BOBBY SOLO, UNA VITA INNAMORATO DELLA MUSICA

Di Gino Morabito

Nella sua camera quindici chitarre, sei amplificatori, trenta microfoni tutti per terra. I giubbotti di pelle buttati qua e là. Un amore sconfinato per Elvis e quella voce inconfondibile da crooner americano, che infiamma i ricordi riportandoci ai favolosi anni Sessanta, quando migliaia di ragazzine urlanti lo aspettavano fuori dall’albergo.

In una prolifica carriera artistica che va avanti da sei decadi non sono mancati i momenti di silenzio o di riflessione, ciononostante ogni suo ritorno è sempre stato accolto con entusiasmo dal grande pubblico che continua a seguirlo con immutato affetto. Certo, oggi il ciuffo è un po’ imbiancato, ma l’entusiasmo di salire sul palco non si è mai sopito.

Ha sofferto e ha goduto con le donne, ha cantato e suonato la chitarra come pareva a lui. Una vita da raccontare a partire dal nome, quando, da quel primo Sanremo del ‘64, avrebbe dovuto chiamarsi solo Bobby. Complice il destino e per l’equivoco di una biondina, è diventato per tutti Bobby Solo.

Il padre lo avrebbe voluto notaio, la madre parroco.

«All’epoca mio padre, un triestino tutto d’un pezzo, pilota dell’Alitalia, si vergognava di me. Mi avrebbe voluto notaio, avvocato o medico. Mia madre, invece, mi avrebbe voluto prete, un bel parroco, “così le donne cattive non ti faranno soffrir!” diceva. Io, però, non sono riuscito ad accontentare né l’uno né l’altra. Ho sofferto e ho goduto con le donne, ho cantato e suonato la chitarra come pareva a me.»

Timido fin dai tempi del liceo.

«Ero timido, molto imbranato ed insicuro, tant’è vero che avevo un amico più robusto di me, che mi faceva da guardia del corpo. Mulieri, poi diventato giornalista de Il Messaggero, era il mio protettore, perché avevo sempre paura di tutto e tutti. Quando sono entrato nel mondo della musica – purtroppo mi è mancata la gavetta che mi avrebbe irrobustito, avevo cantato solo in due licei, il Longone a Milano e il Beccaria – ho cominciato direttamente dal palco di Sanremo e, durante l’esibizione di “Una lacrima sul viso”, in preda alla fortissima emozione, andò via la voce. Da lì il playback. Poi cominciai a balbettare, mi feci travolgere dall’insicurezza. Mi ci vollero quindici anni di carriera per far sparire la timidezza.»

Il provino alla Ricordi.

«Frequentavo la seconda liceo classico e prendevo ripetizioni di greco dal prof. Vigo, genovese, che insegnava a Milano. Gli avevo confessato di studiare di malavoglia perché sognavo di fare il cantante. Allora lui, decidendo di assecondare la mia forte passione per la musica, mi mise in contatto con un altro studente di greco che avrebbe potuto fare al caso mio, Lorenzo Lo Vecchio (fratello di quell’Andrea Lo Vecchio che poi sarebbe diventato autore di Mina, Ornella Vanoni, Raffaella Carrà…). Avremo avuto sedici, diciassette anni, quando Lorenzo mi organizzò un appuntamento con suo fratello che tutti i giovedì andava alla Ricordi. Quel giovedì, come di consueto, Adrea salì al terzo piano, quello delle edizioni; io mi fermai al primo. Davanti alla porta c’era scritto: “Dott. Micocci, direttore artistico”.»

Da un equivoco sul nome la fortuna artistica di un autentico mito.

«Mancavano cinque mesi a Sanremo e non avevo ancora un nome d’arte. Per un equivoco della signorina Stelvia Ciani, la segretaria della Rca, invece che solamente Bobby, solo Bobby, come aveva scelto Micocci, venne fuori Bobby Solo. A me quel nome piacque subito perché in quel periodo trasmettevano in tivù una serie americana in bianco e nero di detective, il cui protagonista si chiamava Napoleon Solo, e quell’apparentamento ideale mi faceva andare orgoglioso del mio nome. Più tardi, nell’ottantadue, una band di Amsterdam ha inciso, con tanto di chitarre distorte, un disco punk intitolato “Bobby Solo”.»

