DANILO KAKUEN SACCO: IN GUARDIA, RESTIAMO UMANI!

Capita a volte di incontrare guerrieri impavidi e dissacranti,

capaci con la sola forza di volontà di riprendere in mano le redini della propria vita e, a dispetto di duri referti medici che consigliano stop forzati, vestire accappatoio e guantoni da pugile, salire su un palco e assestare così, metaforicamente, un gancio vigoroso al mostro della malattia.

Il guerriero in questione è Danilo Kakuen Sacco che, per restare in tema, quando lo saluto e gli chiedo come sta, risponde:

«Bene, sono sempre in giro a combattere!»

Guantoni, tenacia e simpatia a parte, Danilo aveva in serbo per i suoi fans una bellissima sorpresa e ha deciso di condividerla con le pagine di Musica Intorno.

Dopo l’album Minoranza rumorosa, lo scorso 30 novembre è uscito Gardé, il tuo terzo lavoro da solista. Il titolo esorta a stare in guardia e a non perdere di vista la fratellanza e la solidarietà. Ritieni che ci stiamo incamminando verso il sentiero della disumanizzazione?

«Purtroppo sì, e lo vedi anche solo camminando per strada: c’è indifferenza, menefreghismo, stiamo diventando tutti un po’ assuefatti alle situazioni che potremmo cambiare ma ci voltiamo dall’altra parte. La scusa è sempre la solita: “Io, da solo, cosa posso fare?”. Ma è proprio questo il punto, il cambiamento parte dal singolo, ecco perché abbiamo coniato questo motto “Restiamo umani!”. C’è gente in giro che evidenzia solo i problemi ma pochi sono quelli che trovano le soluzioni. Per questo motivo ho deciso di dedicare il singolo Gardé a Mimmo Lucano (sindaco di Riace, arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo scorso 2 ottobre, N.d.R.) un uomo in controtendenza che ha cercato di rendersi utile al prossimo proponendo soluzioni alla difficile questione dell’immigrazione. Ben venga, quindi, chiunque provi ad attivarsi per fare qualcosa, qualsiasi cosa purché ci si muova. Uno dei problemi fondamentali della società odierna è, a mio avviso, proprio la staticità ed io la temo particolarmente perché da lì all’autoritarismo è davvero un passo. Lo stare fermi è molto rischioso.»

Lo sport e l’amicizia, che si intersecano tra di loro, rappresentano un altro cardine di questo lavoro discografico. Nel singolo Amico mio racconti di due leggende del rugby: il sudafricano Joost Van Der Vesthuizen e il rivale neozelandese Jonah Lomu che, nonostante l’antagonismo, conservarono intatta la loro amicizia anche durante il difficile periodo della malattia e gli anni bui dell’apartheid.

Pare quasi che tu voglia accompagnare l’ascoltatore verso un’immagine dell’esistenza umana rappresentata da un grande campo sportivo dove si disputa la partita della vita con sé stessi e con gli altri.

A vincere, in questo ipotetico match, sarebbero sempre lealtà e altruismo?

«Bella riflessione, mi piace molto! In questo momento, se riusciamo a portare a casa un pareggio dobbiamo considerarci fortunati! Usando termini rugbystici: se riusciamo a portare a casa un 3-3 o un 6-6 con dei calci piazzati è veramente un miracolo! Premesso che dobbiamo trovare buone ali, buoni tallonatori, giocatori in gamba che ci scuotano da questa specie di limbo perché – vedi – la paura è contagiosa e se non si lavora su sé stessi ci si chiude. Lo sport, del resto, è veicolo di civiltà, di educazione, ce lo insegnavano anche gli antichi Greci: nel periodo delle olimpiadi si fermavano le guerre, ti pare nulla? Per questo, ribadisco che è fondamentale non addormentarsi e restare umani ad ogni costo; rimanere vigili a ciò che accade intorno a noi. C’è una scena stupenda in un episodio di Star Wars: quando il Congresso vota l’impero al posto della repubblica, tutti applaudono e la regina Amidala sentenzia: “Ecco come muore una democrazia!”.»

