GIOVANNI ALLEVI, IL CORAGGIO DI SFIDARE GLI DEI

“C’è una spiritualità nuova ad attenderci. È nascosta, nei meandri del passato antico, nella bellezza della Natura fuori dal tempo, nella nostra più fervida immaginazione. Una felicità ci attende…”

Il coraggio di sfidare gli dei. Ecco cosa contraddistingue la musica di Giovanni Allevi. La caratura artistica di un pianista e compositore che non è per tutti. Un cavaliere lucente, un moderno eroe romantico, una sentinella della bellezza che lotta contro la banalità.

«Per avere qualcosa da dire, bisogna aver subìto i graffi e le difficoltà dell’esistenza… e sentire all’improvviso che tutto intorno a te è mistero, poesia, incanto

Sogna un futuro possibile in cui, al posto di cercare la sicurezza a tutti i costi, ognuno possa diffondere attorno a sé le proprie idee più splendenti, e dà alla luce “Hope”, un progetto di speranza nel periodo buio che il mondo sta attraversando. Un album di musica sacra, dove il metafisico è afferrato attraverso le note eterne dei grandi capolavori del passato, ma anche grazie all’opera creatrice di un eccelso spirito contemporaneo. Una musica, quella di Giovanni Allevi, che ha la capacità di evocare lo sguardo di una donna antica, il pensiero inconsueto di un uomo che non vive il presente, un paesaggio naturale dalla bellezza eterna.

Nell’infinito mistero che ci circonda Giovanni Allevi dà alla luce “Hope”, un progetto di speranza nel periodo buio che il mondo sta attraversando, dove il fil rouge dell’album è il desiderio di ritrovare l’incanto e la bellezza nella vita quotidiana. È corretto?

«Sì! È la speranza che ognuno di noi possa attraversare, nella propria vita quotidiana, una vera e propria esperienza mistica. Provo a spiegarmi: in quello che definisco un luogo sacro (che può essere anche apparentemente insignificante), noi possiamo incontrare uno sguardo, una parola, una suggestione, che improvvisamente ci scaraventano nell’infinito mistero che ci circonda. Noi non siamo più in grado di percepirlo, perché distratti dagli innumerevoli stimoli commerciali e banali che ci raggiungono da ogni dove. Ma la nostra vera natura è angelica e non appartiene a questo mondo.»

Un mondo, il nostro, che ha un disperato bisogno di speranza. Il tuo cuore, Giovanni, a cosa anela?

«Desidero un mondo nuovo dove tutti siano finalmente liberi di esprimere la propria essenza, unica ed irripetibile. Un mondo dove possiamo liberarci di decenni di condizionamenti, in cui siamo stati perennemente costretti ad uniformarci a stereotipi piatti e banali, a vivere i sogni degli altri, a dimenticare noi stessi. Sogno un mondo in cui, al posto di cercare la sicurezza a tutti i costi, ognuno possa diffondere attorno a sé le proprie idee più splendenti.»

Sotto quale stella compositiva nasce “Hope”?

«Da un po’ di anni desideravo realizzare un lavoro di ampio respiro, in cui tendere al sublime, all’ineffabile, al sacro. “Hope” è tutto questo, il mio album di musica sacra. In esso, il metafisico è afferrato attraverso le note eterne dei grandi capolavori del passato, ma anche per via del mio umile tentativo nel presente. Solo le voci intrecciate del coro polifonico, o il candore angelico delle voci bianche, potevano dischiudermi le porte di una dimensione paradisiaca. Ho lavorato giorno e notte per comporre una musica controcorrente, che forse farà fatica ad essere compresa nell’immediato, ma questa è l’ultima delle mie preoccupazioni.»

Nella tua carriera e nei tuoi lavori hai saputo sapientemente miscelare stili e gusti differenti, appartenenti anche ad epoche diverse e lontane. Ti piace sconfinare o credi in una dimensione musicale senza confini?

«Inseguo, nella musica, il rigore maniacale. Le contaminazioni, il divertimento, le sperimentazioni estemporanee hanno fatto il loro tempo e non sono per me. Ho cercato un mio linguaggio, questo è vero. Ma esorto i giovani creativi a trovare il proprio, senza farsi abbindolare dalle lusinghe del successo che viene tributato, nella nostra società conformista, a chi gioca al ribasso e alla semplificazione.»

Oltre alle numerose opere inedite, un posto di rilievo è affidato all’interpretazione di capolavori per coro e orchestra tratti dal repertorio classico. Si può interpretare la musica di ieri diversamente da ieri?

«Certamente! Ho diretto Bach, Mozart e Händel con l’intento di avvicinare quelle note alla sensibilità contemporanea. Mi è venuto spontaneo rendere il discorso a tratti più rarefatto o ancora più aggressivo.»

Bach, Mozart, Händel. La musica è per sempre e i compositori non muoiono mai davvero?

