DANILO REA, GENIO E IMPROVVISAZIONE

Celebre per le sue esibizioni estemporanee, magiche, impeccabili, ha suonato con musicisti del calibro di Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield, Joe Lovano, Art Farmer.

Oggi Danilo Rea torna a collaborare con la Tigre di Cremona e pubblica “Tre per unA”,

il nuovo disco di un formidabile trio di jazz che ha voluto dedicare la propria opera a Mina. Un progetto che nasce dall’affiatamento del pianista di Vicenza con Massimo Moriconi e Alfredo Golino; dai tanti anni trascorsi a fare musica insieme e dallo stesso modo di frequentare e intendere l’universo delle sette note: dalla canzone allo standard.

Audace improvvisatore dalla spiccata sensibilità melodica, ci piace riconoscere nella musica di Danilo Rea una costante dedizione alla ricerca sonora e alla sperimentazione: «È importante essere originali, trovare il proprio linguaggio e raccontare la nostra storia. Ma soprattutto, quando si suona, bisogna cercare di emozionare.»

Il confronto con un artista geniale che crede fermamente nell’improvvisazione e nell’importanza di cercare le note belle. Suonate sulla sommità delle Dolomiti, all’alba sul mare di Sardegna, al Guggenheim di New York. Suggestioni incredibili durante le quali si ha come l’impressione che il tempo si sia fermato: «Sai che stai entrando in un territorio che ti appartiene, ma che, al tempo stesso, non hai ancora scoperto. È questa la bellezza dell’improvvisazione.»

Ci piace riconoscere nella musica di Danilo Rea una costante dedizione alla ricerca sonora e alla sperimentazione. Qual è il momento più esaltante all’interno del percorso creativo che ti porta alla definizione di un progetto discografico?

«L’improvvisazione va di pari passo con i momenti della vita e ho sempre alternato l’improvvisazione allo studio. Il momento più esaltante è quando si riesce a trovare un modo per inserirsi all’interno di un progetto musicale. È accaduto, la prima volta, quando, dopo attenti studi, esami e ascolti, ho iniziato ad improvvisare sulle aree d’opera. Allora mi sono reso conto che quelle sono le vere sfide, perché non sai mai cosa può uscire fuori dalle improvvisazioni.»

Uno dei tuoi nuovi progetti è “Tre per unA”, il nuovo disco di un formidabile trio di jazz che ha voluto dedicare la propria opera a Mina, una Artista con la “A” maiuscola.

«Il pensiero è andato a Mina e soprattutto alle grandi canzoni e ai grandi autori che l’hanno resa famosa negli anni Sessanta, perché abbiamo suonato con lei due-trecento brani. La prima volta, mi chiamò che ero un bimbo appena uscito dal conservatorio, e così la conobbi. Avevo già fatto qualche esperienza con i Perigeo di Giovanni Tommaso, che si stavano riformando. E mi ritrovai a suonare anche con Riccardo Cocciante e Rino Gaetano. A vent’anni per me quella fu una grande palestra. Poi Giovanni ebbe l’opportunità di arrangiare uno dei dischi di Mina e, un giorno, così come accadono le cose per caso, mi chiamò a sostituire il pianista che aveva la febbre. Un bel colpo di fortuna e una grande chance! Stessa cosa dicasi per Massimo Moriconi e Alfredo Golino. Alfredo è arrivato una decina d’anni dopo, ma è da tantissimo tempo ormai che lavoriamo con lei.»

L’omaggio a Mina parte da Cremona.

«Ci è stato chiesto di fare un concerto a Cremona, dove abbiamo visto che la gente era così emozionata nel sentire la sua musica, che ci siamo detti di provare a fare un CD con le canzoni di Mina. Avevamo un campo illimitato di scelta, ma abbiamo preferito concentrarci sui brani con cui siamo cresciuti, come “Parole parole” e “Grande grande grande”, che poi erano quelli che vedevamo cantare alla grande Mina in televisione. In realtà, “Tre per unA” è un omaggio alla Tigre di Cremona ma non solo. È un omaggio anche ai grandi autori, maestri d’orchestra e compositori che hanno reso grande la musica italiana di quegli anni: Pino Calvi, Armando Trovajoli, Bruno Canfora e gli altri dell’orchestra della Rai, con cui lavorai quando ero piuttosto giovane, e Gianni Ferrio, con cui ho avuto l’onore e il piacere di collaborare, sempre nei dischi di Mina. Quella fu un’epoca d’oro. Sapevano scrivere e arrangiare, parliamo di un certo Morricone… È stato qualcosa che ci ha fatto piacere ricordare, ma soprattutto rendere tutto il progetto discografico in chiave di trio jazz.»

Quella fu un’epoca d’oro. Questa cos’è?

«Mi dispiace dirlo, ma questa è l’epoca dell’apparenza e dell’apparire; un’epoca caratterizzata da tanta superficialità. Sicuramente non vale per tutto e per tutti, ma questa superficialità, alla fine, si paga a livello culturale e artistico. Oggi mancano quei riferimenti che un tempo erano rappresentati dai critici, i quali ormai non riescono a fare il proprio lavoro perché non godono più di libertà; sono costretti a seguire le mode imperanti e si ritrovano alla mercé di quello che è il gusto comune. E così, musicisti che non sono musicisti, te li ritrovi lì che fanno musica!»

