BUGO ALLA FESTA DEL NULLA, CELEBRANDO LA VITA

“Ma Crisante, detto Cris, senza il rock non ci sa stare. Insieme a Franca, Cabrini e Gheddafi ha fondato i Provincia Bastarda, una band che un giorno sarà famosa in tutto il mondo…”

Cristian Bugatti, in arte Bugo, affronta un viaggio, targato Novanta, nella periferia italiana e ciò che può produrre per l’ambivalenza del rapporto odio-amore che da sempre ci lega ad essa.

“La festa del nulla” (Rizzoli) è l’esordio narrativo di un cantautore uguale solo a sé stesso, che racconta di quell’età speciale in cui tutto sembra possibile. Una folle avventura alla conquista del rock, con l’ineluttabile capacità, tipica della giovinezza, di sentirsi sempre emergente, sempre all’inizio di qualcosa di nuovo da poter comunicare.

Quello che emerge dal confronto con il vero e unico padre della musica indie italiana, è che i sentimenti sono sempre gli stessi. A qualunque età, in qualsiasi contesto storico e sociale. Sono fatti di rabbia, amore, frustrazioni, gelosia… e soprattutto di sogni.

Bugo pubblica il libro “La festa del nulla” (Rizzoli), una folle avventura alla conquista del rock. Qual è stata la sua genesi?

«La casa editrice Rizzoli da diversi anni mi chiedeva di scrivere un libro insieme a loro, ma non ci veniva mai un’idea interessante, soprattutto dal mio punto di vista. Dopo vari tentativi (il primo è stato nel 2006), nel 2017 è venuta fuori l’idea che è piaciuta a tutti e ho iniziato a scrivere “La festa del nulla”.»

Racconti di quattro amici in fuga dalla provincia. Cristian, dove sta il confine tra finzione e autobiografia?

«È un confine davvero labile. Prediligo gli autori che nei romanzi mettono tanta autobiografia, uno degli scrittori contemporanei che amo di più è Paul Auster. Nel mio caso, autobiografici sono i luoghi, e non solo Cerano, ma il bar della curva, il bar del tennis, il campo di calcio, la scuola media… sono luoghi reali che esistono ancora oggi. Dal punto di vista narrativo, nella storia c’è molta più finzione, perché avevo bisogno di andare a ruota libera.»

A ruota libera per raccontare di quell’età speciale in cui tutto sembra possibile. Oggi come allora, siamo capaci di grandi sogni?

«Io sì! Ognuno di noi dovrebbe chiederselo. Il libro ha come protagonista un ragazzo di diciassette anni, un’età nella quale i sogni infiniti sono così reali nella nostra testa, che vogliamo realizzarli ad ogni costo. Tutto dipende da come si vive questa condizione. Se, ad un certo punto della propria vita, ci si rassegna, si fanno i conti con i rimorsi… Io sono una persona che, a quarantasei anni, cerca di non smettere di sognare.»

Hai qualche rimpianto, qualche rimorso?

«No, non sono uno che vive di rimpianti né di rimorsi! Certo, posso aver sbagliato, perché gli errori fanno parte della vita. Ma non mi piace sbagliare. Quello che sono non mi basta, e non intendo a livello economico o di soddisfazioni lavorative. Sono una persona che, fino a quando il cervello continuerà a funzionare, vorrà sempre realizzare i propri sogni.»

Oggi a cosa aneliamo?

«Anelare, bellissimo verbo! La nostra società dovrebbe anelare ai veri concetti di democrazia e di libertà. Oggi si confonde la libertà con il superamento delle regole; libertà di poter fare e dire quello che più ci piace, senza sentirci responsabili delle nostre parole e delle nostre azioni. Ho utilizzato il noi, ma io me ne tiro fuori, perché mi prendo sempre le mie responsabilità, anche delle dichiarazioni forti. Quello a cui la società di oggi dovrebbe ambire è crearsi delle regole per il rispetto reciproco.»

Il rispetto reciproco è alla base di ogni società civile.

«Stiamo vivendo in un mondo in cui tutto è permesso, atteggiamento che ha determinato una mancanza di umanità e rispetto, degenerati in un profondo menefreghismo nei confronti del prossimo e dei problemi altrui. Questo certamente non fa della razza umana una razza evoluta. Siamo ridicoli! E mi ci metto anch’io. Se domani atterrasse sulla Terra un alieno, ci vedrebbe come una razza che si autodistrugge.»

Cristian Bugatti cosa si augura?

«Anelo a continuare ad essere una persona speciale per i miei familiari, cercando ogni giorno di smussare i lati spigolosi del mio carattere. Vorrei migliorarmi come uomo, nei confronti dei miei cari e dei miei collaboratori, che sono una seconda famiglia.»

“La festa del nulla” ci fornisce uno spunto interessante anche per raccontare la provincia e la sua influenza sulla musica d’autore indipendente, non trovi?

