EDOARDO BENNATO, UN VORACE COLLEZIONISTA DI EMOZIONI

«Dismessi i panni da rocker, chi è nel privato l’architetto-musicista nato nel quartiere di Bagnoli?» con l’ultima stoccata sul cenno del saluto.

«Un vorace collezionista di emozioni» il cantautore di rimando. Rinfoderando l’ironia pungente, chitarra, armonica e tamburello.

Un ritratto inedito di Edoardo Bennato, con il quale ho avuto il piacere e l’onore di confrontarmi su tematiche che travalicano la sfera musicale e affrontano la vita. La vita di un uomo per cui Napoli è la città più bella del mondo.

Una città piena di paradossi, contraddizioni, ma il territorio ideale per fare rock! Un luogo dove, a dispetto del consiglio che il grande Eduardo De Filippo diede ai napoletani perbene, fuitevenne, il nostro “Edo rinnegato”, citando un album che è un piccolo capolavoro, è rimasto a vivere.

Tra i tanti primati che ha stabilito nel corso di una carriera artistica iniziata nel 1966, io gli riconosco l’onestà intellettuale: quella capacità, purtroppo in via di estinzione, di raccontare comunque la libertà in musica, vivendola sulla propria pelle. Edoardo Bennato, oggi più che mai, è pronto a salpare, in difesa dei diritti inalienabili di quanti, uomini e donne che salgono ancora sui barconi facendo rotta verso la speranza, non riescono ad avvistare la terra in cui dimorano i cosiddetti privilegiati del “Sistema Occidentale”. Edoardo Bennato fa un selfie della nostra società e ce la restituisce così com’è, nel bene e nel male. Un’istantanea di vita accompagnata da una musica liberatoria, provocatoria, ma soprattutto antidiscriminatoria.

Prima di lasciarvi all’intervista, voglio ringraziare gli amici Salvo Pistoia e Massimo Tassi, che hanno reso possibile questo confronto inedito con l’artista. E adesso non mi resta che augurarvi buona lettura!

Rivoluzionario, visionario, cantautore. Edoardo Bennato racconta da sempre il nostro Belpaese dei balocchi. Il brano “Pronti a salpare”, che ha vinto il Premio Amnesty 2016, la dice lunga sul tessuto sociale, e non solo italiano, dei nostri tempi.

«Il brano “Pronti a salpare” non è rivolto ai migranti che fuggono spesso dall’inferno in terra: miseria, fame, carestie, guerre… Non c’è bisogno di invitarli a salpare, lo fanno comunque anche a rischio della loro vita. No, l’invito è rivolto a noi cosiddetti privilegiati del “Sistema Occidentale”. Siamo noi a dover essere pronti a cambiare mentalità, a capire che il nostro benessere futuro e quello dei nostri figli non può prescindere dalla soluzione dei problemi del terzo mondo.»

Restando sul tema del sociale, hai da poco pubblicato “Ho fatto un selfie”: liberatoria contro la discriminazione, a qualunque costo.

«Io non accetto, per mia natura, nessuna forma di discriminazione e dunque, quando nei camerini dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’inverno scorso è entrato l’allora ministro Matteo Salvini, ha chiesto di fare un selfie con me. C’erano anche il ministro Bonafede, Ranucci di “Report”, l’attore Marco Giallini e alcuni altri parlamentari, insomma sui social si è scatenata una vera e propria caccia alle streghe. Insulti e minacce del tipo: “Sappiamo dove abiti!” e altre amenità del genere. Motivo: il selfie con Salvini. Mesi dopo, mio fratello Eugenio mi disse di rispondere con una canzone, ed è nata “Ho fatto un selfie”. Liberatoria, provocatoria, ma soprattutto antidiscriminatoria!»

Il video del brano è stato girato a Napoli. Che rapporto hai con la tua città?

«Napoli è la città più bella del mondo, secondo me e non solo. È piena di paradossi, contraddizioni, ma è il territorio ideale per fare rock: infatti io vivo a Napoli, mia figlia vive a Napoli e non è semplice, ti assicuro!»

Napoli rappresenta le radici. A cos’è che rimani ancora saldamente ancorato?

«Mi sono sempre considerato un cittadino del mondo, ma le radici sono certamente importanti. Io mi ostino, a differenza di molti miei colleghi, a vivere a Napoli. Non ho seguito il “consiglio” che, una volta, il grande Eduardo De Filippo diede ai napoletani cosiddetti “perbene”: fuitevenne, ovvero scappate. No, io sono rimasto a mio rischio e pericolo a Napoli, che non è, purtroppo, una città facile.»

Se da un lato non è una città facile, dall’altro è un suggestivo palcoscenico a cielo aperto, con continui cambi di scena.

«Napoli è sempre diversa e sempre uguale allo stesso tempo. Nel bene e nel male è un palcoscenico a cielo aperto. Una volta proclamavo “Tira a campare”, oggi non è più un concetto che mi sento di sottoscrivere.»

