IL CORAGGIO DI PAOLO MENEGUZZI, OGGI E SEMPRE

Alzi la mano chi non ha mai canticchiato il ritornello di “Verofalso” o di “Guardami negli occhi (prego)”? Paolo Meneguzzi, vero e proprio idolo nei Duemila, si era allontanato dalle luci della ribalta dello Stivale, continuando a fare musica e sfornando album e singoli che hanno raggiunto uno straordinario successo oltreoceano.

Oggi è pronto a rilanciarsi sul mercato italiano con un nuovo brano dal titolo eloquente: “Il coraggio”.

Pablo, il tuo nuovo singolo “Il coraggio” esce proprio in un periodo in cui l’umanità deve essere forte e impavida. Come nasce questo brano e qual è il messaggio che vorresti lanciare?

«Sì, è vero, è un tema molto attuale. Vorrei lanciare un messaggio di speranza per i più deboli. Io mi sento un debole, uno dei tanti, uno del popolo. È come se fossimo tutti ingabbiati in un sistema che ci soffoca, oggi più che mai. Il momento che stiamo vivendo è difficile da superare e la cerchia dei vincitori si fa sempre più ristretta. Come al solito, a rimetterci sono i più piccoli, quelli che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Il mio messaggio di coraggio e di speranza è rivolto soprattutto a loro.»

Ci sono state situazioni della tua vita che hai dovuto affrontare con particolare coraggio?

«In realtà ho affrontato la mia adolescenza e la mia giovinezza con ingenuità, soprattutto per quanto riguarda la mia carriera. Ero inconsapevole degli investimenti milionari delle case discografiche. Andavo sul palco e cantavo perché mi piaceva farlo, perché non avevo nulla da perdere. Poi maturando, il coraggio è venuto fuori da sé, come per istinto, quando mi sono reso conto di stare dalla parte dei più deboli.»

In America Latina hai un grande successo. Come si vive la musica da quelle parti? C’è qualcosa di diverso, rispetto a qui, nel modo in cui il pubblico dimostra il suo calore?

«Internet e la globalizzazione hanno portato le nazioni a confrontarsi sullo stesso piano. Sono poche ormai le differenze, si segue quello che funziona online. Nei momenti di maggiore successo non ho notato grandi diversità nelle reazioni del pubblico, che fosse italiano, cileno o americano. Il successo è successo!»

Cosa pensi della scena musicale italiana di questo momento?

«Ci sono tante cose che mi piacciono della musica italiana di oggi. La trap in fondo non è che un’appendice di quello che proponevo io nei primi anni Duemila. I testi si sono evoluti e le sonorità rispecchiano molto il mio mondo. Nascessi adesso, sarei un trapper che parla d’amore.»

Che opinione hai dei reality show? Ti piacerebbe partecipare?

«Me l’hanno proposto parecchie volte ma ho sempre detto di no. Ad ogni modo non ho niente contro i reality show. Non critico chi vi partecipa, ognuno fa la sua strada e a volte sono divertenti. Per quanto mi riguarda, non ho mai puntato alla fama fine a sé stessa. So stare su un palco e so scrivere canzoni. Ho sempre lavorato affinché ci fosse buona musica dietro i miei progetti, per questo ho oltre 30 singoli in carriera che sono stati al top delle classifiche in diversi Paesi del mondo.»

Hai fatto parte della Nazionale Cantanti Italiana. Che esperienza è stata?

«È stato un bellissimo momento! Unire il pallone, la musica e la solidarietà era uno dei miei sogni, e l’ho realizzato. Da qualche anno ho attaccato le scarpette al chiodo, ma da quell’esperienza ho tratto tanti insegnamenti e ho aperto un’associazione per aiutare i bambini in difficoltà. Si chiama Progetto Amore e ha raccolto già molti fondi per realizzare delle opere in favore dei più sfortunati.»

La tua carriera è stata costellata da partecipazioni a manifestazioni importantissime: Sanremo, Festivalbar, Eurovision, Festival di Viña del Mar in Cile. Ce n’è qualcuna in particolare che ti è rimasta nel cuore?

«Il primo festival di Viña del Mar, indubbiamente. Ero davanti a 30.000 persone che non mi conoscevano, e dal nulla sono diventato una star alla Justin Bieber! Il calore del pubblico era incredibile: migliaia di fans fuori dagli hotel, invasioni all’aeroporto. Quelle urla mi risuonano nelle orecchie ancora oggi.»

Sei nato e risiedi in Svizzera. Com’è la realtà musicale del Canton Ticino? C’è un panorama a sé stante o è inglobato dall’influenza della musica italiana?

«Gli artisti ticinesi vanno educati ed istruiti nel modo di presentarsi al mondo. Ci sono tanti nuovi talenti ma molti non sanno proporsi. Non hanno idea del lavoro che va fatto tramite ufficio stampa e case discografiche, e spesso la qualità non è curata nei minimi dettagli, come andrebbe fatto. Con la mia scuola Pop Music School sto cercando proprio di creare il ponte che manca tra il Canton Ticino e l’industria musicale italiana, sicuramente più avanzata e strutturata.»

Come ti sei avvicinato alla musica e quando hai deciso di voler fare il musicista nella vita?

«L’ho sempre amata follemente e ho sempre saputo che avrei dovuto fare il musicista. Ho abbandonato ogni lavoro per dedicarmi a questo, e infatti ai miei allievi dico sempre di crederci e di osare, che prima o poi qualcosa succede!»

Su alcuni magazine si dice che ti sia allontanato volontariamente dai riflettori perché non sopportavi più alcuni meccanismi dell’industria discografica. Ci spiegheresti meglio?

«La verità è che non sono mai stato bravo nell’arrivare a compromessi, nel comprendere alcuni meccanismi discografici o nel curare le relazioni, cose di cui si occupava il mio manager che ancora oggi ringrazio. Poi, cominciai ad autoprodurmi e nel 2010 uscì Miami, il disco che contiene il singolo “Imprevedibile”. Allora capii che l’autoproduzione era un mondo molto diverso da quello in cui ero stato catapultato all’inizio della mia carriera. Vendermi non faceva per me! Prendere i contatti con i giornalisti, andare alle feste, mandare gli auguri a Natale…insomma, tutte quelle attività definite “di contorno”, ma che sono essenziali per il successo di un artista. È un concetto sbagliato ma oggi purtroppo, e l’ho imparato sulla mia pelle, a volte i contatti valgono di più che la buona musica.»

Spesso ti mostri sui social insieme al tuo bellissimo figlio Leonardo. Come la prenderesti se volesse fare il musicista come te?

«Fare il musicista è bellissimo, non lo negherei mai a nessuno, così come è bellissimo riuscire a far diventare un lavoro una passione, qualunque essa sia.»

Occorrono un innegabile talento e un irrinunciabile coraggio: il coraggio di abbandonare un lavoro per dedicarsi a una passione o quello di sapersi sottrarre ai compromessi, magari rinunciando a qualche copertina, ma riprendendo il pieno possesso della propria vita.

 

 

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Federica Lauda

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