MODÀ, UN RITORNO LIVE EMOZIONANTE

Di Gino Morabito

Due anni di attesa per un ritorno sul palco emozionante. La band dei record, che ha sempre trovato nel live la sua condizione migliore, riparte con uno spettacolo all’insegna della leggerezza.

Quando fuori impazza la guerra, il gruppo capitanato da Francesco “Kekko” Silvestre canta la vita, l’amore, la Buona fortuna aiutata dai piccoli gesti concreti. Probabilmente i Modà non potranno cambiare il mondo con le canzoni, ma di certo faranno valere il loro punto di vista. Perché non esiste una guerra giusta, l’unica cosa giusta di una guerra è la fine.

In tour nei principali palazzetti italiani, Francesco “Kekko” Silvestre (voce), Enrico Zapparoli (chitarra), Diego Arrigoni (chitarra), Stefano Forcella (basso) e Claudio Dirani (batteria) portano dal vivo i brani del nuovo progetto discografico facendo tappa al PalaCatania (13-14 maggio), Reggio Calabria, Bari, Roma ed Eboli.

La verità sull’amore con gli occhi di un romantico.

«A Gioia parlo tantissimo della storia che ho avuto con mia moglie Laura,» racconta Kekko «dei ventitré anni di vita l’uno accanto all’altra, di tutto quello che abbiamo fatto insieme… Cerco di farle capire, attraverso la nostra testimonianza di coppia, quanto sia importante avere un uomo affianco che la tratti bene, con rispetto, per essere davvero felice.»

Indicando la strada da seguire.

«L’unico modo che abbiamo per poter parlare d’amore ai ragazzi è attraverso i gesti concreti, quotidiani, che compiamo nei confronti delle nostre compagne, nei rapporti di coppia tra genitori. Anche io e Laura, in qualche modo, abbiamo preso spunto dai nostri genitori: proveniamo entrambi da due relazioni stabili che vanno avanti da quasi cinquant’anni.»

A quei tempi i “social” erano fatti di contatti umani, dove ci si incontrava tra coetanei.

«Si giocava insieme, talvolta si faceva anche a cazzotti ma alla fine eravamo tutti amici. D’estate, finita la scuola, si usciva la mattina alla volta delle cascine abbandonate; si preparava lo zainetto con il toast e la mamma non aveva paura di mandarti, perché era tutto più semplice, chiaro, meno perverso. Prendevo la bici e andavo a fare un giro nei campi di pannocchie, poi al campetto di calcio dove trovavo sempre qualcuno con cui poter giocare al pallone improvvisando le porte con le nostre giacchette.»

Il ricordo più vivido dell’infanzia ha il sapore del gelato.

«Quando mia mamma tornava dal lavoro – lei era un’infermiera, io e mia sorella a casa che l’aspettavamo – mi dava duemila lire aggiungendo: “Kekko, vai a comprare i gelati al bar.”. Ed io a correre più veloce possibile fino al ponticello per comprare tre gelati: uno per me, uno per mia mamma e uno per mia sorella. Ritornavo a casa col fiatone, e mangiarci quei gelati era una delle cose più belle al mondo.»

Un retrogusto che sa di nostalgia.

«Una parola imprescindibile nella mia vita è malinconia. Sono uno che vive costantemente nel passato e questo mio immutabile modo di essere mi fa andare su tutte le furie. Ho bisogno di rifugiarmi nel passato perché mi manca troppo quello che ho vissuto.»

In fondo, ognuno di noi è ciò che nessuno potrà conoscere.

«Davanti allo specchio vedo sempre quel bambino di cui non mi voglio mai dimenticare: se sono diventato ciò che sono oggi, è grazie ai suoi sogni. Vorrei ritrovarlo quel bambino, per cercare di sentire nuovamente la stessa gioia, l’entusiasmo, quella voglia di correre nei prati con le braccia aperte senza una meta, l’importante era correre.»

Quella voglia di libertà.

«Sicuramente la musica, se da un lato mi ha procurato il successo, dall’altro mi ha costretto a rinunciare alla privacy e a quella libertà a cui tengo molto. Inizialmente la vivevo malissimo, adesso va un po’ meglio. Volevo proteggere la mia famiglia e continuare ad essere me stesso: ci vuole un attimo a farsi risucchiare da quel vortice e ritrovarsi a impersonare un altro. Il mondo dello spettacolo è un continuo saliscendi: quando stai in cima, sono tutti con te sull’altare ma, se cadi a terra, ti volti e non trovi più nessuno.»

Restare sé stessi, non assomigliare a nessuno, essere umili.

«È il consiglio migliore che mi abbiano mai dato, ed è lo stesso che do a Gioia. La mia corazza, la mia forza l’ho sviluppata sui gesti concreti che ho visto fare ai miei genitori. Anni di sacrifici per tirare su tre figli, a cui non hanno fatto mancare mai niente. Magari non avevamo la bici nuova, era usata, ma ce l’avevamo.»

Una testimonianza autentica per credere e andare avanti.

«Di sicuro, credere in qualcosa è fondamentale per chiunque. Ho scritto un brano tempo fa, contenuto nel disco “Viva i romantici”, s’intitola “Salvami” ed è un pezzo a cui sono molto legato perché racconta di un momento intimo. È un dialogo tra me e Dio fatto in un periodo difficile della mia vita.»

Più che una canzone una preghiera.

«Non sono mai stato un praticante ma ho sempre creduto nell’idea di avere degli angeli custodi. Qualcuno che da lassù mi protegge; che, quando cammino, si prende cura di me. Poi, per quanto riguarda tutto il resto, preferisco scoprirlo quando sarà il momento e farmi meno domande possibile. Continuo a credere e sperare, ma non mi piace immaginare troppo per evitare di rimanere deluso.»

Riuscire ad affermare la propria individualità è impagabile. Si prova una sensazione di euforia, per certi versi simile alla felicità.

«Sono più felice adesso degli anni in cui andava tutto bene. Felice di essere me stesso, della mia libertà a 360 gradi, senza nessuno che mi dica cosa fare. Mi riferisco chiaramente al lavoro. Non c’è libertà più grande di fare ciò che si vuole, senza costrizioni. Quanto ai rapporti umani, grazie anche all’esempio dei miei genitori, sono sempre stato una persona perbene, rispettosa di tutti, e non ho intenzione di cambiare.»

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