Si legge tra le righe che l’avvento della tecnologia applicata al mondo della musica abbia fatto la sua parte…

«Si tratta di un fenomeno che ha avuto inizio alla fine degli anni Ottanta, quando cominciò a venire meno la funzione del musicista, soprattutto quella del batterista, perché subentrarono le batterie elettroniche. Si pensava che, per danzare e per muoversi, fosse più utile un ritmo decisamente metronomico e implacabile. Così i gruppi musicali, l’esperienza, la fantasia e la creatività dei musicisti, cominciarono via via a scemare. Poi si sono affermati i dj, i quali di fatto hanno detenuto il potere, in base al quale decidere cosa funzionava e cosa no. Oggi ci ritroviamo con quelli che si definiscono “musicisti elettronici”, in grado di organizzare dei raduni con duecentomila persone, dove fanno finta di cantare e propongono una musica che non è tutta farina del loro sacco, perché chissà da dove prendono i campionamenti… È tutto riciclato!»

Dunque una degenerazione musicale in cui ad impoverirsi è il nostro patrimonio culturale.

«Si cade in un oblio culturale, in cui la gente non nota che un solo accordo viene fatto durare per ore. A questo punto ti domandi che fine abbiamo fatto. Io non ho nulla contro la musica pop, anzi l’adoro. Anche se sono passato al jazz. Negli anni Settanta seguivo il rock, il progressive, ma sentivo il bisogno di approfondire l’improvvisazione: così sono entrato nel jazz, perché era la musica dove si improvvisava per eccellenza. Per me il rock resta importante e i grandi musicisti del rock di allora erano veramente bravi, uno su tutti Jimi Hendrix, ma non solo… Eric Clapton, grandissimo chitarrista.»

AAA cercasi musicisti professionisti appassionati della propria musica.

«Non si sa più che fine abbiano fatto i musicisti bravi, ed è abbastanza agghiacciante! Spero solo che presto ci sia una controtendenza. Vent’anni fa, quando Norah Jones uscì con il suo primo disco fatto da musicisti di jazz in acustico, spopolò. Anche allora era un momento buio per la musica. Mi auguro che presto il pubblico deciderà di tornare a qualcosa di più musicale.»

Mentre prima mi raccontavi degli Ottanta, riflettevo sul fatto che proprio in quegli anni – ed è una grandissima contraddizione dell’epoca – De André esce con “Crêuza de mä” e De Gregori con “La donna cannone”, diventati canoni della musica leggera italiana.

«Loro, infatti, si sono scontrati con una tendenza pesante che veniva però apprezzata dalle masse. De Gregori e De André hanno realizzato grandissimi lavori! Resta preoccupante il fatto che quel potere sia poi caduto nelle mani dei dj, permettendo loro di dettare i canoni estetici musicali. Questo all’inizio funzionava, perché in America c’era chi lo sapeva fare bene. Poi la situazione è andata peggiorando, fino ad oggi, dove, chi decreta cos’è musica, forse non sa nemmeno quale sia la differenza tra un Do minore e un Do maggiore. Non vorrei sembrare pesante, ma essendomi trovato più volte in certe situazioni, ne ho fatto le spese io stesso.»

Il tuo è un appello accorato alla competenza e alla professionalità, dove si evince forte la grande passione per il tuo mestiere. Danilo, come accadde che ti innamorasti della musica?

«Avevo tre anni e stavo sempre a sentire Modugno con il mangiadischi. Mi madre si era preoccupata e a sei anni decise di mandarmi da un insegnante di quartiere. Odiavo il solfeggio, ma da quel giorno non ho mai smesso di suonare. Mi comprarono immediatamente un pianoforte, allora le case erano un po’ più grandi e non c’erano problemi di spazio. Quel pianoforte è rimasto con me per tantissimo tempo. All’epoca non era facile avere dei genitori che credessero in te e che ti lasciassero libero di decidere di fare il musicista. Sono stato fortunato, perché loro mi hanno sempre appoggiato e aiutato nelle decisioni.»

Ti immagino lì, seduto al piano, a improvvisare d’un tratto sulla classica. A tua madre piaceva quello che suonavi?

«Mia madre non è che amasse molto l’improvvisazione. Io studiavo musica classica, poi di colpo iniziavo a improvvisarci sopra. Avevo quindici anni, mia mamma stava in zona: quando improvvisavo, chiudeva la porta; quando ricominciavo a suonare la classica, riapriva. Questo accadeva agli inizi. Poi credo che, dopo un po’, quando ho imparato a improvvisare, lei abbia iniziato a sopportarmi [ride, NdR] e a supportarmi.»

Qual è stato il momento preciso in cui cominciò a credere realmente nel tuo talento?