Col senno di poi, c’è stata una dichiarazione d’amore che hai fatto nei confronti della tua città?

«Forse in “Napule Napule” dal disco “Il gioco continua”: “Io nun voglio chiagnere cchiù pe’ ttè!”.»

Quando è scoppiato il tuo amore per la musica? Ti ricordi qual è stata la prima volta che hai portato l’armonica alla bocca?

«Fin da bambino, quando mia madre, dopo la fine della scuola, per tenere occupati noi maschi durante le vacanze estive, si mise alla ricerca di un maestro di lingue. Non lo trovò. Trovò invece un maestro di musica e così incominciò l’avventura. Anni dopo, quando ero a Milano a fare l’università, il mio compagno di studi ebbe regalata un’armonica a bocca. Non sapendo che farne, ma sapendo che suonavo la chitarra, me la regalò.»

C’è stato un momento, nella tua carriera artistica, in cui hai smesso di credere nella professione del musicista?

«Direi di no. Anche se talvolta la tentazione è grande, quando hai l’esigenza di creare qualcosa nella musica, ma i conti non tornano. Mi spiego: nello sport hai dei numeri fissi: fai 10 metri in tot secondi, nel calcio segni un numero di goal; nella musica invece devi fare i conti con i media. Se non fanno ascoltare quello che proponi, non riesci ad entrare nella gara.»

La musica che propone Edoardo Bennato passa per quella notoria “seconda stella a destra”. È sempre questo il cammino che indicheresti a tutti quei ragazzi che, per trovare risposte concrete ai loro bisogni, vanno speranzosi alla ricerca di un’isola che non c’è?

«La strada dell’utopia è oggi meno perseguibile di un tempo. Per intenderci: l’isola che non c’è dobbiamo “per forza” trovarla, non possiamo più crogiolarci nel sogno. Bisogna fare in fretta e dare risposte concrete alle speranze dei giovani, da qualsiasi latitudine provengano.»

 

Nel 1980 sei stato il primo artista ad aver pubblicato due album a distanza di soli quindici giorni (dodici anni dopo Bruce Springsteen effettuerà la stessa operazione). Ora quei famosi long playing vengono pubblicati sempre più di rado. È cambiata l’urgenza di comunicare? O forse, magari, la crisi economica in cui versa il nostro Paese ha fatto entrare in recessione tutti gli altri possibili temi di discussione?

«Non è questione di crisi economica, almeno non solo quella. Sono cambiate le regole della comunicazione e dunque anche i temi della discussione.»

Oggi la politica delle case discografiche e dei musicisti autonomi è quella del singolo sopra ogni cosa: non più un viaggio all’interno di un pensiero articolato che si enuclea in più canzoni, ma one shot! Tu che ne pensi?

«Oggi le case discografiche sono alla canna del gas. Un tempo c’era la possibilità, con un artista nuovo, di tentare anche tre album per costruire una carriera duratura… Come hai detto prima, io ebbi la possibilità di far uscire due album a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro. Oggi sarebbe impensabile.»

Sempre nel 1980, è entrato nei primati anche quell’ormai leggendario concerto di San Siro, dove fosti il primo cantante italiano a riempire lo stadio milanese. Era il 19 luglio. Oggi la platea è cambiata, è virtuale, vive nel mondo dei social.

«San Siro fu l’ultimo di tredici stadi in tutt’Italia e fu la prima volta che accadeva, in questo Paese, ad un cantante italiano. I ragazzi ai concerti vanno sempre con lo stesso entusiasmo. Il problema è che con i telefonini impiegano forse troppo tempo a fare filmati e selfie, perdendosi, in parte, il piacere della musica.»

Con l’avvento dei social è cambiato anche il modo di fruire la musica. Cosa, ammesso che ci sia qualcosa, vorresti potesse ritornare come prima?

«Non mi piace indulgere nel passato. Ogni tempo ha le sue ragioni, anche se a volte sembrano incomprensibili (almeno a me!).»

Un mezzo di evasione è e rimane ancora il racconto fantastico: la capacità di tradurre in immagini e suoni una realtà altrimenti difficile da digerire. Ripensavo al romanzo di Pinocchio e ai personaggi che lo popolano. Tra questi, mi incuriosisce la Fata Turchina, metafora della condizione femminile. Potendo delineare tu il personaggio, come lo racconteresti oggi?

«La Fata è ancora “quella che paga di più”. Basta aprire un giornale per capire che non è cambiato nulla da allora, anzi, se possibile, la situazione è ancora peggiorata!»

Se il mondo là fuori peggiora, una maniera per tranquillizzarsi potrebbe essere quella di riappropriarci della nostra zona di comfort. Cosa non può mancare nella casa del musicista-architetto nato nel quartiere di Bagnoli?

«Non possono mancare le chitarre, il jukebox, un tavolo da disegno e il cavalletto per dipingere i quadri.»

Dismessi i panni da rocker, chi è nel privato Edoardo Bennato?

«Un vorace collezionista di emozioni.»

 

Gino Morabito

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