parco Sempione con gli amici d’infanzia, che rimangono tutt’ora i miei migliori amici.»

Com’è iniziato tutto?

«Dopo l’ennesima serata in discoteca, in cui non riuscii neanche lontanamente ad avvicinare una ragazza e notando che i dj cuccavano alla grande, mi dissi: “Devo imparare anch’io!”. Ho cominciato ad imparare guardando e poi mi sono buttato, come faccio sempre. Il tempo, almeno con le ragazze, mi ha dato ragione.»

Conduttore radiofonico, disk jockey, produttore: tanta vita vissuta e tanti volti incrociati lungo il cammino. Ma, se fossi in cima all’inclemente torre, chi terresti su con te e chi butteresti giù?

«Non credo di aver voglia di salire fin lassù. Mi fermo al primo piano perché credo di aver visto un bar e voglio godermi un bel Martini rosso… oppure ordino un Tìa Maria con thè freddo e vodka, tanto per mettere in difficoltà il barman…»

Riesco ad estorcergli una risata, appena percettibile dal suo tono di voce. Così rilancio: Tommy, visto che sei in vena di guasconerie, raccontami di quella leggenda che narra che, quando Thomas Damiani è in consolle, la gente si attacca ai lampadari!

«Ma tu sai chi ha messo in giro questa voce? Neanche ci sono i lampadari in discoteca! E poi non ricordo di aver mai tirato giù dai soffitti qualcuno. Almeno credo.»

 

Brigida Buonfiglio

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