«… Proprio quel giorno in cui Mina chiamò a casa per propormi di suonare in un suo disco. Al telefono rispose, incredula, mia madre. Da quel momento iniziò a riconoscermi degno di suonare musica diversa da quella classica.»

La musica è condivisione. Restando in tema, cos’è che ti piacerebbe realmente condividere di te con le nuove generazioni?

«Quello in cui credo. E io credo nell’improvvisazione, perché è un valore aggiunto che si dà alla musica. Credo anche nell’importanza di cercare le note belle. Nei periodi in cui ho insegnato improvvisazione jazz al conservatorio, ho parlato proprio di questo. Puntavo molto sul far comprendere quanto sia fondamentale avere gusto per improvvisare e non seguire le mode. È importante essere originali, trovare il proprio linguaggio e raccontare la nostra storia. Ma soprattutto, quando si suona, bisogna cercare di emozionare. Dimenticate la tecnica, che diventa solo il mezzo per esprimere voi stessi! Quello che mi piacerebbe davvero condividere è la mia passione per la melodia, che è alla base della musica che mi piace. Credo molto nel potere della melodia. Lo scambio emotivo con chi ascolta, per me è fondamentale. Non c’è cosa più bella e gratificante di finire un concerto e veder arrivare una persona che ti dice di essersi emozionata a tal punto da piangere. Allora li ti rendi conto che il potere della musica è incredibile, non ha barriere. E questo mi è accaduto un po’ in tutto il mondo. Non c’è cultura che non sia in grado di captare il potere di emozionare che ha la musica.»

Che differenza di sensibilità e di cultura riscontri all’estero nell’accostamento alla tua musica?

«Le differenze dipendono dalle culture. Qualche tempo fa, sono stato in tour da Dubai a Singapore e poi in Birmania, per un concerto a Yangon. Il fatto incredibile è che, in realtà, il linguaggio musicale, sebbene vari da cultura a cultura, ha dei canoni comuni. Il mio tramite iniziale è l’uso della melodia. Una melodia italiana, per quanto bella, in Birmania non potrà essere conosciuta. È lì che scopri che, sebbene sconosciuta, la potenza di quella melodia arriva lontano diecimila chilometri. Perché, evidentemente, ciò che è veramente bello, lo è per tutti. Come quando senti il Notturno di Chopin, dall’Italia all’altro capo del mondo… una meraviglia.»

È la potenza comunicativa della musica e dei grandi autori.

«Ecco perché io parto spesso con l’improvvisazione, utilizzando i brani di grandi autori. Credo in loro e credo nel loro aiuto alla mia improvvisazione. Per quanto riguarda la capacità comunicativa, è chiaro che un pezzo dei Beatles come uno di De André hanno una potenza incredibile. Il rischio maggiore, in questi casi, è che non si riesca a renderlo nel modo giusto, se la tua improvvisazione non è consona. Non si può affrontare un loro brano come se si stesse affrontando un brano di Gershwin. Quando improvvisi su autori come Chopin, De André, Puccini o i Beatles… devi usare dei criteri improvvisativi completamente diversi, consapevole che ci si sta cimentando in un ambito differente, che non è stato codificato. Quindi sei più scoperto. Avendo fatto questo tipo di esperimento musicale sin da ragazzino, ormai mi risulta abbastanza facile. E questo mi ha dato tantissimo, perché mi permette di comunicare emozioni ovunque io vada.»

A proposito di luoghi in cui sei stato, qual è il posto più strano dove ha suonato Danilo Rea?

«Una volta, portarono in elicottero il pianoforte a più di duemila metri d’altezza, sulle Dolomiti, al rifugio Comici. Lì feci un concerto durante l’estate. Per citarti uno scenario particolarmente suggestivo. Poi tante albe “suonate” difronte al mare, in Sardegna. La bellezza del luogo influenza la tua musica e ogni luogo crea suggestioni proprie. Il problema è riuscire ad entrare in contatto con il luogo che ti ospita e capire come gestire la situazione. A duemila metri d’altezza hai un suono completamente diverso rispetto a quello del Guggenheim di New York: hai le montagne davanti, le cime delle Alpi, delle Dolomiti… suggestioni incredibili.»

Entrare in contatto per comprendere appieno e conoscere, e siamo convinti che nessuno ci conosca meglio di noi stessi. Chi è l’artista Danilo Rea per l’uomo Danilo?

«Per l’uomo Danilo sono un mezzo matto che va in giro dalla mattina alla sera a cercare note che mi sorprendano. Se devo dirla tutta, per Danilo uomo, Danilo Rea musicista deve ancora studiare tanto. Mi sento ancora molto insufficiente e, quando lo dico in giro, mi prendono per pazzo. In realtà, non studio tantissimo, però sono alla ricerca di quei momenti improvvisativi che mi stupiscano, momenti quasi introvabili. Si creano degli attimi in cui corre il brivido sul braccio, ti viene la pelle d’oca. È un po’ come se il tempo si fermasse: sai che stai entrando in un territorio che ti appartiene, ma che, al tempo stesso, non hai ancora scoperto. È questa la bellezza dell’improvvisazione.»

 

Gino Morabito

Related posts