Tra le tracce di questo disco, ha richiamato la mia attenzione il titolo La rosa violata, una sorta di nenia che un padre canta dolcemente alla figlia che ha subito violenza. Il 25 novembre si è celebrata la giornata contro la violenza sulle donne, quindi in target con l’argomento che – ti confesso – mi sta particolarmente a cuore. Riflettevo sul fatto che, purtroppo, non frequentemente gli uomini si accalorano per questa delicata tematica. Qual è stato l’input che ti ha invogliato a parlarne?

«Ho ritenuto opportuno toccare l’argomento perché credo che se ne parli ancora troppo poco e, a volte, a sproposito. Il discorso è sempre lo stesso: va bene parlare ma troviamo delle soluzioni adeguate; promulghiamo una legislazione congrua per ovviare al problema. Inutile mettersi in alto, sul bastione, ad accalorarsi se poi non si danno risposte concrete perché questo è un problema molto serio! E poi bisogna educare in modo attento i nostri figli; educare al rispetto ed essere d’esempio: nelle quattro mura domestiche può succedere di tutto! Non bisogna mai abbassare la guardia sull’umanità, lo so, potrei sembrare ripetitivo ma mi auguro che Gardé diventi un disco scomodo.»

Kakuen è il nome che assumi dopo aver preso i voti come monaco laico buddista. Tradotto suona come “zingaro perfetto” o “nomade nella polvere del vento”. C’è stato un qualche evento particolare che ti ha spinto ad abbracciare questo credo religioso?

«Innanzitutto è più opportuno definire il buddismo zen come una filosofia di vita: Buddha, infatti, non era né Dio, né figlio di Dio, anzi, ne combinava di tutti i colori. Come uomo ha cercato di trovare dei modi adeguati per un vivere sereno. Il buddismo è una filosofia molto scientifica, non c’è niente di magico ma tanta concretezza. Nel 1995, durante un viaggio in India, ho avuto la fortuna di incontrare il Dalai Lama, una persona straordinaria, con un carisma unico e una risata contagiosa che mi fece riflettere sul motto dei sessantottini francesi “Una risata vi seppellirà!”, perché – credimi – non c’è nulla che non si possa risolvere con una sana risata. Ho appreso che non è importante fare quotidianamente qualcosa di straordinario o da missionari, ma essere consapevoli che se non si riesce a fare del bene è sufficiente non fare del male. Altro elemento che mi ha coinvolto particolarmente è il lavorare su sé stessi per cercare di estirpare il dolore dalla propria vita. Dopo quell’incontro mi venne voglia di saperne qualcosa in più, di approfondire e ho intrapreso questo cammino di serenità che mi ha reso molto felice.»

Sei uno scrittore e un autore molto prolifico. Per restare in tema di spiritualità: c’è un brano al quale sei particolarmente legato e che, nell’interpretarlo, ti trascina in una realtà trascendentale, in una sorta di dimensione parallela?

«Ce ne sono diversi in realtà ma, ad essere sincero, sono molto legato ad un brano, non mio, ma del maestro Francesco Guccini del quale sono un grandissimo fan e che ammiro da sempre (Guccini, nel ritirarsi dalle scene, nominò Danilo Sacco suo erede lasciandogli, simbolicamente, il suo repertorio, N.d.R.). Nelle serate dei concerti riproponiamo anche dei suoi brani, oltre ai nostri, e ce n’è uno che mi trascina molto emotivamente: Auschwitz. Quando la interpreto, mi sento proiettato proprio in quel luogo. Vedi, io ritengo che cantare sia un conto, ma interpretare è tutt’altro: devi vestire i panni dell’attore e cercare, nel tuo coinvolgimento, di toccare chi ti ascolta, perché il pubblico lo capisce se sei coinvolto o meno; con le persone che vengono ad ascoltarti non puoi barare. Quando canti non puoi far sentire la voce e basta, ma anche il muscolo cardiaco. Quel testo è talmente forte, talmente violento che può essere solo interpretato con forza e violenza e, certo, mi sento trascinato in quel luogo di sofferenza.»

