FABRIZIO BOSSO SPIRITUAL TRIO, IN LIVE WE TRUST

Attacchi brucianti, fraseggio nitido e articolato, sapienti pause sui tempi medi e lenti, ampia gamma di sfumature timbriche, solida conoscenza della tradizione.

Grandi artisti hanno segnato la storia del jazz insieme a talenti tra i più vitali e originali della produzione contemporanea. Fabrizio Bosso è uno di quelli.

«Fare musica è una responsabilità… Salire sul palco e suonare non significa dover necessariamente piacere a tutti, ma occuparsi di quelle persone che hanno scelto te, invece di fare altro.»

Lo Spiritual Trio di Fabrizio Bosso, Alberto Marsico e Alessandro Minetto sugella il loro decennale sodalizio con “Someday”, un nuovo album che rende omaggio alla musica nera, declinata nella sua variante gospel e spiritual. Un pezzo di Les McCann, uno di Carla Bley, “Bridge over troubled water” di Paul Simon… testimoniano la fervente ricerca fra brani che, pur non provenendo dalla tradizione spiritual, possano essere reinterpretati in quella chiave e, soprattutto, essere apprezzati nella sonorità ormai inconfondibile del trio.

La preoccupazione è e rimane quella di definire una scaletta che possa funzionare live, ma le conferme non tarderanno ad arrivare. Sul palco, ovunque esso si trovi. Un palco lungo un percorso fatto di sacrificio, intelligenza, umiltà. Un palco scaldato dall’inconfondibile “voce” della tromba di Fabrizio Bosso.

Fabrizio Bosso, Alberto Marsico e Alessandro Minetto sugellano il loro decennale sodalizio con un nuovo album dal titolo “Someday”. “Un giorno”, cosa?

«Con la musica, proviamo a rendere migliori le nostre giornate. Insieme ad Alberto Marsico e Alessandro Minetto nutriamo la convinzione di suonare la musica che ci piace, quella che ci emoziona. I brani inseriti all’interno di “Someday” sono stati scelti proprio in base a queste caratteristiche. L’idea di base è quella di dare importanza alla melodia.»

Una melodia declinata nei pezzi di bravura dello Spiritual Trio.

«Lo Spiritual Trio è nato suonando quasi tutti brani spiritual, presi dalla tradizione gospel, e sostituendo la voce con la tromba. In questo nuovo disco siamo un po’ usciti da quel terreno musicale, laddove suoniamo alcuni nostri brani originali, un pezzo di Les McCann, uno di Carla Bley, “Bridge over troubled water” di Paul Simon…»

Qual è la primaria preoccupazione artistica?

«Quando si va a proporre un repertorio di brani nuovi, la preoccupazione è e rimane quella di definire una scaletta che possa funzionare live. E non è affatto semplice. Perché, quando sei in tour da anni con una scaletta già rodata, che funziona bene e che ti diverte, nel momento in cui inserisci dei brani nuovi, sorge sempre un po’ di preoccupazione. Le conferme arriveranno con i primi concerti, ma siamo speranzosi.»

Se ti fosse data la possibilità di avere un giorno in più, oltre il limite prescritto, come lo utilizzeresti?

 

 

«Mi piacerebbe portare la mia famiglia a un mio concerto pazzesco con un artista dei sogni, che potrebbe essere Stevie Wonder: un cantante che mi emoziona da sempre e che non ho mai visto dal vivo. Riuscire a suonare quattro note con Stevie Wonder in concerto… chissà!»

“Someday we’ll all be free”, inciso da Donnie Hathaway ed Eddy Howard nel 1973, è strettamente attuale, in una società come la nostra dove anche il presente è precario. “Un giorno saremo liberi” finalmente, di una libertà che, negli anni, è stata pagata a fronte di quali rinunce?

«In questo mestiere non si ha mai la certezza del futuro, di quello che potrà capitare. Anche se sei un artista affermato, non puoi dare mai per scontato che, quella sera lì, una persona esca di casa per andare a sentire il tuo concerto. Ho rinunciato un po’ alla sicurezza, forse, alla stabilità. Sicuramente ho dovuto rinunciare alla famiglia, che è una delle cose che sacrifichi, facendo il musicista.»

Sono gli anni 2007-2008 a incoronarti come uno dei più grandi musicisti italiani, a partire dal successo di quello che è considerato il tuo vero esordio da leader, “You’ve changed”. Sono cambiate le opportunità per un musicista di talento di esprimersi e farsi apprezzare attraverso il proprio lavoro?