«Nulla è per sempre. Non voglio cedere alla tentazione di santificare questi nomi, poiché sposo pienamente la filosofia di Hegel secondo cui lo spirito del tempo è sempre in evoluzione, e il presente è migliore del passato. Per quanto i grandi che sono alle nostre spalle siano magnificenti, io continuerò a supportare quei giovani e sconosciuti compositori contemporanei, che attraverso le loro note stanno timidamente raccontando il nostro tempo.»

“Non c’è futuro senza storia”. Qual è il tuo rapporto con il tempo?

«Non amo il tempo in generale. Sia il passato che il futuro sono per me motivo di ansia, mentre il presente è troppo breve per essere assaporato. Provo invece un grande fascino per l’antico, una dimensione ancestrale, una età dell’oro che abbiamo perso, che dobbiamo recuperare. Ogni tanto ho la fortuna di incontrare lo sguardo di una donna antica, il pensiero inconsueto di un uomo che non vive il presente, oppure un paesaggio naturale dalla bellezza eterna.»

Ieri la tecnologia aiutava meno di oggi, quando contiamo molti esordi “maturi” in un mare di proposte. È solo una questione di metamorfosi sociale o prima qualcosa funzionava meglio?

«Prima c’era più spazio! I giovani nelle epoche passate fondavano città, correnti di pensiero, stilavano manifesti per una nuova arte. Oggi la rete sembra essere diventata l’occasione per diffondere il nichilismo e il disincanto, e così un diffuso senso di sconfitta si appropria della nostra anima, come fosse un virus silenzioso. I primi che si accorgeranno di questo stato di cose saranno i padroni del futuro!»

Sappiamo per certo che la passione per l’arte è sacrificio. Come si diventa Giovanni Allevi?

«Per avere qualcosa da dire, bisogna aver subìto i graffi e le difficoltà dell’esistenza, bisogna trovarsi a 28 anni senza lavoro e prospettive, partire per Milano e sopravvivere facendo il cameriere. Bisogna sperimentare cosa significa collezionare porte sbattute in faccia, o vagare di notte per le vie di una città sconosciuta, o ancora leggere un romanzo di Coehlo seduto per terra sul corridoio di una scuola media di periferia, e sentire all’improvviso che tutto intorno a te è mistero, poesia, incanto.»

Un invito da rivolgere a chi studia musica, si avvicina alla musica.

«Non guardare quello che fanno gli altri: ognuno è in cammino a suo modo. Non farti scoraggiare dai numeri del pop: quello che fai non è per tutti; tu sei un cavaliere lucente, un moderno eroe romantico, una sentinella della bellezza che lotta contro la banalità.»

C’è qualcuno che ha condizionato le tue prime composizioni e, ad ogni modo, cosa suoni e ascolti quando non ti ritrovi con Allevi?

«Ho avuto molti amori musicali nella mia vita. Il primo è stato Puccini che mi ha folgorato a 6 anni. Poi, l’amore folle per Gershwin, R. Strauss, Prokofiev, Stravinskij, il ritorno a Chopin, e l’ultimo, travolgente per Rachmaninov. Molto di recente, mi attrae una brillantezza tutta italiana, che ritrovo in Monteverdi, Scarlatti e nel grandissimo Rossini. In ognuno di loro scorgo l’abisso, e la luce.»

Cosa fai quando non suoni?

«Corro, faccio meditazione, mangio fondamentalmente verdura e frutta. Ho quasi del tutto eliminato pane, pasta e dolci. Leggo moltissimo, libri di filosofi, psicologi, antropologi. Ho bisogno di nutrirmi della sensibilità di chi ha un pensiero nuovo, di chi riesce a rompere la cappa della consuetudine per spingere le proprie visioni verso dimensioni metafisiche.»

Siamo convinti che nessuno meglio di noi ci conosca. Chi è l’artista Giovanni Allevi per l’uomo Giovanni?

«È un artista che ha avuto il coraggio di sfidare gli dei.»

Quando hai realizzato di essere una celebrità?

«Non credo di essermene mai reso conto. Dal mio punto di vista, esiste una partitura musicale, e io in essa riverso tutta la mia anima tormentata e la mia sete di infinito. Cosa accade poi, quali conseguenze, come la mia musica venga percepita, resta per me un mistero.»

Il 27 dicembre 2011, su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sei stato insignito della nomina di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, conferita dal presidente Giorgio Napolitano. Un gesto tangibile con cui ringraziarti per la tua arte. A chi, invece, vorresti tributare il tuo grazie più sentito?

«Voglio dire ancora una volta grazie alla signora Olga, che non c’è più. Insegnante di italiano nel New Jersey, mi invitava a prendere un tè quando tornavo da quelle estenuanti giornate a New York, in cerca di una opportunità nei luoghi sacri della musica. “Non conta se farai il concerto alla Carnegie Hall!” mi diceva. “Ciò che conta è che stai inseguendo il tuo sogno con tutta la passione. Non avere fretta dei risultati: se sarai perseverante, arriveranno. Fidati del mondo, è molto saggio!”

 

Gino Morabito

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