DESTINAZIONE GRIGNANI

Di Gino Morabito –

Personalità forte, intelligenza vivace, talento artistico che non si lascia imbrigliare. Scandaglia le profondità dell’animo umano al ritmo di un rock graffiante e melodico, raccontando i sentimenti a suo modo, naturalmente originale.

Mancino, appassionato di Tex, possiede una ricca e rara collezione di chitarre. Con quelle, il cantautore della periferia nord di Milano, suona “una musica che ha delle idee” tracciando netto il percorso. La rotta è chiara e inconfondibile: destinazione Gianluca Grignani.

A volte esagera.

«Prima guardavo le cose attraverso me stesso, poi mi sono imbattuto nel “ricordati che devi morire!” del film Non ci resta che piangere. Quando arriva un po’ per tutti quel momento in cui maturi, cambi prospettiva e il mio esistenzialismo è diventato una coscienza sociale. Quello è il vero cambiamento. Io non esagero, rimango sempre l’artista che sono.»

1994-2023, la ricerca di un percorso artistico e personale.

«Nella musica sono stato sempre coerente con le mie scelte. Decisamente meno per quello che gli altri si aspettavano da me… non si sarebbe trattato di coerenza, quanto piuttosto di noia. Per molto tempo mi sono domandato come uno preciso nella vita si potesse comportare così diversamente nella musica. E la risposta che mi sono dato è che proprio quella è la mia forza.»

Circondato dall’amore del pubblico.

«A Sanremo mi sono accorto di quanto la gente mi voglia bene. Me ne ero già accorto lo scorso anno, quando mi sono esibito con Irama, e ancora di più quando mi sono assentato dalle scene.»

Sentirsi parte di tutti.

«Sono come uno zio un po’ fuori dagli schemi. Quelli che apprezzano la mia musica sembrano capirmi meglio degli amici con cui esco a cena. Desidererei che la gente mi vedesse come una persona comune e mi accettasse così come sono.»

Il cantautore elettrico è tornato.

«È stata la mia settima volta in gara all’Ariston, mi sono divertito. Penso di essere l’unico arista nella storia del festival a non aver mai visto la classifica. Sono andato a Sanremo sapendo di avere un grande brano. Non mi aspettavo che alla gente arrivasse subito ma sapevo che sarebbe rimasto.»

Questo tipo di brani non sono solo di chi li fa.

«La gente si è sentita coinvolta, molte persone si sono riconosciute. Poi il brano ti rilassa, non dà una morale ma una reazione.»

Quando ti manca il fiato (Falco a metà/Sony Music), una canzone ispirata a una telefonata avuta con il padre.

«L’ho scritta dieci anni fa. Mio padre mi ha chiamato e la frase che mi ha colpito è stata quella del funerale. Ero in montagna, in quel periodo facevo sci alpinismo. Ho scritto subito la canzone, al volo. L’ho lasciata lì, ci ho pensato un po’. Ma l’ho scritta di getto. Non so neanche se mio padre si ricordi di quella telefonata, non lo vedo da più di dieci anni. Ha sentito la canzone, lui adesso è in Ungheria e non ho avuto il coraggio di richiamarlo. Non sono capace di essere all’altezza della canzone, ogni volta che la canto sono coltelli che cadono dal cielo.»

A distanza di quasi trent’anni, Gianluca Grignani racconta ancora la sua storia tra le dita.

«I live sono i momenti del mio lavoro che preferisco di più. Mi emoziona particolarmente stare con la gente, respiro la loro energia e cerco di fare in modo che anche loro respirino la mia. È un’emozione continua che dura per tutta la durata del concerto.»

Considerato uno dei principali esponenti dell’inquietudine giovanile degli anni Novanta, comunica sul palco, alla sua gente che trova nuova linfa nella generazione Z.

«I giovani di oggi rappresentano la società in cui viviamo, ma questo vale per ogni epoca. Quello che ho da dire, lo dico attraverso la mia musica. È il modo migliore che ho per trasmettere qualcosa.»

La musica è rivoluzione.

«Quando fai una rivoluzione, non è una sola canzone. La rivoluzione non è una canzone di una stagione: prima ti devono amare, poi ti devono odiare, poi ti devono di nuovo amare e poi devi scappare. Quando fai qualcosa che non esiste prima, devi prenderti lo scotto di quello che fai. Se segui la strada già percorsa, non potrai mai essere difficile.»

Gli è stata sempre mossa la critica di essere “ingestibile”.

«Spesso è stato detto che sono ingestibile perché facevo paura. Sono uscito e ho fatto cinque milioni di copie nel mondo con “Destinazione paradiso”. Ma non ho mai preso la strada di Vasco o Ramazzotti in campo internazionale. Sono rimasto ai margini perché faccio paura.»

Ha dovuto imparare ad essere un uomo che sa stare da solo.

«Non ho paura della solitudine. È importante imparare a stare soli, ci si scava dentro. A volte, stare un po’ in solitudine credo sia costruttivo per sé stessi.»

In un panorama così realisticamente desolante, dove “i ragni fanno i nidi sulle rovine”, si riesce comunque a vivere.

«È una citazione tratta da “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino. Una metafora per alludere al fatto che, laddove c’è debolezza, le persone, le cose, le situazioni più difficili vengono a galla… come i ragni tessono la loro tela. E, proprio come il protagonista del romanzo, quando gli viene chiesto se fosse di sinistra o di destra, io rispondo che non sono di niente. Voglio semplicemente vivere, voglio esistere.»

La vita di un padre diviso tra quattro figli.

«Il giorno in cui Ginevra, la primogenita, ha compiuto diciotto anni volevo morire. Mi sentivo vecchio e la vedevo grande. Poi c’è Giselle, la più distaccata con me. Ha quindici anni, è un po’ l’artista. Giosuè ne ha tredici, è me in biondo. E infine c’è Giona. Vorrei trasferire loro la capacità di non avere paura. Nella nostra società, purtroppo, gli uomini hanno spesso paura di dimostrarsi sensibili, pur essendolo, e le donne di far capire agli uomini quanto in realtà siano forti, per evitare di spaventarli. Ecco, i miei figli non devono avere paura di essere sensibili né di essere forti.»

Per sua ammissione “un incosciente”, con molte porte ancora da aprire.

«Quando la mia ex moglie era incinta del quarto figlio dicevo: “Cavolo, io adesso come faccio a gestire tutto?”. In realtà mi ha salvato la vita, mi ha ributtato dove dovevo andare. Mi ero nascosto in una vita che non era mia. Questa cosa mi ha riaperto le porte. Davanti a me ne ho tante, dovrò aprirle prima o poi.»

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