«Per certi aspetti si sono un po’ accorciate le distanze. Un giovane che si affaccia alla musica, al jazz in particolare, ha la possibilità di accedere a quello che è un vero e proprio patrimonio artistico con un semplice clic. Oggi i ragazzi apprendono un sacco di nozioni molto in fretta: per chi sa sfruttarle bene, è un vantaggio; diversamente potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio… perché poi, quando vai a suonare, è tutta un’altra storia…»

… L’insegnamento dei vecchi musicisti americani…

«… Studiate tutto quello che volete, più che potete. Quando salite sul palco, però, dimenticate tutto quello che avete studiato. Il palco è la spontaneità, e non la impari con le lezioni, i tutorial.»

Cos’è la spontaneità, Fabrizio?

«È un percorso fatto di sacrificio, intelligenza, umiltà. La possibilità che hanno i ragazzi di avere tutto e subito li rende competitivi, ma essere competitivi non vuol dire necessariamente fare musica.»

Cosa significa “fare musica”?

«Fare musica è una responsabilità. Quando sali sul palco a suonare e sotto ci sono le persone che hanno pagato il biglietto per venirti a sentire, sai che comunque si aspettano qualcosa. Questa per me è una responsabilità. Salire sul palco e suonare non significa dover necessariamente piacere a tutti, ma occuparsi di quelle persone che hanno scelto te, invece di fare altro.»

È un tuo pensiero ricorrente?

«Sì, ci penso molto: riuscire a mettersi in comunicazione con il proprio pubblico… È più facile quando suoni con musicisti che condividono con te il palco da tanti anni… quel certo feeling che si viene a creare e che si trasmette forte a chi è lì ad ascoltarti.»

Suonando, nel tempo, è cambiato Fabrizio Bosso?

«Sicuramente sono cambiato, maturato. Nel tempo, ho ascoltato molta musica e incontrato musicisti che mi hanno dato degli stimoli. Mi riferisco comunque alla maturazione complessiva dell’uomo Fabrizio, che ha coinvolto anche l’aspetto musicale.»

Com‘è cambiato il tuo modo di approcciarti alla musica?

«Quando ero giovane, la priorità per me era suonare i brani più veloci, pirotecnici… Oggi mi piace ancora suonarli, ma non riuscirei mai a fare un concerto senza una ballad che mi emozioni nel profondo.»

Inizi a suonare la tromba all’età di 5 anni e a 15 ti diplomi al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino. Da lì una carriera in continua ascesa. Alla luce del tuo vissuto, che consiglio daresti ai ragazzi che volessero intraprendere il tuo stesso percorso? Esiste una regola d’oro da seguire?

«Essere curiosi e non tirarsela. È importante imparare a suonare bene tutto, senza snobbare nessun genere. Bisogna diventare un professionista, ed è fondamentale studiare. Studiare la tecnica dello strumento, che è una. Se la impari bene, puoi andare a suonare ovunque.»

Col senno di poi, c’è qualcosa che faresti in modo diverso o che non rifaresti affatto?

«Forse, avrei potuto suonare musica classica ancora per un po’… ma il jazz ormai mi aveva assorbito, anche come stile di vita.»

Immagino la tua vita artistica densa di giornate frenetiche, spostamenti di longitudini e latitudini, una serrata tabella di marcia da rispettare. Cos’è che ti rilassa?

«Quando sono molto in tensione, stressato, la musica brasiliana è una di quelle cose che mi rimette in pace. E poi realizzare di avere un po’ di tempo per me. Sapere, in quel momento, di non avere treni da prendere e impegni da assolvere, mi fa stare sereno. Poi, sai, anche la stanchezza fisica dipende molto dal momento che stai vivendo: se il tour sta andando bene, se sei contento di come stai suonando…»

Fabrizio Bosso è soddisfatto di sé stesso?

«È chiaro che vorrei sempre migliorarmi, come uomo e musicista. Però arriva un momento, in cui bisogna imparare ad accettarsi. È fondamentale per essere credibile quando suoni, e nella vita in generale. C’è un limite a tutto e per tutti! Io sto facendo proprio questo percorso interiore, cercando di essere un po’ meno severo con me stesso.»

 

Gino Morabito

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