Al Cantagiro c’erano ventimila persone a Boario Terme (BS).

«Ricordo che, per portarci via dal palco, se no i fan ci avrebbero sbranato per affetto, gli organizzatori avvolsero me, Celentano e Morandi in alcuni manifesti e ci misero dentro un pullman di ottanta persone completamente vuoto. Il pubblico, spingendo, lo faceva ondeggiare da fermo. E noi tre, lì dentro, zitti, avvolti come mummie nei manifesti.»

Fuori dagli alberghi c’erano più di duemila ragazzine urlanti che acclamavano Bobby Solo, Little Tony, Gianni Morandi. Erano i favolosi anni Sessanta.

«Ho inciso i primi tre dischi nel ‘63. A diciannove anni conoscevo solo il “pianeta Elvis”, oggi ho scoperto intere galassie. C’è tanta di quella buona musica nel mondo, che ci vorrebbero venti, trenta vite per sperimentarla tutta.»

La musica a stelle e strisce.

«L’America politica è discutibile ma quella musicale, soprattutto la zona del Mississippi, Texas, Tennessee, mi ha insegnato Elvis. Elvis è stato il primo faro nella mia vita, poi ho cominciato ad approfondire tutte le culture che confluivano nel melting pot Usa, facendo venire fuori quella che viene comunemente chiamata american music. E ne sono follemente innamorato.»

‘O sole mio/It’s now or never in tonalità originale, il mi maggiore di Elvis.

«Nell’Ottanta sono stato a cantare in America per gli italiani. Allora ero magro, con quindici chili in meno e capelli lunghi castano-biondo. Ricordo di aver eseguito “‘O sole mio/It’s now or never” in tonalità originale, il mi maggiore di Elvis, e, una volta in camerino, i poliziotti di Brooklyn vennero dentro chiedendomi di fare le foto. Per me, che avevo sempre sognato di cantare in America, quella fu una gratificazione enorme.»

Una soddisfazione su tutte.

«Quando con Enrico Ciacci, il compianto fratello di Little Tony, che è stato il mio chitarrista per quindici anni, andammo insieme ad Umberto Tozzi e otto elementi d’orchestra a Toronto, in un palazzo del ghiaccio con più di quindicimila persone. Quando intonai “Gelosia” fu meraviglioso vedere tutti quegli accendini accesi e il pubblico in piedi. Per un attimo tememmo che il ghiaccio si potesse sciogliere.»

Quella stessa “Gelosia” che ha infuocato il cuore di Napoli.

«Mi ricordo un concerto a Sant’Anastasia, nella zona vesuviana di Napoli. Venticinquemila persone davanti. Cantavo “Gelosia”, un brano particolarmente sentito al sud, e, mentre stringevo le mani delle prime file, ad un tratto, mi hanno tirato giù e sono letteralmente sprofondato tra le gambe dei miei fan che poi, come un pacco, mi hanno rilanciato sul palco.»

E pensare che solo qualche anno prima sembrava non ci sarebbe stato più niente da fare.

«Probabilmente gli altri parlerebbero di autoguarigione, ma io, da credente, sono certo di essere stato miracolato. Ho sempre amato fare pesi e, nel ‘77/‘78, per aumentare la massa, andai da un farmacista a Cologno Monzese (MI) a chiedere degli steroidi. Per paura delle iniezioni mi feci prescrivere il Testovis sublinguale, che si dà ai malati terminali ed è molto pericoloso. In effetti, purtroppo, mi creò un’emorragia alle corde vocali. Cantando a Milano in piazza Duomo, a seguito di uno sforzo che dovetti fare, tutto ad un tratto cominciai ad inghiottire sangue. Mi portarono di corsa a Salsomaggiore dalla dott.ssa Berioli, la foniatra che all’epoca curava Pavarotti, la quale dubitava fortemente che avrei potuto cantare ancora perché si era spezzata una delle mie corde vocali. Me ne andai distrutto e chiesi al mio manager di organizzarmi un viaggio a Lourdes. Una volta lì, bevvi l’acqua dalle fonti, lasciai una candela di duecentocinquanta franchi e dissi, tra me e me, alla Madonna: “Sono finito. Se puoi, fai qualcosa.”. Dopo un mese, cominciai pian piano a recuperare la voce. Certo, le note acutissime non sono più stato in grado di emetterle, ma dal ‘77 avrò fatto altri diecimila concerti.»