Il 1993 segna un avvenimento importante per la tua carriera: entri a far parte della formazione dei Nomadi, sostituendo il leggendario e compianto Augusto Daolio. Dopo l’interpretazione del tuo primo brano, al concerto d’esordio con il gruppo, proferisci un discorso che può essere riassunto così: “Sono emozionato oltre ogni dire. Sono molto felice. Abbiate pietà. Grazie!”. Questo tuo ringraziare continuamente e chiedere indulgenza è quasi una costante nei tuoi concerti e ti differenzia da tanti artisti. Esagererei se definissi questa prerogativa, una ossequiosa devozione al pubblico?

«Assolutamente no! È pura verità! Del resto, se ho la fortuna di fare questo mestiere che è uno dei più belli del mondo… se non il più bello del mondo in assoluto, è proprio grazie alle persone che mi seguono e che decidono di partecipare ai miei concerti. Pertanto, quando sali sul palco, ti devi imporre di dare il massimo e devi essere certamente ossequioso e devoto al pubblico. Io valuto sempre che la gente spende dei soldi per comprare il biglietto, fa lunghe file, tanti chilometri per venirti a sentire e tu cosa fai? Il compitino? Ma non esiste! Cambi mestiere se vuoi fare il compitino!»

Dopo 18 anni con i Nomadi, arriva la decisione di lasciare il gruppo. Rilasci dichiarazioni forti, nelle quali traspare il tuo disappunto ed esterni di rimpiangere “i tempi in cui si dava maggior attenzione alla persona che ai quattrini”. Si avverte un palese dispiacere in quell’affermazione e non vorrei rievocare quei momenti… Mi piacerebbe piuttosto che tu mi parlassi dei primi tempi con i Nomadi, quelli più belli. Che ricordi hai di quel periodo?

«I momenti più belli sono stati quelli che abbiamo vissuto quando siamo dovuti ripartire da zero. C’era tutto da rifare, da ricostruire, eravamo tutti uguali, sullo stesso piano e tutto sembrava quasi nuovo. Eravamo nella stessa barca, insieme e sono stati momenti davvero duri. Però c’era quella voglia di andare avanti, di procedere; quella sensazione di accettare la sfida; di inoltrarci nell’avventura, che si è protratta per molto tempo. Quelli sono stati anni bellissimi, credimi, culminati con la meravigliosa esperienza della partecipazione a Sanremo con Roberto Vecchioni… anni straordinari! Però, poi, arriva il momento in cui devi proseguire, non puoi adagiarti su ciò che hai già fatto: bisogna pretendere sempre il meglio e di più da sé stessi, ed essere in grado di reinventarsi.»

Mi ha davvero commossa il racconto del sogno che facesti, in un delicatissimo momento della tua vita in cui stavi caldeggiando l’idea di abbandonare, per sempre, la musica. Sarei felice se tu volessi condividerlo con noi.

«Perché no? La questione è molto semplice: avevo preso la decisione di lasciare, definitivamente, questo mondo e mi ero convinto che era arrivato il momento di voltare pagina e fare tutt’altro. Una notte, però, mentre dormivo, sentii una melodia davvero particolare e, svegliandomi di soprassalto, corsi a prendere la chitarra, due fogli e una matita e cercai di buttare giù le note da poco ascoltate. Dopo qualche minuto mi fermai e, quasi ridendo, dissi a me stesso: ma dove vuoi andare che ci sei dentro fino al collo? Se davvero avessi voluto abbandonare, saresti rimasto a letto! Magari sarà stato un messaggio dall’alto, non so dirlo ma, in quel momento realizzai che avrei potuto solo proseguire e impegnarmi per dare il massimo: la musica è parte di me!»

Danilo proferisce le ultime frasi intervallando emozione e ilarità. Poi si lascia andare a una sana e allegra risata che coinvolge, inevitabilmente, anche me. Lavora toccando temi scomodi, lui. Interpreta sentendo il dolore nella carne. Ride perché sa che una risata può cambiare le prospettive. Soffre, anche, ma solo per dare maggior risalto alla gioia che seguirà. Bisognerebbe prendere esempio da un combattente come Danilo: quando la vita colpisce duro dovremmo indossare i nostri guantoni, metterci in guardia e, sfoggiando un sorriso beffardo, urlarle contro: “Non mi hai fatto niente!”.

 

Brigida Buonfiglio

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