«La provincia per me è l’Italia. Appena arrivato a Milano, mi sentivo diverso dai gruppi alternativi del luogo, perché, essendo nato e cresciuto in provincia, avevo fame di arrivare. A Cerano, dove ho trascorso gli anni giovanili, ho trovato quella rabbia, quel “selvaggio” che ci rende più competitivi e che ho riversato nel capoluogo lombardo. Mi sembrava di stare a New York, era un altro mondo meraviglioso da conquistare. Vasco è di Zocca, Ligabue è di Correggio. Sono tutti personaggi che vengono fuori da realtà piccole o piccolissime. Probabilmente la provincia ti mette quella voglia di evasione e quella dose di rabbia in più per tentare di farcela. Ma non è automatico riuscirci. Il grande Enzo Ferrari è nato e morto a Maranello. E per me l’Italia è quella. È quella la nostra forza! Città come Milano ci servono come serbatoio per andare a rubare le idee e portarle altrove.»

Dunque rabbia, voglia di rivalsa. Sentimenti che pulsano ancora forte ai giorni nostri, o piuttosto sono gli orizzonti sempre più vicini di una popolarità dalle forme “social” a spingere gli artisti a fare musica oggi?

«La rabbia di cui parlo è una rabbia nel senso buono del termine, quella che ti fa raggiungere gli obiettivi con una certa “veemenza simpatica”. Cerco sempre di non oltrepassare il limite, anche se a volte l’ho fatto intenzionalmente. Questa forma di esasperazione della rabbia la riconosco appieno, e per un paio di anni l’ho voluta sperimentare di proposito, in modo sistematico e metodico: attaccando in modo esplicito i miei colleghi. E ho visto che funzionava! In quel periodo i miei social sono letteralmente esplosi. Così ti rendi conto che la libertà di comunicare sui social media è una lama a doppio taglio. Se tu scrivi “Bugo è un mito!”, non avrai mai gli stessi like che avresti scrivendo “Bugo è una merda!”.»

È cambiato il modo di comunicare i propri sentimenti, gli stati d’animo, le urgenze, attraverso la musica?

«Dovresti chiederlo a un ventenne che ascolta la trap, che va di moda tra i giovanissimi… Penso che il sentimento sia qualcosa di universale. Era così nei empi antichi e sarà così in futuro. Cambiano i mezzi. Prima i Greci e i Romani usavano il teatro, poi è arrivata la musica pop. Credo che i sentimenti siano sempre gli stessi, fatti di rabbia, amore, frustrazioni, gelosia… e soprattutto sogni. Che piaccia o no, il mondo dei social è quello del Duemilaventi e dei giovanissimi. Non a caso i protagonisti del mio libro sono ragazzi che hanno diciassette anni.»

Cosa ti affascina di quell’età?

«È un’età in cui hai tutta la vita davanti, con dentro tutto quello che puoi diventare. C’è un’esplosione di negatività e positività insieme, che io trovo fantastica.»

Fantastico immagino sia stato anche il vedere inserito Bugo, dalla rivista Rolling Stone nel 2015, tra le cento facce della musica italiana. Oggi chi è Cristian Bugatti?

«Si cresce rimanendo gli stessi, anche se si va avanti. Non credo nei cambiamenti radicali, a meno che non si tratti di qualche degenerazione mentale dovuta a una grave forma di malattia. Sono dell’idea che quello che abbiamo dentro da piccoli esploderà prima o poi nella nostra vita, sia in positivo, sia in negativo. Mi auguro di rimanere con lo spirito di un diciassettenne. A quella età sei sempre emergente, sempre all’inizio di qualcosa. E io voglio sempre cominciare qualcosa di nuovo!»

Metterci la faccia, esporsi. Qual è il tuo pensiero riguardo la responsabilità che deriva dal veicolare dei messaggi a una grande platea?

«L’artista deve stimolare, non deve avere nessuna responsabilità. L’unica cosa di cui voglio e devo essere responsabile è la mia creatività artistica. La mia musica non deve lanciare messaggi, e, qualora ne dovesse lanciare qualcuno, l’unico sarebbe quello di essere sempre sé stessi.»

Quanto pesa oggi la cosiddetta “musica leggera”?

«Credo molto negli anni in cui sto vivendo. Non mi sentirei mai di dire che era meglio nei Sessanta, anche se sono un fan di quella musica. Fra quarant’anni i nostri figli ricorderanno questo periodo musicale come un momento particolarmente fervido. Non è vero che la musica di oggi è in crisi! È in via di cambiamento, insieme al mercato discografico. Oggi va di moda dire che prima era meglio. Per me non è così. Scherzando, mi piace affermare che prima non era meglio perché io non c’ero.»

Bugo c’è, è presente. E quella “fuga dalla nebbia” è stata, e continua ad essere, una necessità vitale fortissima.

«La mia vita è una continua fuga dalla nebbia; da quella nebbia che rappresenta la noia, la stasi creativa e umana, il non riuscire a vedere. È un po’ come la morte la nebbia. Allora bisogna lottare, affinché la nebbia si diradi, per riuscire a vedere meglio.»

Fuggire dalla nebbia è un conto. Invece, per contro, cosa sei troppo lento a rincorrere?

«Per raggiungere i propri sogni ci vuole un grande sforzo creativo, immaginativo, economico, di intenti… per realizzare qualcosa che ci aiuti a vivere meglio. Sono lento nel superare i miei difetti, i miei limiti. Ma questo, probabilmente, è un problema degli uomini, che forse risolveranno tra due, tremila anni.»

“Lo scopriremo solo vivendo”, come recita il poeta.

«No, meglio: lo scopriremo solo immaginando.»

 

Gino Morabito

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