LA LIBERTÀ DI ESSERE FIORELLO

Di Gino Morabito

Talento cristallino, stile inimitabile, orgogliosamente siculo. Con un’età anagrafica di sessantatré e percepita di quaranta, Rosario Tindaro Fiorello detto ‘Ciuri’ è capace di animare, cantare, presentare, condurre, recitare, imitare. Lo fa attraverso improvvisazioni ed esperimenti scenici, invenzioni mimiche, incursioni di ospiti a sorpresa, una scaletta musicale fluida e l’innesto di momenti di spettacolo fuori copione. È questa la libertà dello showman più famoso d’Italia.

Dal glass box al Foro italico torna la nuova stagione di ‘Viva Rai 2!’. Tra infotainment e varietà, il buongiorno in compagnia di Fiorello insieme con Fabrizio Biggio, Mauro Casciari e tutta la numerosa banda. Al centro le notizie, i fatti accaduti e quelli che accadranno, commentati in stile ironico e pungente ma sempre all’insegna della leggerezza e del buonumore. Un condensato di momenti di varietà, dal ritmo elevato: musica, canzoni, balletti, duetti, gag con ospiti e compagni di gioco. Un cast comunque in continua evoluzione che, giorno dopo giorno, vedrà sempre nuovi protagonisti. L’appuntamento è su Rai 2 alle 7 del mattino.

Altri tempi.

«Per me il momento più bello della vita erano quei quindici minuti della ricreazione, era andare al cinema il pomeriggio con gli amichetti, era aspettare la più bella della terza C per poterla vedere quando usciva da scuola.»

Catanese di nascita e cresciuto ad Augusta in provincia di Siracusa.

«La Sicilia non mi ha tolto nulla, anzi mi ha dato tutto quello che sono oggi.»

A metà degli anni Settanta gli amici parlavano del ‘villaggio’ con toni mitologici.

«“Non è un albergo, ci sono le capanne, non c’è il direttore, ma ‘u capovillaggio e la sera ballano tutti nudi, scalzi, con i parei, le tette di fuori, la marijuana libera. Hai presente Vuudstocche?”. Alla fine fui assunto. Dopo aver venduto le verdure in mezzo alla via, aver fatto il muratore, il meccanico e anche il telefonista in una ditta di pompe funebri, il villaggio era un bel salto. Quelli che mi vogliono denigrare dicono “viene dai villaggi”. Ma io so che se non ci fosse stato il prima, non ci sarebbe stato neanche il dopo. Il villaggio è stata la mia scuola.»

Lo spettacolo per lo spettacolo.

«Una volta ho fatto uno show senza pubblico, c’erano due persone. A Fiuggi, durante la finale del Grande fratello 1, non venne nessuno: parlavo con le sedie e i faretti. Con una o con tremila persone è uguale. Per me l’importante è fare spettacolo. Accadrà finché vivrò, perché sono riuscito a smettere di fumare ma non riesco a smettere di pensare al mio mestiere.»

La pigrizia di uno sperimentatore.

«Io sono più di pigro. Sono uno da divano, mi piace stare a casa con le mie figlie e con Susanna. Vedo programmi condotti per quindici, venti, trent’anni dalla stessa persona, anche di successo. Mi chiedo “come fanno a fare sempre lo stesso programma?”. Io non sono così, non ce la faccio. Negli anni ho fatto massimo quattro puntate dello stesso programma, poi sono andato sul web, quindi su Sky, poi sono tornato in Rai.»

La voglia di stupire, l’ansia da prestazione, le riunioni infinite… e poi la paura.

«La preoccupazione è che io non riesca a tradurre quello che ho in testa. Come un regista cinematografico: i copioni sono sempre meravigliosi, poi però il film non è mai come il copione.»

Dal copione al cinema il passo è breve.

«A Riposto, in Sicilia, dove abitavo vicino alla caserma in cui lavorava mio padre, appuntato di guardia di Finanza, c’era un cinema, il Musmeci. A cinque anni stavo da solo in sala, dalle 16 alle 20, a vedere i film epici. Ero innamorato della forza bruta. Per un bambino era tutto vero.»

Un animale da palcoscenico che si fa salire la febbre del sabato sera.

«Quella di John Travolta ne ‘La febbre del sabato sera’ è la camminata più bella della storia del cinema mondiale, un capolavoro. Ne rimasi abbagliato. Ricordo ancora la fila alla sala di Augusta. Il giorno dopo dicevo a mia madre “voglio andare a fare la spesa.”. Poi con le buste in mano iniziai a camminare come lui per la strada principale della città, via Principe Umberto. Quando è venuto ospite al mio spettacolo su Rai 1, ‘Stasera pago io’, mi disse che ricordavo i passi meglio di lui.»

Ricorda l’esordio in ‘Cartoni animati’ dei fratelli Citti.

«Lo girammo a Fiumicino e ogni sette secondi passava un aereo. Così dovemmo ridoppiare tutto, anche i molti personaggi che non potevamo certo andare a cercare. Io diedi la voce a ben sette persone. Ma quel film per me è vera poesia.»

E poi ‘Il talento di Mr. Ripley’ del Premio Oscar Anthony Minghella.

«“Ah, ma che, sei regista? E che hai fatto?”, “Il paziente inglese, l’hai visto?”, “Accidenti, ma l’hai fatto tu? Certo che l’ho visto, complimenti! Nacque così. Scrisse la scena per me ricreando quello che aveva vissuto in prima persona. Fiorello ero io, io so fare solo me. Mi ricordo ancora le battute.»

Il regista lo sceglie dopo averlo visto cantare ‘Tu vuo’ fa’ l’americano’ in un locale di Capri.

«Per Ripley venni invitato agli Oscar, arrivai distrutto dopo otto ore di volo sotto Tavor. Mia moglie può testimoniare che a ogni festa cantavo ‘Tu vuo’ fa l’americano’, perfino con Meryl Streep, e tutti mi dicevano di restare ma io non vedevo l’ora di tornare a casa.»

Il rifiuto della proposta hollywoodiana di Harvey Weinstein, l’ex produttore americano.

«Mi chiamano per chiedermi se voglio fare un ruolo in ‘Nine’ di Rob Marshall, un musical importante con la Cruz, la Kidman e Lewis. Mi mandano il copione e la mia scena doveva essere a pagina 121. Leggo e rileggo ma non trovo il mio personaggio. Alla fine mi accorgo che ero sullo sfondo come cantante italiano e decido di dire no. Allora Weinstein mi scrisse una lettera dove diceva “come osi dire di no. Non hai idea di chi sia quello a cui hai detto no, non lavorerai mai più in America.”. Capirai che mi importa! Non è il mio lavoro: è come se avessero detto a un calciatore “non giocherai mai più a basket”.»

Si sarebbe dovuto ritirare a sessant’anni, ma quel giro di boa fortunatamente l’ha superato.

«Un tempo le persone mi chiedevano gli autografi e dicevano: “È per me.”. Poi siamo passati alle madri, alle zie e alle nonne. Quando arriveremo alle bisnonne capirò che è finita.»

Programmi per il futuro.

«Vorrei invecchiare, ma purtroppo non ci riesco.»

www.musicaintorno.it

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