28 tournée in Canada e in America, 12 nell’America del Sud, 6 in Australia, 7 in Giappone, circa quattromila viaggi in Europa, un numero impressionante di concerti.

«La musica è la mia corrente di vita e, avendo già superato i settantasei, vorrei approfittare delle briciole che mi restano per lasciare dei bei ricordi alle persone che mi vogliono bene.»

Un cantante “ad ampio spettro”.

«Canto rock’n’roll, blues, jazz, country e nel 2018, con una band “multifunzionale” di Pisa che si chiama Broadcash, abbiamo realizzato un Ep di quattro brani, “Broadcash plays Cash”, dove io sono featuring.»

Canzoni evergreen, sperimentazione e tanto divertimento confluiscono nel progetto discografico intitolato Italian international vintage songs.

«Ho un amico dieci anni più giovane di me con una bella voce italiana potente, mentre io ne ho una più da crooner americano, l’ho chiamato proponendogli di produrmi un album da intitolare “Italian international vintage songs”: io avrei fatto le parti in inglese e lui quelle in italiano e in napoletano. Antonio Salvati, così si chiama, produttore e talent scout originario di Siano in provincia di Salerno, ha accettato di buon grado. Con gli arrangiamenti affidati al M° Massimo Passon, nell’album ci sono le più belle canzoni degli anni Cinquanta-Sessanta, come “Volare”, “Il Padrino”, “Anema e core”… pezzi che hanno avuto successo in tutto il mondo. Il primo brano a vedere la luce è “Quando quando”, piaciuto da morire a Tony Renis entusiasta della nostra versione.»

Cinquantotto anni di carriera alle spalle per un eterno ragazzo che non vuol crescere mai.

«Allo specchio vedo il ciuffo che è imbiancato, ma per fortuna il Signore mi ha lasciato i capelli. Altrimenti, per fare questo genere, il rock’n’roll, avrei dovuto mettere una parrucca. Vedo una persona soddisfatta, che nel tempo ha fatto qualche miglioramento musicale anche come chitarrista. Da autodidatta, adesso nel blues me la cavo, sono credibile, così come nel rock. Non sono un virtuoso, conosco magari la forma rozza del blues, rozza come quella di John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins nei Quaranta/Cinquanta, ma efficace. Poche note che restano.»

Ha avuto il primo figlio a ventitré anni. L’ultimo, il quinto, ne ha nove.

«Non sono stato un buon padre per Alain, il mio primo figlio. All’epoca, con il successo, le fan che mi ronzavano attorno, le tournée… gli faceva da babysitter mia madre, sua nonna. Non sono stato in grado di stargli vicino come avrei voluto. Mentre oggi, che il lavoro è più moderato e adeguato alla mia età, l’ultimo nato, Ryan, di nove anni, è la mia felicità più grande.»

La benedizione di una famiglia numerosa, la possibilità di esprimersi attraverso la propria musica, l’affetto immutato del pubblico. Per Roberto Satti, in arte Bobby Solo, potrebbe essere questa la felicità.

«Quando vado a letto la sera, mi faccio il segno della croce e, rivolgendomi a Nostro Signore, gli chiedo di tenermi in vita fino all’indomani. Poi mi ritrovo e dico grazie. Quello è già un momento di felicità, così come la felicità di vedere i miei figli, di sapere che mia moglie mi vuole bene. Sono felice quando sono sul palco e il pubblico mi chiama. Ecco, mi piacerebbe che la gente dicesse di me: “È uno che ha vissuto una vita innamorato della musica.”.» Sempre di più.

In quei favolosi anni Sessanta io non ero ancora nato. Mio padre, voce profonda in giacca e cravatta, canticchiava Bobby Solo sorridendo, mentre mia madre a Losanna comprava i suoi dischi. Dedico quest’intervista a loro, a tutto l’amore trasmesso e agli insegnamenti ricevuti. A quel tempo incantato che non torna più.

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