Di Gino Morabito –

Volto noto e amato dal pubblico televisivo italiano, Monica Setta dà voce all’attualità e alla contemporaneità attraverso i racconti di giovani e storie femminili senza filtri.
Confidenze, riflessioni, aneddoti, nostalgie, errori, ascese, cadute, rinascite, segreti, delusioni, successi, trasgressioni, momenti delicati, inediti, intimi, intensi e fortissimi della vita di ogni protagonista che si è trovata al bivio.
«Sono donne consapevoli della loro forza, dei loro diritti e della possibilità di tenere insieme la carriera e gli affetti senza dover scegliere a tutti i costi.»
Al centro, la narrazione in prima persona. Quella più intima.
«Per quanto mi riguarda, offro molto poco di me agli altri. Non ho mai voluto parlare del mio privato, né d’amore o sofferenze. Faccio parte di quella scuola di pensiero per la quale, se la cosa è vera, non è necessario ostentarla.»
Il sentimento che frequenta con maggiore intensità è la tenerezza.
«Un’attitudine che mi appartiene profondamente, anche se non sembrerebbe poiché do l’immagine di una donna grintosa, determinata, ma soprattutto decisionista. Sono un’interventista.»

Quel piglio deciso dei caratteri netti, che talvolta può sembrare grande aggressività. A dispetto di una dolcezza manifestata anche nei confronti dei ragazzi che vengono in trasmissione a “Generazione Z”.
«Dobbiamo puntare a un patto generazionale. C’è proprio un ponte in studio, a rappresentare il legame tra noi adulti e i ragazzi. Vorrei riuscire a creare un momento di ascolto, perché genitori e figli si possono incontrare solo nell’ascolto, facendo un passo in avanti gli uni verso gli altri per darsi la mano.»
Di base c’è un peccato di adultismo.
«Stiamo edificando una società complicata dove i ragazzi restano sempre più soli e giocano a diventare grandi troppo presto. C’è una forma di adultismo molto presente, con gli adolescenti che imitano gli adulti negli atteggiamenti, ma non hanno poi la forza – né culturale né mentale – di sostenere quel comportamento e quell’abito che indossano.»
Tra le parole che meglio la rappresentano c’è accudimento.
«Come quello nei confronti di mio papà, gravemente malato di cuore per trent’anni, fino al momento della sua morte. Poi intuizione, perché riesco a percepire anche quello che non viene detto. Infine tolleranza, sforzandomi sempre di trovare una giustificazione ai comportamenti degli altri.»
Una donna matura che appartiene alla classe di ferro del ‘64.
«Una donna che la sera va a dormire lavandosi il viso solo con acqua e sapone. Ma anche una donna che, dopo aver superato tante fasi difficili, non ultimo un divorzio doloroso, sta vivendo un momento di gioia che deriva dalla splendida famiglia che ha intorno.»
