Di Ginevra Baldassari –

Resiste al tempo e alle mode La Municipàl dei fratelli Carmine e Isabella Tundo, giunti con il loro pop sofisticato al quarto album dal titolo Per resistere al tuo fianco: un tuffo denso e profondo nelle sonorità delicate e toccanti che caratterizzano il percorso creativo del duo.
Assieme a La Municipàl, Carmine Tundo porta avanti altri progetti solisti, come Romeus, Diego Rivera, nei Nu-Shu e altre collaborazioni, confermandosi come una delle più poliedriche e talentuose figure dell’attuale panorama musicale Italiano.
La Municipàl ha saputo rapidamente scostarsi da qualsiasi etichetta, per destinarsi a restare nel tempo. Un progetto nato nel 2013, quasi per gioco.
«Io e mia sorella ci vedevamo poco perché lei studiava a Roma e io vivevo a Lecce. Quando a Pasqua o Natale lei scendeva a casa, ci ritrovavamo al pianoforte del nonno a suonare, e così le ho fatto registrare delle voci sulle prime canzoni. Poi sono nati gli album, i tour, ed è stato un modo per passare del tempo insieme, per stare vicini. Isabella adesso vive in Sicilia ed è presente sul disco, mentre già dal tour scorso c’è un’altra formazione. Essendo lei medico, non ci segue sul live per ovvie questioni di lavoro.»
Atmosfere malinconiche e allo stesso tempo romantiche. Ogni brano uno spiraglio su una parte di storia, dolorosa e al contempo leggera, nei suoi intrecci di voci.
«Io scrivo e produco tutto perché ho anche uno studio di registrazione; Isabella è invece una sorta di talismano. La sua voce è la chicca che arricchisce il disco e alleggerisce quelle canzoni che potrebbero risultare più pesanti cantate solamente da me. Fa un po’ da filtro e, grazie alla sua voce, anche i testi più pesanti prendono un’altra forma, diventano più eterei.»
Quattro doppi singoli distillati come preludi all’uscita dell’album.
«Volevo creare un dualismo tra lato A e lato B. Nel lato A una parte più romantica, solare, mentre nel lato B emerge la mia parte più scura. Il fatto di avere un brano su un lato e uno sull’altro è stato il regalo più grande che io potessi fare alle mie canzoni. Di solito ci sono dei singoli che vengono veicolati moltissimo e tutta una serie di canzoni che invece passano in secondo piano. Spesso però i brani che piacciono meno sono quelli che identificano un progetto, che lo raccontano nella sua totalità.»

Per resistere al tuo fianco è un gioiello che brilla nel firmamento della discografia e si insinua dolcemente sottopelle per aggrapparcisi con forza.
«Ho cercato di avvicinare quest’album alle sonorità di quella che è la nostra attitudine live e, rispetto ai precedenti, è un disco molto più denso con una maggiore pressione sonora e il tentativo di essere quanto più sincero possibile, sia nei testi che nel sound.»
Musicalità che si rifanno a molteplici influenze.
«Amo lasciarmi trasportare dalla musica, creare i miei mondi e anche con gli altri progetti sperimento senza limiti. I miei ascolti vanno da Yann Tiersen a Hans Zimmer, le colonne sonore, i Radiohead. Artisti e sonorità che in qualche modo mi hanno influenzato sin da piccolo. Oggi mi sto aprendo anche alla world music e sto avvicinandomi a quella popolare, perché mi attrae la radice che poi influenza il modo di fare musica. La vedo come qualcosa di vero e puro.»
Un modo di affrontare la musica in modo profondo e personale, senza seguire le mode.
«Ho impostato tutto a partire dal mio studio di registrazione, in una maniera indipendente, che è diverso dal termine “indie”. Indipendente è qualcosa di sacro. Significa poterti permettere di fare i tuoi dischi da solo, promuoverli, portarli in giro a suonare, senza piegarti a quello che è il sistema. Il pubblico che ti segue è come una famiglia e ti deve apprezzare per quello che sei realmente.»

Prendersi il tempo di ascoltare tutte le canzoni invece di fermarsi ai singoli, altro atto di resistenza alle mode.
«Vorrei abituare il pubblico al mio modo di fare musica e quindi anche al modo di fruirne. Sto cercando di rallentare tutto per sfuggire a questa frenesia discografica. L’idea è quella di tessere un filo diretto che colleghi tutti gli album in una sorta di racconto, che però deve essere metabolizzato, avere i propri tempi, il proprio modo di esprimersi. Per capire determinate canzoni devi prima aver ascoltato le altre, perché tante storie sono incrociate. È un’impresa ardua – lo so – ma ho deciso così.»
Canzoni, storie che si intrecciano, come un romanzo.
«Per Diego Rivera, l’altro mio progetto con il quale ho pubblicato un disco che si chiama “Gran riserva”, è prevista anche l’uscita di un romanzo. È qualcosa a cui sto lavorando già da alcuni anni ma sulla quale mi sento ancora insicuro. Mi viene più naturale con le canzoni, perché amo la sintesi e mi ritrovo nei testi brevi, ma, per quanto concerne l’ampliamento dei concetti e una stesura narrativa, sto cercando una mia formula di scrittura personale.»
Le molteplici sfaccettature di un’unica, poliedrica personalità artistica.
«Per creare, devo avere sempre degli stimoli. Il lanciarsi in altri progetti, in altri dischi, sicuramente aiuta a vivere, a far quadrare il tutto. Si tratta, sia una questione pratica, sia di qualcosa che fa parte del mio carattere pieno di sfaccettature. Sto cercando di far confluire tutte queste anime in un “corpo” armonico, ma è un processo che richiede del tempo. È una sorta di terapia a lungo termine: una volta che avrò conosciuto tutti i miei lati nascosti, potrò fare qualcosa di veramente unico. D’altro canto, riuscire tecnicamente a realizzare quello che ho in testa, senza dover dipendere dalle etichette, è la mia forma di libertà.»

La musica come mondo in cui rifugiarsi quando non vedi altra via d’uscita o ti senti sempre fuori posto.
«Paradossalmente odio cantare, stare al centro dell’attenzione. Quando mi esibisco, quella che dal pubblico potrebbe essere scambiata per spocchia, è in realtà timidezza. Amo invece tutta la parte dello studio e della scrittura. Mi sono sempre espresso attraverso le canzoni, anche se alla lunga può diventare pericoloso perché ti isoli dalla realtà, trascuri gli affetti, vivi nel mondo parallelo che ti sei creato. Però ho scelto di fare questo ed è la cosa che mi fa stare meglio.»