ERRI DE LUCA, PAROLE D’ORDINE DEL NOSTRO TEMPO

“Impossibile è la definizione di un avvenimento fino al momento prima che succeda”. Come questa chiacchierata che ho avuto il privilegio di fare con Erri De Luca.

Si parte da lassù, dalla montagna che è esperienza di sé stessi, nel presente. L’odore di legna che brucia nel camino ti fa capire che è tutto reale.

Due mondi che si parlano, con un sentimento strano da parte di un intervistatore, quello di essere andato oltre il sentiero tracciato dall’autorevolezza di uno scrittore, giornalista e poeta tra i più amati in Italia, e di aver intrapreso il crinale fragile dell’intimità.

E l’intimità del protagonista emerge nelle sue opere: narrativa, saggistica, raccolte poetiche, recital per il teatro, racconti per il cinema. Il fascino della scrittura di Erri De Luca risiede nello sguardo: umano e sincero, capace di aprire prospettive inedite. Nascono così storie scritte per una necessità interiore, come un suonatore che racconta il proprio vissuto dall’interno, attraverso un punto di vista parziale, ristretto, provvisorio. Ma che suona vivo come la vita.

“Impossibile è la definizione di un avvenimento fino al momento prima che succeda”. Come questa chiacchierata che ho il privilegio di fare con lei. Nel suo caso, invece, qual è stata l’ultima volta in cui si è confrontato con l’impossibile?

«Sono continuamente disponibile alle sorprese che mi capitano. Ci sono tante cose che mi sorprendono per la loro imprevedibilità, per la loro improbabilità. Davvero tante. Un gesto di simpatia per la strada, un sorriso… cose che riguardano la vita sociale. Sono dei regali che provengono direttamente dalla improbabilità.»

Qual è stato il momento, l’episodio, in cui l’impossibile sembrava avere irreversibilmente preso il sopravvento?

«Una volta che una cosa che pensavamo impossibile si manifesta, ecco che diventa ovvia, anzi inesorabile. Mi è capitato nella vita di avere degli incontri fortunati, che non avevano nessuna ragionevole possibilità di manifestarsi. Come anche lo stesso fatto di essere scrittore. Che oggi io possa sostenermi con i benefici del diritto d’autore, beh, questa è una cosa alla quale non mi posso abituare, anche se mi rallegra e mi ha fatto interrompere, anni fa, la faticosa attività manuale che svolgevo.»

Nel romanzo “Impossibile” si parte da lassù, dalla montagna che è un tempo vuoto, in uno spazio vuoto, dove tutto resta indietro, e ci si avvicina al bordo della terra. L’esperienza della montagna è esperienza di sé stessi, senza tornaconto, nel presente, nell’istante. A una personalità come quella di Erri De Luca, più curiosa di indagare l’esterno, quando capita di fare introspezione?

«Poco, non mi capita. È una curiosità che non ho. Mi capita di fare introspezione quando mi sento poco bene, allora sì che voglio sapere cosa mi sta succedendo di sbagliato, di storto, di guasto che devo andare a sanare. Quella è la mia introspezione!»

Davanti allo specchio, come si giudica?

«Mi evito. Riesco a farmi la barba senza guardarmi allo specchio. È una cosa che mi è stata inculcata da bambino. Mi dicevano: “Non ti guardare allo specchio, perché lì spunta il diavolo!”. Ora, non è mai spuntato il diavolo, però mi è rimasta questa diffidenza nei confronti degli specchi.»

È presente in lei un vizio che non riesce a scrollarsi di dosso?

«Se scalare in montagna è un vizio, quello non me lo tolgo di dosso.»

Nella sua esperienza umana e professionale, esiste qualcosa da poter etichettare con “per sempre”?

«No. È una promessa che non si può fare, nemmeno a sé stessi. Ed è un uso che non faccio neanche in scrittura. I sempre e i mai sembrano delle sottolineature e invece tolgono peso alla frase, le tolgono verità.»

Cosa le ha dato la scrittura e cosa le ha tolto?

«Oltre al reddito mi dà allegria, letizia. Per me la scrittura non è stata e non è un lavoro. L’ho praticata quando era il contrario del lavoro, quand’era il tempo salvato dalla giornata lavorativa. Ed è rimasta così, un momento felice di qualche giornata. Perché non sono un impiegato della mia scrittura, non scrivo tutti i giorni, non ho orari per scrivere. E poi scrivo a mano, sui quaderni. È un’attività privata lieta… Mi ha tolto di dosso il peso del lavoro operaio, che ho fatto per vent’anni.»

Lo scrittore Erri De Luca onora la lingua italiana, esatta e onesta. Una lingua dove si usano le parole precise. Ripercorrendo il suo vissuto, quali sono le parole di cui oggi non potrebbe fare a meno e perché?

«Una parola pungente di questi tempi è fraternità. Mi piace quella trinità laica: libertà, uguaglianza, fraternità. Mi è capitato nella vita di battermi per qualche libertà, per qualche uguaglianza… per ottenerla o per conservarla, se minacciata. Ma non si può fare una rivendicazione di fraternità. La fraternità è quel sentimento che improvvisamente mette assieme delle persone e permette loro di battersi; di essere più unite, più convincenti e consistenti, per ottenere delle cose necessarie. La parola d’ordine del mio tempo è fraternità. Un’altra parola che mi piace è inclusione.»

A proposito di parole, l’intimità del protagonista del suo romanzo “Impossibile” emerge nelle lettere che scrive in cella ma non spedisce, lettere che iniziano con “Ammoremio” e sono dichiarazioni di sé, e affermazioni di una libertà che si esprime nell’amore. È l’amore, Erri, che ci renderà liberi?

«L’amore ci rende più intensi, più sensibili. Più forti ma anche più timorosi di perdere questa meraviglia che ci è capitata. Nel caso del protagonista, trattandosi di una persona che si trova in prigione, in una condizione di isolamento, le lettere d’amore permettono al detenuto di avvicinare, far stare lì mentre le sta scrivendo, quella persona amata. Ecco, la scrittura ha questa possibilità di convocare degli assenti. In fondo, quando uno scrive una lettera, la scrive perché quella persona non sta nella stanza a fianco. E, quando si scrive, quella distanza si annulla.»

In un mondo caratterizzato sempre di più da relazioni virtuali in cui il coinvolgimento spesso risulta indiretto, come si può descrivere l’amore alle nuove generazioni?

«Lo devono descrivere loro, perché è una sorpresa ogni volta. Non si può impartire il sentimento amoroso, è un’energia potentissima che affiora. Sta nel corpo di ognuno, nell’energia di ciascuno, ma non si può erogare da sé. Ha bisogno di una scintilla pilota, qualcosa che da fuori lo chiami e faccia affiorare quest’energia potentissima.»

L’amore per la vita si declina anche nel libro “La musica provata”, dove sembra che lei ci voglia dire che la musica non è nelle canzoni ma nella vita che scorre.

«Ho fatto quest’esperienza. Quand’ero bambino sentivo dei muratori che, a un certo momento della giornata, si mettevano a cantare. Allora mi chiedevo, con tutta quella fatica addosso, che cosa avessero da cantare… Poi, quando l’ho fatto io quel mestiere, mi sono accorto che è proprio così: quando il corpo si riscalda e raggiunge un certo ritmo regolare, ecco che quel ritmo è musicale e, se uno lo asseconda, il lavoro va avanti meglio, è più sopportabile.»

La musica ci riporta alla mente spezzoni di vita che conserviamo gelosamente nel cuore. Qual è la musica che ha caratterizzato la sua vita?

«Le canzoni napoletane che mia madre mi ha inculcato da piccolo. Attraverso la sua intenzione, la sua ripetizione… ha anche aggiustato il mio orecchio, che all’inizio suonava un po’ falso. Sono affezionato alla musica napoletana, a quelle canzoni che sono state la mia prima lingua.»

Provando a descrivere il nostro Paese con il titolo di una canzone, quale potrebbe essere?

«Funiculì funiculà.»

La melodia è un mondo di sentimenti che a Napoli vibra partendo dal sottosuolo. Qual è la musica che potrebbe descrivere la sua città?

«La mia è una città sismica, che si è venuta a trovare sopra un suolo ballerino. Credo che la tarantella sia stata proprio una specie di danza esorcizzante. Visto che la terra balla, balliamoci pure noi sopra la terra, per esorcizzare il terremoto!»

Napoli fruga e perquisisce con gli occhi. Qual è l’insegnamento più grande che continua a darle?

«In greco il nome di Napoli significa “nuova polis, nuova città”. Ed è stata una profezia, perché Napoli è così: continuamente costretta a rinnovarsi e a cambiare i suoi connotati. E ne ha cambiati tanti da quando la conosco! Non c’è niente di definitivo, di stabile. Il tempo e le cose cambiano continuamente. E noi corriamo provvisori insieme al tempo e ai cambiamenti.»

Restando in tema di insegnamenti, mi piace condividere con lei una citazione tratta da “I pesci non chiudono gli occhi”: “Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall’interno. Erano bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali, patetici e prevedibili”. Descriverebbe ancora così gli adulti ai ragazzi?

«Così sono. Ma poi lo sanno. Avendo a che fare con i genitori, lo sanno come sono fatti gli adulti. Tuttavia, ecco che quella letteratura dà un supplemento d’informazione in più. Informa sui tratti più sotterranei, più segreti delle persone e, mentre da ragazzino leggevo quelle storie di adulti, dentro di me si demoliva la figura dell’adulto come il titolare dell’autorità. Non ne aveva. Era uno come me.»

Invece i giovani ai suoi occhi come appaiono?

«Siccome non sono padre, quindi sono rimasto figlio, mi sento coetaneo di un giovane come di un novantenne. I giovani italiani mi appaiono pochi. Pochi rispetto alla quantità di gioventù che era quella del dopoguerra, un periodo nel quale si moltiplicavano le nascite. Era proprio quell’istinto formidabile delle figlie di un popolo che si danno da fare per riempire i vuoti, per ripopolare. Eravamo tanti. Oggi i giovani sono una minoranza che viene schiacciata dagli adulti. Demograficamente vivono una situazione di inferiorità. E, proprio perché numericamente inferiori, proprio perché una minoranza, hanno forte questo sentimento di essere l’avanguardia della società.»

C’è qualcosa che le piacerebbe riuscire a trasmettere di sé alle nuove generazioni?

«Non sono uno che crede nella posterità. Scrivo storie e mi occupo di cause civili, che mi prendono per il bavero e mi scuotono, mi costringono a prendere parte.»

Non crede nella posterità. Dunque in cosa crede Erri De Luca in questo momento?

«Ho delle mie convinzioni su vari temi. L’ultima pagina che ho scritto, l’ho scritta a proposito di un libro dei genitori di Giulio Regeni, che raccontano quattro anni di ricerche, di inseguimento su pista di una verità che vuole continuamente sfuggire, che vuole essere continuamente nascosta dalla ragion di Stato, dagli affari di Stato che devono proseguire imperturbati. Quella è una causa che mi sta a cuore. Credo in quella causa e credo che la spunteranno.»

 

Gino Morabito

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